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EDITORIA
24 Gennaio Gen 2011 1120 24 gennaio 2011

E John prese il fucile

Un bellicoso Elkann si muove tra Fiat e Corriere.

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di Francesco Sala

John Elkann ama presentarsi come uno che della palude italiana, soprattutto quella dei legami vischiosi tra impresa e politica, si occupa poco e malvolentieri. Dicono che gli piaccia raccontare alle persone con cui è in confidenza che il direttore della Stampa non l’ha neppure scelto lui, ma ha lasciato l’incombenza alla giovane moglie, Lavinia Borromeo. Dopo alcune cene con i candidati, ha prevalso il nome di Mario Calabresi, più per una questione di affinità personale che per valutazioni strettamente professionali.
AL CENTRO DELLO SCONTRO. Sempre in volo tra Cina e Brasile, Elkann se proprio deve leggere un giornale sceglie l'International Herald Tribune o il Financial Times. Probabilmente non ha neppure mai letto un numero del Fatto Quotidiano, dove lavora Beatrice Borromeo, sorella di Lavinia. Eppure, al centro del più grande scontro pubblico della storia recente tra un direttore del Corriere della Sera e i suoi editori c’è proprio lui, John (che da tempo detesta essere chiamato ancora Jaki).

La tensione degli azionisti

Prima la storia della lettera dell’11 gennaio al presidente del patto di sindacato che controlla il Corriere della Sera, che dalla Fiat smentiscono con forza, in cui il Lingotto protesterebbe per la linea del giornale sulla vicenda Mirafiori (tradotto: dovete proprio far scrivere quelle cose a Massimo Mucchetti? Perché il giornale della Fiat deve scavalcare Repubblica per durezza delle critiche?). Tanto che l'intervista di Marchionne post-Mirafiori è stata concessa alla concorrenza, cioè al direttore di Repubblica.
LA VISITA AL CORRIERE. Poi la visita di John in via Solferino (svelata da Dagospia), di per sé innocua, se non fosse che due giorni dopo il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli, in un lungo intervento ai suoi giornalisti riuniti, ha denunciato le pressioni degli azionisti di Rcs sul giornale: «Ecco, i rapporti con le proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra, sono passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti sindacali. Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un messaggio a voce, una pacca sulla spalla. Nulla». Elkann ha spiegato in privato che quella visita doveva servire proprio a rassicurare De Bortoli dopo le indiscrezioni sulla lettera di protesta. Ma, se quello era davvero lo scopo, non deve essere bastata.
AZIONISTI IN FERMENTO. Certo, non c’è soltanto John ad agitarsi intorno a De Bortoli. Gli azionisti della Rcs sono un po’ tutti in fermento come Diego Della Valle che, venerdì 21 gennaio, se l'è presa con un non meglio precisato «vecchio signore che pensa ancora si possano gestire il potere, le sedie e i posti con vecchie logiche bizantine». Un ritratto velenoso di Giovanni Bazoli, secondo molti. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo è uno dei due principali garanti di De Bortoli (l'altro è Cesare Geronzi, oggi alle Generali) e tra gli osservatori più prudenti delle imprese globali di Marchionne, visto che sono fatte in gran parte con i soldi prestati dalla sua banca. Crediti che rischiano di essere annacquati nella prevedibile fusione del Lingotto con la Chrysler, come ha ricordato proprio Mucchetti nei pezzi incriminati. Interpellato dai cronisti, Bazoli non ha voluto commentare.

