Chiesa e Clero
19 Gennaio Gen 2011 0700 19 gennaio 2011

Preti da spretare

Sacerdoti di frontiera di cui la Chiesa farebbe a meno.

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Non hanno appeso 95 tesi davanti ai portoni delle loro chiese come fece Martin Lutero nel 1517 a Wittenberg, non si sono sposati né hanno dato vita a una nuova Chiesa, ma come il riformatore tedesco del XVI secolo criticano quel clero istituzionalizzato che dovrebbe rappresentarli e dal quale, invece, in più occasioni si sentono lontani.
Si distinguono per la singolarità 'eretica' delle loro posizioni, in contrasto con le attuali posizioni ufficiali della curia romana esprimono il grande disagio che in seno alla Chiesa cattolica gli stessi fedeli hanno per le posizioni integraliste assunte dai vertici del clero italiano.
Spesso in netta opposizione al modus operandi della Santa Sede scrivono omelie infuocate e firmano appelli per un ritorno alla sobrietà, alla parola del Signore.
Ecco perché potrebbero essere loro i preti da 'scomunicare' nel 2011. Gli eretici del XXI secolo: sacerdoti radicali, profetici, scomodi e controcorrente, che continuano a seguire il loro percorso sacerdotale, anche se accidentato.

Aldo Antonelli, il sacerdote anti Cei

Aldo Antonelli, parroco di Antrosano.

È sempre stato un ribelle. Negli anni '70 faceva parte del Movimento dei cristiani per il socialismo e nel 1978 per i suoi atti di protesta fu emarginato a Poggio Filippo in Abruzzo, un piccolo centro abitato da 120 pensionati, «così non potevo nuocere a nessuno», spiega Aldo Antonelli, che racconta come da assistente degli universitari, capo degli scout e consigliere regionale delle Acli si è ritrovato a predicare in una chiesa sennza parrocchiani. «Mi tolsero tutto, ma io non mi sono mai sentito punito, bensì promosso».
Oggi don Antonelli, parroco di Antrosano, in provincia dell'Aquila, scrive lettere infuocate al presidente della Cei, Angelo Bagnasco: «I suoi silenzi prudenziali che tendono a coprire ciò che non si può più tacere, appaiono a noi, parroci di periferia, inequivocabilmente immorali e omicidi».
SILENZIO IN CAMBIO DI SOLDI. Il riferimento è al silenzio della Chiesa davanti ai comportamenti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Silenzi, che sembrano programmati al fine di barattarli con vantaggi corposi circa il finanziamento delle scuole cattoliche. Ma che differenza c’è tra una prostituta che vende il corpo per danaro e una Chiesa che, sempre per danaro svende l’anima?».
Domande alle quali don Aldo non ha ancora ricevuto una risposta. Dalla sua parrocchia spiega a Lettera43.it il suo radicalismo religioso: «Io ce l'ho con quella Chiesa che è gerarchia ascensionale per cui tutti fanno ricorso alla carriera». Parroco e coordinatore di Libera per la zona dell'aquilano, aggiunge: «Dio si fece uomo, scese da noi e invece noi vogliamo fare il contrario, in questo la Chiesa è eretica, ha ruoli ingessati, dice di non fare politica e invece fa quella più becera».

