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Verso la crisi
2 Dicembre Dic 2010 0800 02 dicembre 2010

La fantasia al governo

Esecutivi balneari e tecnici, tutte le formule della politica.

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L'opposizione, assieme ai finiani, chiede a gran voce le dimissioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e auspica la formazione di un governo tecnico o di transizione. Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini ne parlano come se fosse la soluzione di tutti i problemi. C'è chi vorrebbe un nuovo esecutivo solo per modificare la legge elettorale in modo da evitare il ritorno alle urne con l’attuale normativa, definita “una porcata” dal suo stesso ideatore, il leghista Roberto Calderoli. Altri, come per il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, vorrebbero affidare a un governo di transizione anche il compito di «abbassare un po’ le tasse sul lavoro».
Non si tratta di una novità nella storia repubblicana. Spesso, negli ultimi 60 anni, la politica ha fatto ricorsoa formule originali o alternative per giustificare cambi di maggioranza o di presidente del consiglio senza passare dalle urne: dai governi balneari a quelli a termine, dall'esecutivo di solidarietà nazionale a quello istituzionale, dal governo di emergenza a quello tecnico. Denominazioni diverse ma un unico scopo: gestire una fase di transizione con orizzonti di breve durata.

Nel 1953 il primo governo di transizione

Nell’agosto 1953 nacque il primo governo dichiaratamente di transizione, con un programma limitato, guidato dal democristiano Giuseppe Pella, che cadde a gennaio dell’anno successivo. In realtà, la transizione fu tra due correnti dello stesso partito, da quella liberale che faceva capo ad Alcide De Gasperi a quella "sociale" rappresentata da Amintore Fanfani.
«Spesso il termine transizione viene usato erroneamente», ha spiegato a Lettera43.it Giulio Sapelli, storico dell'economia all'università Statale di Milano. «I veri governi di transizione furuno quelli della metà degli anni 40, quando avvenne il passaggio dalla dittatura alla democrazia».
Nei primi anni ’60, Pietro Nenni coniò una nuova formula, i governi di legislatura, per affermare il principio che in caso di crisi il capo dello Stato avrebbe dovuto sciogliere le Camere senza esplorare la possibilità di una diversa maggioranza.

Nel 1963 debutta il primo governo balneare

Nel 1963 debuttò il primo governo balneare. Il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, ricorse a Giovanni Leone per la formazione di un esecutivo monocolore democristiano (l'ennesimo, ma non l'ultimo) di transizione che governasse solo per alcuni mesi, il tempo di arrivare alle elezioni che si sarebbero tenute la primavera successiva e che avrebbero portato al governo il Psi.
Concepiti sin dalla nascita come temporanei e destinati a durare pochi mesi, passarono alla storia come governi balneari perché, in genere, formati durante il periodo estivo con il compito di approvare la legge di bilancio, in attesa di un successivo chiarimento politico che avrebbe consentito la formazione di un governo più forte con un indirizzo politico e programmatico più preciso.
Leone ne guidò più d'uno (il primo dal 21 giugno 1963 al 4 dicembre 1963, appena 166 giorni; il secondo, cinque anni più tardi, per 5 mesi e 18 giorni) e, dopo di lui, Mariano Rumor (ben tre, uno dopo l’altro, dal 12 dicembre 1968 al 6 agosto 1970).

Nel 1978 è l'ora l'esecutivo di solidarietà nazionale

Alla fine degli anni 70, nel mezzo di una grave crisi economica e dei cosiddetti anni di piombo, debuttò il governo di solidarietà nazionale, un monocolore democristiano appoggiato dal Partito comunista e presieduto da Giulio Andreotti, un governo insanguinato dal delitto Moro, l'allora presidente della Dc rapito dalle Brigate Rosse proprio il giorno in cui Andreotti si presentò alla Camera per il voto di fiducia. Era stato proprio Moro l'artefice della rottura con il Psi e dell'apertura al Pci.
Negli anni 80 fu la volta dei governi a tempo, con il “patto della staffetta” tra il segretario del Psi Bettino Craxi e quello della Dc, Ciriaco De Mita. Un patto tra leader per alternarsi a palazzo Chigi.
Dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, arrivò la stagione di Tangentopoli, che travolse sia la Dc sia il Partito socialista, i due pilastri dell’alleanza di centrosinistra che governava dal 1963. Il 1993 fu l’anno del governo istituzionale, cosiddetto perché guidato da una personalità di alto profilo istituzionale estranea al parlamento e ai partiti. A palazzo Chigi arrivò Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d'Italia, primo presidente dei Consiglio non parlamentare della storia italiana.

Con Ciampi nasce il governo istituzionale

Quello di Ciampi fu l’unico governo che riuscì a cambiare la legge elettorale, sulla scia di un referendum abrogativo che modificò la norma in vigore fino a quel momento. Nel 1993, infatti, fu introdotto il sistema maggioritario (ma corretto con una quota proporzionale) che dette inizio alla stagione dell’alternanza (da allora si parla, un po' impropriamente, di seconda repubblica).
«Quel governo riuscì a varare una legge così importante», ha spiegato a Lettera43.it Francesco Tuccari, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, «per la concomitanza di due fattori: una situazione di grande stallo politico e una forte volontà popolare di cambiamento, come aveva dimostrato il referendum abrogativo di pochi mesi prima».

Dini guida il primo esecutivo tecnico

Alla fine del 1994, appena nove mesi dopo le elezioni, la Lega Nord uscì dalla maggioranza che sosteneva il primo governo Berlusconi. In parlamento si formò una nuova maggioranza che portò a palazzo Chigi, Lamberto Dini, ex direttore generale della Banca d’Italia nonché ex ministro del Tesoro nel governo Berlusconi.
Il nuovo esecutivo, in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, è stato il primo, e finora unico, governo tecnico della storia repubblicana, interamente composto da esperti e funzionari non eletti in Parlamento.
«Personalità come Ciampi e Dini», ha spiegato Sapelli, «non arrivavano dal mondo politico, dunque non rispondevano all’elettorato. Il presupposto era che, non dovendo sottoporsi al voto, si sarebbero comportati nell’interesse generale e avrebbero attuato anche misure impopolari, tanto temute dai politici “veri”».

Quale formula per il dopo Berlusconi?

Oggi la situazione sembra ripetersi. Una parte della maggioranza, Futuro e libertà, il nuovo partito fondato da Gianfranco Fini, si prepara a uscire dalla maggioranza dopo appena metà legislatura. E anche stavolta si pensa a formule nuove per gestire la transizione in attesa di nuove elezioni e a personalità indipendenti o di riconosciuta autorevolezza per la poltrona di palazzo Chigi, come Giulio Tremonti, attuale ministro dell’Economia, o Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Insomma, niente di nuovo sotto il cielo della politica italiana.

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