Il referendum sul direttore

Troppo presto per capire come si concluderà lo scontro appena iniziato intorno a via Solferino. Per ora ci sono solo due dati di fatto: che da quando si è saputo della protesta del Lingotto per la linea del giornale, Massimo Mucchetti non si è occupato perb un po' di Fiat, salvo tornare poi sul tema 'sensibile' delle stock option di Marchionne smentendo chi aveva pensato che De Bortoli gli avesse messo la mordacchia.
E che Elkann ha reso finalmente esplicito il suo ruolo di editore del Corriere, completando anche in questo campo la lunga successione al nonno (negli anni scorsi, di via Solferino si era occupato soprattutto Luca Cordero di Montezemolo). Una evoluzione che già si intravedeva quando il Lingotto ha deciso di includere le partecipazioni editoriali del gruppo in Fiat Auto, società molto più “politica” di Fiat Industrial (che però è assai più redditizia).
ULTIMATUM PER DE BORTOLI. Se poi queste tensioni intorno a De Bortoli dovessero culminare nella sua sostituzione con Mario Calabresi, sarebbe la prova definitiva che tra i soci del patto è emersa una nuova leadership e che, dopo una fase targata Bazoli-Geronzi, inizia l’era Elkann. Per ora, De Bortoli ha reagito chiamando i suoi redattori a un referendum sul piano industriale e sulla sua testa: se vincesse, incasserebbe il via libera alla riorganizzazione del personale e una nuova fiducia che lo renderebbe più forte nella dialettica con la proprietà. Se dovesse perdere (ma conta di vincere) se ne andrà.

Il binomio Elkann-Marchionne

Come suo nonno, l’avvocato Gianni Agnelli, John non coincide esattamente con la sua immagine pubblica. Lo dimostra la vicenda del Corriere: il disinteresse verso le cose italiane è un po’ di facciata e serve anche alla costruzione del personaggio, erede globale di una famiglia molto locale che, con i suoi collaboratori, parla in inglese. Meglio lasciare che sia Sergio Marchionne a fare il poliziotto cattivo che denuncia i mali italici, così John può fare il buono.
LA DISCREZIONE DI JOHN. Un gioco a volte esplicito, condotto con un’ingenuità un po’ americana, come nel giorno dei risultati del referendum su Mirafiori: John ringrazia e dice di andare avanti, Marchionne si lamenta per le critiche ingiuste. Eppure, chi ha avuto modo di parlare con Elkann in privato, racconta che lui abbia posizioni anche più nette di quelle di Marchionne, soprattutto sulla Fiom che considera quasi alla stregua di un nemico politico da piegare una volta per tutte. Comunque, si guarda bene dall’esternare qualsiasi commento che non sia ben calibrato e limato fino a diventare anodino. Preferisce agire, con discrezione, più che parlare.
IN PENSIONE GABETTI E GRANDE STEVENS. Quasi nel silenzio ha reciso i legami anche con l’avvocato Franzo Grande Stevens, come raccontato proprio da Lettera43.it: ora, alla nuova Fiat servono studi legali internazionali, conosciuti più a Detroit che a Torino.
E in primavera ha pensionato anche Gianluigi Gabetti, storico regista delle collaborazioni tra i diversi rami della famiglia riuniti nell'Accomandita, salvato dai giudici a fine dicembre che hanno assolto sia lui che Grande Stevens per la vicenda dell'equity swap (cioè l'operazione finanziaria con cui le holding degli Agnelli, nel 2005, sono riuscite a evitare che il controllo della Fiat passasse alle banche creditrici) nonostante le multe della Consob.
DIVIDENDI STRATEGICI. Le scelte strategiche, quindi, ormai ricadono soltanto sulle spalle di Elkann (e di Marchionne che, complici le stock option, ormai ragiona quasi come un'azionista del gruppo). A cominciare dal dividendo: nel 2010 la Fiat, nonostante un bilancio in rosso di 800 milioni, ha distribuito agli azionisti 237 milioni che servivano soprattutto a Exor, perché solo i dividendi, alla fine, tengono compatta la nebulosa degli eredi Agnelli. E nelle prossime settimane la coppia Marchionne-Elkann dovrà decidere cosa fare quest'anno.
UN UTILE DI 455 MILIONI. Secondo le stime di Radiocor, il gruppo Fiat (con l’ultimo bilancio prima dello spezzatino tra auto e camion) presenterà conti 2010 con utile di 455 milioni. Quanti se ne prenderà Exor? Questa volta la decisione sarà politicamente sensibile, visto il crollo delle quote di mercato del gruppo e le tensioni che si sono consumate su Mirafiori e Pomigliano. Per John la cosa migliore, ancora una volta, è lasciare che sia Marchionne a prendersi il peso dell'impopolarità prevedibile di un pagamento generoso. Lui si limiterà a incassare.

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