Paolo Farinella, il teologo incarnazionista

Don Paolo Farinella

«Riconosco l'esercizio storico dell'autorità della Chiesa, ma contesto il suo modo di fare teologia. Io non insegno una teologia romana, perché non esiste. La Chiesa ne ha tante, quella di San Tommaso, per esempio, non è certo la stessa di Sant'Agostino. Quella che oggi segue la Cei, invece, è la teologia della convenienza, che fa accordi con Silvio Berlusconi solo per averne un tornaconto. L'esercizio del papato è antievangelico». Non usa mezzi termini Paolo Farinella per mostrare la sua distanza dal clero.
Nato a Villalba, in provincia di Caltanisetta, ha scelto come terra d'adozione Genova, dove è sempre tornato dopo i suoi pellegrinaggi a Verona, Milano e Gerusalemme e dove ora è a capo di una chiesa privata senza parrocchiani che si chiama San Torpete. Ceduta al clero da una famiglia di nobili di Genova, i marchesi Cattaneo della Volta, la chiesa è oggi frequentata «da persone della diaspora, che non si ritrovano nelle liturgie ordinarie», racconta don Paolo.
La messa dura due ore, incentrata sulla parola, prima delle letture è anticipata da un'introduzione storico-biblica del sacerdote. «Io professo una teologia incarnazionista che tiene conto sia della Bibbia sia della storia delle persone che si incontrano, perché ognuna è portatrice di una verità», racconta.
NÉ BERLUSCONISTA NÉ BERTONIANO. Con don Antonelli, con il quale ha firmato numerosi appelli contro la Cei, c'è un'amicizia che dura da quando i due sacerdoti si incontrarono nel seminario di Verona, Nostra signora di Guadalupe, dove si preparano i missionari che andranno in America latina. È lì che don Paolo decide di dedicarsi agli emarginati e tornato a Genova apre una casa di accoglienza per prostitute, persone con problemi di tossicodipendenza e ragazzi usciti dal carcere minorile. Poi nel 1999, il viaggio a Gerusalemme: per 4 anni fa uno studio radicale sulle Scritture, ma al suo rientro in Liguria si ritrova, anche lui, senza incarico per ben 3 anni: «Non si fidavano di me dal punto di vista teologico».
Infine nel 2006 lo scontro con Tarcisio Bertone, allora vescovo di Genova. «Gli chiesi di prendere una posizione, ero emarginato. Alla fine mi ha affidato una parrocchia senza parrocchiani, pensava di farmi un torto e invece mi ha fatto un favore». Per la messa della domenica la chiesa di San Torpete si riempie di persone che arrivano da tutte le parti della città, il suo centro di musica e cultura ogni anno organizza 20 concerti internazionali e l'associazione 'Ludovica Robotti-San Torpete' aiuta le famiglia attraverso il sistema del microcredito, «senza interessi come prescrive il Vangelo. Per questo sono un prete di frontiera e non voglio morire né berlusconista né bertoniano».

Andrea Gallo, il prete di strada

Andrea Gallo, prete genovese.

È il patriarca dei preti di frontiera. Anche lui ha frequentato il seminario di Verona, da dove nel 1953 partì per una missione in Brasile di un anno. L'incontro con Don Bosco lo segnò talmente tanto che diventò un salesiano militante, ma nel 1964 lasciò la congregazione perché, disse, «si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale». Fu così che entrò nella diocesi genovese.
In sacrestia dal 1959, già nel 1964 come parroco della chiesa del Carmine, don Gallo era un combattente della fede. Antiproibizionista convinto (fumò uno spinello nel comune di Genova), difensore degli omosessuali, acerrimo nemico del Concilio Vaticano II, alle file ecclesiastiche ha sempre preferito quelle dei barboni e dei diseredati.
L'ACCUSA ALLA CHIESA DI OSCURANTISMO. Cappellano di riformatori e carceri, don Gallo, sigaro sempre in bocca, ha trascorso la sua vita tra i vicoli genovesi a raccogliere le testimonianza degli ultimi, dalle prostitute ai tossicodipendenti. Con l'accusa di essere un prete comunista lo allontanarono dalla sua parrocchia, ma lui che ha definito oscurantiste le posizioni della Chiesa e ha difeso la libertà individuale nel caso Welby ed Englaro, non si è mai fatto intimorire.
Nel suo libro Così in terra, come in Cielo ha raccontato la sua religione. Oggi a 83 anni aiuta il parroco di San Benedetto al Porto di Genova (chiesa di cui don Andrea fu fondatore), don Federico Rebora. È lui il vero lume di don Gallo, l'anello di congiunzione tra la Chiesa e il figliol prodigo.

Tonio Dell'Olio, contro il 'privilegium mafiosi'

Don Tonio Dell'Olio, responsabile internazionale di Libera.

