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Cosa rischia la Cina se Trump non ritira il suo piano per i dazi

Secondo gli analisti l'economia del Dragone potrebbe perdere lo 0,3%. Ma intanto Pechino prepara le contromosse. Tariffe su auto, prodotti agricoli ed energetici. Ma anche ostruzionismo burocratico.

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I nuovi dazi Usa, dal 10% al 25%, sull'import di 200 miliardi di dollari di beni "Made in China" potrebbero pesare sul Pil intorno allo 0,3%, frenando la crescita per il 2019 stimata a marzo da Pechino nel 6-6,5%. Il 'costo' della mossa di Donald Trump è stato azzardato da Ma Jun, advisor della People's Bank of China.

ECONOMIA CINESE PIÙ RESISTENTE DEL PREVISTO

Il rafforzamento che ha mostrato l'economia di recente ha il Dragone più resistente agli choc esterni, ha osservato Ma in un articolo su Finance News, rivista della Banca centrale, mettendo nel conto anche «le contromisure» cinesi, senza precisarne i contorni. Sono queste ultime ad essere difficili da individuare. Ai dazi Usa, entrati in vigore la notte tra giovedì e venerdì 10 maggio (era mezzanotte e un minuto a Washington, le 6 in Italia), Pechino ha risposto un secondo dopo che varerà le «necessarie contromisure».

Il presidente Usa Donald Trump (a sinistra) e il suo omologo cinese Xi Jinping (a destra) in un meeting del 2017.
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IL GIALLO DELLE CONTROMISURE DI PECHINO

A dispetto delle volte precedenti, non sono state annunciate immediatamente. Anzi, il ministero del Commercio, pur esprimendo «profondo rammarico», ha rimarcato la speranza che, con l'undicesimo round negoziale in corso a Washington, le parti lavorino insieme e collaborino per risolvere i problemi esistenti attraverso la cooperazione e le consultazioni per «ritrovarsi a metà strada». Nella pendenza del negoziato e della telefonata tra Trump e il presidente Xi Jinping, anticipata dal tycoon in risposta alla «bellissima» lettera ricevuta, al momento sono possibili solo ipotesi.

POSSIBILI TARIFFE SU AUTO E PRODOTTI AGRICOLI

Trump, che ha minacciato misure al 25% su altri 325 miliardi di import, ha colpito finora 250 miliardi di prodotti cinesi. Pechino, al contrario, si è fermata a quota 110 miliardi, di cui 60 miliardi potrebbero essere aggrediti adesso con una aliquota rialzata al 25%, includendo le auto americane graziate con la tregua dei presidenti nel dicembre scorso. Nel mirino potrebbero finire la cancellazione degli acquisti di prodotti agricoli o energetici, o l'imposizione di firma di contratti in renminbi, invece che in dollari, per scaricare sulla parte americana il rischio cambi.

SI PENSA ANCHE A INASPRIRE LA BUROCRAZIA

Oppure l'ostracismo verso le società Usa, soprattutto finanziarie, ora che la Cina ha annunciato di voler favorire l'accesso di player stranieri. Parte importante dei timori per le attività d'affari Usa operative in Cina è l'adozione di misure "qualitative": spaziano dalle ispezioni vessatorie (fiscali e di sicurezza, ad esempio), al ritardo del rilascio delle licenze fino ai controlli infiniti alle dogane. Un incubo, insomma, che tutti vorrebbero scongiurare.

10 Maggio Mag 2019 1838 10 maggio 2019
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