Ex coordinatore del movimento cattolico internazionale per la pace, Pax Christi, oggi è portavoce e responsabile internazionale di Libera e membro del centro interconfessionale per la pace (Cipax) e della Tavola della pace. Sacerdote della diocesi di Trani-Barletta Bisceglie, collaborò con Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi.
Non è mai andato contro il clero, ma ha sempre vissuto una vita fuori dagli schemi ecclesiastici. È stato cappellano del carcere di massima sicurezza di Trani, in provincia di Bari, e ha lavorato anche nei Quartieri spagnoli di Napoli. Oggi lavora con don Ciotti e non ha avuto remore a schierarsi dalla parte di Nichi Vendola, il presidente della regione Puglia, gay.
DALLA PARTE DI WELBY. In una lettera alla senatrice del Pd Paola Binetti scrisse: «Il samaritano, il ladrone, gli stranieri, l'adultera, l'esattore delle imposte, i lebbrosi, la vedova e la samaritana… non solo non vengono giudicati (e tanto meno discriminati) ma addirittura proposti come modelli nella prospettiva che coloro che consideriamo ultimi, ci precedono. Se volessimo attualizzare la parabola del samaritano dovremmo dire che a scendere da Gerico a Gerusalemme è un omosessuale».
Nella vicenda Welby si schierò dalla parte della famiglia contro il rifiuto della Santa Sede di celebrare l'onoranza funebre, e nel 2010, davanti alla sepoltura di Enrico De Pedis, uno dei boss della Magliana, nella basilica di Sant'Apollinare a Roma, perché considerato un benefattore, scrisse: «Mi chiedo se bastano le sue elemosine a convincere uomini di Chiesa a trasgredire persino il Codice di diritto canonico e a conferire un onore tanto grande a un criminale. Perché il Vicariato di Roma o il Vaticano non pongono fine a questa sorta di 'privilegium mafiosi'? Toglierebbero di mezzo questo monumento alla complicità, riscatterebbero una credibilità compromessa di una Chiesa che dice che il Vangelo e le mafie sono inconciliabili».

Claudio Miglioranza il campagnolo

Don Claudio Miglioranza.

È un prete operaio che vive nelle campagne che circondano la sua terra, Castelfranco Veneto, insieme a sette senegalesi di fede islamica. È qui infatti che don Claudio vive dal 1978 in condivisione con bisognosi ed emarginati. Anche lui, dopo gli studi presso il seminario di Treviso, dove è entrato nel 1954, è passato per quello di Verona, Nostra signora di Guadalupe. Nel 1970 è partito per l’Argentina dove è rimasto fino al 1976.
La sua testimonianza raccolta nel volume Memorie di realtà intraviste è una testimonianza di una scelta di vita intesa come dono.
L'ATTACCO A MARCHIONNE. Non ci sono insegnamenti teorici né prediche moralistiche nel suo curriculum vitae ma la continua scelta della vita umile e della difesa dei più deboli. Che negli ultimi giorni sono stati gli operai di Mirafiori, nei confronti dei quali don Claudio ha dedicato preghiere e sermoni, accusando Sergio Marchionne, di perseguire una «retrocessione nei diritti» dei lavoratori; nell'omelia della messa del 2 gennaio ha attaccato l'amministratore delegato Fiat, rimarcando che il manager guadagna «quanto 6.400 dei suoi dipendenti».

Giorgio De Capitani, l'antigerarchico

Giorgio De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate in provincia di Lecco.

Si batte contro il ritualismo senza futuro della Chiesa. E lo fa direttamente dall'altare o dal suo sito, dongiorgio.it, dove scrive i suoi pensieri e le sue liturgie. Ma soprattutto i suoi strali. Don Giorgio De Capitani contro le disposizioni della Santa Sede del motu proprio sulla Messa in latino per esempio ha detto: «La gente di oggi non capisce l'italiano, e voi mi proponete di dire la Messa in latino? Aveva ragione, su questo, Lutero che aveva proposto una lingua popolare per poter comunicare alla gente comune la parola di Dio».
Sacerdote dal 1963 nella diocesi di Milano, don Giorgio è parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, e ogni giorno dal suo sito si scaglia contro una chiesa gerarchica, senza preoccuparsi di essere troppo irriverente. Parla di «religione che sodomizza le coscienze» e si chiede: «Perché il Papa non se ne sta a casa, lasciando che a parlare siano i suoi preti, o meglio i ministri del Cristo radicale?».
CONTRO BERLUSCONI. Il prete lombardo è anche tra i 41 preti firmatari di un manifesto di Micromega contro la legge sul testamento biologico: «Una legge inumana e oscurantista», dice vantandosi di essere l'unico firmatario ad avere «ancora una sua chiesa da seguire, un suo gregge. Perché sono convinto che il mio cardinale in cuor suo la pensa come me. Ma non può dirlo», sottolinea riferendosi a Dionigi Tettamanzi.
Il suo pensiero 'eretico' si può riassumere in uno degli ultimi post: «Finché ci sarà Berlusconi come responsabile del Paese non ci sarà possibilità alcuna di costruire pacificamente e democraticamente il bene comune. Tolto lui di mezzo, le sue due 'migliori' puttane, Lega e Vaticano, non avranno più il loro protettore, e saranno costrette a rifarsi la verginità».

Vitaliano della Sala, il no global

Vitaliano Della Sala, il prete no global.

Il prete avellinese vicino al movimento no global è un convinto critico delle istituzioni ecclesiastiche considerate obsolete e troppo lontane dalla vita reale delle persone comuni. Vitaliano della Sala non partecipa alle riunioni del clero, che considera «un'inutile perdita di tempo, un insulto alla sensibilità e all'intelligenza di ognuno».
Durante il suo sacerdozio si è scagliato contro tanti esponenti del Clero, ha accusato anche il cardinale Angelo Sodano di simpatizzare con la dittatura militare di Augusto Pinochet e quando nel 2000 è arrivata la prima ammonizione, non si è scomposto, era solo una delle tante.
PRIMA LA SOSPENSIONE POI IL PERDONO. Dopo due anni è, infatti, stato rimosso dall'ufficio di parroco in Sant'Angelo a Scala. Ma nonostante le sue posizioni radicali, la sua sospensione a divinis è stata ritirata.
Dopo la decisione del Vicariato di impedire la celebrazione dei funerali religiosi per Piergiorgio Welby, all’interno della Chiesa cattolica si sono levate diverse voci contrarie: insieme a don Dell'Olio, don Formenton e don Farinella, naturalmente, c'era anche don Vitaliano.

Don Luigi Verzè, il prete manager

Le sue dichiarazioni spesso lasciano perplessa anche la Chiesa, tanto che in più occasioni è stato redarguito. Nel 1964 al prete manager, Luigi Maria Verzé, fu comminata dalla curia milanese «la proibizione di esercitare il Sacro ministero» e nel 1973 fu sospeso a divinis, ma entrambe le pene sono state poi revocate.
Don Verzé è il fondatore dell'ospedale San Raffaele, presidente della Fondazione centro San Raffaele del Monte Tabor e attuale rettore dell'università Vita-Salute San Raffaele. Per lui, classe 1920, campare 150 anni, non è impossibile, tanto che lo ha garantito anche al premier Silvio Berlusconi. Grazie alla scienza «torneremo a vivere fino a 120 anni. Credo a ciò che è stato scritto su Matusalemme», ha spiegato don Verzè, il cui progetto prevede l'istituzione di un centro chiamato «Quo Vadis» sulla medicina predittiva. Per questo sul connubio tra fede e scienza, non ha dubbi e alla domanda: «Ferma i suoi ricercatori se vanno in una direzione che la Chiesa non vuole?», rispode: «No. La scienza non la ferma nessuno, nemmeno la Chiesa».
SE FOSSI PAPA. Sempre pronto a contestare anche le decisioni del Clero, fece clamore la sua lettera al Corriere della sera intitolata Se io fossi papa in cui diceva: «I Vescovi li farei eleggere dal popolo cristiano ed eliminerei il cardinalato e tutte le distinzioni feudalesche». Provocatorio ma mai eretico sino in fondo, Don Verzè ha avuto più guai con la giustizia terrestre, che con quella divina: nel 1976 è stato condannato dal tribunale di Milano a un anno e quattro mesi di reclusione per tentata corruzione in relazione alla convenzione con la facoltà di medicina dell’università statale di Milano e la concessione di un contributo di due miliardi di lire da parte della Regione Lombardia, nel 1977 è riconosciuto colpevole di «istigazione alla corruzione». Ma le accuse e le incriminazioni non sono mai arrivate a un verdetto definitivo perdendosi in archiviazioni, rinvii a giudizio e prescrizioni .

Gianfranco Formenton, il parroco comunista

Gianfranco Formenton parroco di Sant'Angelo in Mercole, in provincia di Spoleto.

Contro la legittimazione religiosa dell'immorale industria delle armi e della politica guerrafondaia, Gianfranco Formenton scrive lettere e omelie. Tacciato di essere prigioniero dell'ideologia comunista, amico dei sovversivi, fiancheggiatore dei Ds, il parroco spoletino ha scritto anche al cardinale Camillo Ruini. Una missiva dove si definisce: «Il parroco della parrocchia più 'rossa' d’Italia dopo Alfonsine e Argenta», ha scritto per fare un appello al cardinale: «Dica una parola semplice sulla laicità. Ci racconti che mai la fede è un elemento di giustificazione delle ideologie».
CONTRO I CAPPELLANI MILITARI. Il parroco di Sant'Angelo in Mercole, in provincia di Spoleto, è conosciuto per la sua continua lotta pacifica al coinvolgimento di Dio in guerra: «Nella Chiesa cattolica c'è persino una categoria strana di preti, stipendiata dall'Esercito, inquadrata nella sua gerarchia, addetta a ricordare a Dio i suoi doveri verso i nostri soldati. I cappellani militari sono inquadrati in un'altra gerarchia teologicamente inesistente ma che è contemplata dagli ordinamenti giuridici: l'Ordinariato Militare. Vale a dire che in pratica esiste una 'Chiesa militare' con relativo Vescovo. Per la Chiesa sono preti e monsignori. Per l'esercito sono capitani, tenenti».

Enzo Mazzi contro il monopolio delle gerarchie

Don Enzo Mazzi, leader della Comunità di base L’Isolotto di Firenze.

Negli anni 60 venne sconfessato dal cardinale Ermenegildo Florit, ma lui proseguì ugualmente la sua esperienza di fedeltà ai valori evangelici respingendo ogni forma di potere. E ancora oggi è un convinto critico delle scelte della Chiesa ufficiale, che definisce: «Chiesa del potere». Enzo Mazzi, da non confondere con il prete che tutti vedono in televisione, Andrea Mazzi, è il leader della Comunità di base L’Isolotto di Firenze. Non teme il confronto e la dialettica con le file gerarchiche, anche le più alte.
Davanti all’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI don Mazzi ha scritto: «Il linguaggio dei papi in questi due secoli si è affinato, non c’è dubbio, ma la sostanza resta quella: la grande paura che la modernità renda superflua la Chiesa».
MENO CHIESA, PIÙ DIO. Per il sacerdote fiorentino la vita francescana è il modello che tutti dovrebbero seguire, perché: «Più aumenta la presenza della Chiesa, più Dio è in ombra. Più ingrossa il fiume di danaro che la Chiesa ha a disposizione e minore è la forza della buona novella di giustizia ai poveri». Sempre pronto a redarguire un clero lontano dai suoi fedeli, don Mazzi ammonì la Chiesa anche per non essersi presa cura dei suoi preti: «Non può più trovare alibi per non guardarsi dentro e soprattutto osservare la personalità dei suoi chierici», disse preoccupato per lo scandalo dei sacerdoti pedofili.
Difensore dei deboli, anche sul caso della pillola abortiva Ru486 diede una lettura diversa, che non piacque ai suoi superiori: «Il potere ecclesiastico amministra le paure che l'uomo e la donna hanno di fronte alle pulsioni della vita e su tale paura e sui sensi di colpa edifica il proprio autoritario paternalismo.Quando il potere ecclesiastico arriverà a chiedere perdono alle donne di tutti i misfatti compiuti contro le loro coscienze fin dalla più tenera età, contro i loro corpi, i loro uteri, la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà credibile nel suo parlare d'aborto e di difesa della vita».

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