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14 Febbraio Feb 2011 1452 14 febbraio 2011

Giuliano il camaleonte

Il percorso politico di Ferrara, dal Pci a Craxi a Berlusconi.

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Giuliano Ferrara (foto Getty Images).

Sempre in soccorso del vincitore, moderno Machiavelli, trasformista insuperabile, concentrato di contraddizioni e mutazioni ideologiche incredibili, perché solo gli stupidi non cambiano idea, e la frase fatta su Giuliano Ferrara è: «Però è intelligentissimo». Però.
C’è chi, come la sua ex amica Adele Cambria, ne ha tentato un’analisi psicoanalitica. Sarebbe la sua grassezza a renderlo odioso a se stesso e quindi a portarlo, sapendo di non poter piacere al prossimo, a sfidare gli altri in una guerra preventiva costante, difendendo posizioni insostenibili e sposando la scorrettezza.
Può essere vero ma solo parzialmente, perché poi Ferrara si ritrova sempre dalla parte del potere che comanda, mai col perdente. Comunista quando il Pci era potente, craxiano quando Craxi era a Palazzo Chigi, berlusconiano dal ’93 e, quando la stella di Arcore indeboliva i suoi raggi, nelle braccia del Vaticano o in ammiccamenti con Fini.
CAMPIONE ARCITALIANO. In questa parabola arcitaliana di Ferrara, un campione nell’arte di sapersi adattare all’habitat politico, si rintracciano contraddizioni che potrebbero dilaniare un corpo meno possente del suo.
Un ex comunista che diventa consigliere prediletto del politico con l’ossessione dei comunisti; apostolo dell’antiaborto che però da giovane fece abortire tre fanciulle; ammiratore del Craxi che a Sigonella schiaffeggiava gli Usa, ma anche spia prezzolata della Cia (lo raccontò lui stesso); nemico del giustizialismo delle procure ma inventore del giustizialismo televisivo, a cavallo del ’90; fresco osannatore del marchionnismo, ma già responsabile del Pci operaista a Mirafiori negli anni ‘70, suo esordio politico.
È lì che parte la carriera del camaleonte Ferrara, che però non è un lecchino da strapazzo come tanti, è uno che anticipa i cambi di corrente, che li provoca, che consiglia i leader sul da farsi.
«È un bravissimo velista, sa calcolare bene il vento, fino anche all’ultimo refolo», ha osservato Pino Nicotri, autore di una documentatissima biografia di Ferrara (“L’arcitaliano”, Kaos edizioni).
Nei primi anni ’70 Giuliano, che era figlio di papà (il senatore comunista Maurizio Ferrara, direttore de l'Unità), venne mandato a Torino su raccomandazione di Giancarlo Pajetta, per farsi un’esperienza politica importante.
QUESTIONARIO GALEOTTO. Dopo pressioni su Diego Novelli, dirigente del Pci piemontese, e sulla componente comunista degli operai della Fiat di Torino, al 21 enne Ferrara fu dato un incarico di grande prestigio, responsabile fabbriche del Partito comunista italiano a Torino. Lì venne fuori lo zolfo di Ferrara.
Dopo l’assassinio del sindacalista Guido Rossa, Giuliano fu tra i promotori nel Pci, insieme con Ugo Pecchioli, di un questionario di massa per chiedere alle gente (e anche agli operai Fiat) se sospettava di qualcuno come terrorista. Era insomma il lancio della delazione di massa, che Ferrara (oggi difensore della privacy contro i guardoni e le spie puritane) difese anche con un pezzo pubblicato nelle lettere di Repubblica (titolo: 'Il diritto alla delazione').
Quel questionario ebbe migliaia di risposte che nessuno sa come furono gestite dal Pci. Però si sa che cosa successe a Mirafiori: licenziati 61 operai, anche se poi ben 57 di questi risulteranno estranei ai fatti addebitati.
In seguito Ferrara scaricherà le colpe su altri, dicendo che la lista dei licenziati fu concordata da Pecchioli e da Umberto Agnelli.
LO SCONTRO CON FASSINO. A Torino, Ferrara scalpitava per scalare il Pci piemontese. Era in competizione con Piero Fassino, carattere completamente diverso dal suo.
Fassino era un gran lavoratore, sobrio, riservato e aveva un rapporto privilegiato con Berlinguer, a cui scriveva i discorsi.
Ferrara era esuberante, giocava a poker fino alle 3 del mattino, amava provocare e polemizzare.
Tra i due ebbe la meglio Fassino, che lo sconfisse nella corsa a segretario provinciale del Pci, mentre Ferrara rimase capogruppo in consiglio comunale.

Il giornalismo e il rapporto con la Cia

Giuliano Ferrara (a sinistra), con la sezione del Pci torinese (a destra, Piero Fassino ed Enrico Berlinguer).

Poco per le ambizioni di Giuliano, proporzionali alla sua stazza e al suo appetito. Mentre cominciava a intiepidirsi il suo amore per il Pci, si guardava attorno.
Nel 1982 trovò un pretesto per rompere: dopo un viaggio in Israele, Palestina e Libano e la strage di Sabra e Chatila, tornò a Torino e pretese che un concerto di Luciano Berio, in piazza San Carlo, venisse dedicato alle vittime palestinesi. Non lo ottenne e come risposta prese a schiaffi, in pubblico, l’assessore alla cultura (Pci) del comune.
Così tornò a Roma, città che più si confà al suo carattere, studiando le prossime mosse e annusando i refoli di vento.
L'INGRESSO NELLA STAMPA. Lì decise di non essere fatto per la politica attiva, ma per il giornalismo. E siccome le conoscenze in famiglia non mancavano, arrivò all’Espresso come collaboratore, grazie ad un amico del padre. Scriveva soprattutto di Pci.
Poi il passaggio al Corriere della sera. Come? Claudio Martelli dirà di averlo raccomandato lui a Piero Ostellino, allora direttore in via Solferino (lo stesso Ostellino che ha aderito alla campagna delle mutande di Ferrara, corsi e ricorsi storici…), facendo imbestialire Ferrara che invece sostiene di esserci arrivato grazie ad Alberto Ronchey, amico del padre quando entrambi (uno per La Stampa l’altro per l’Unità) facevano i corrispondenti da Mosca.

Per la discesa in campo di Berlusconi

Giuliano Ferrara e Bettino Craxi.

Fatto sta che Ferrara arrivò nel primo quotidiano italiano e lì si fece notare da Bettino Craxi, che venne elogiato magnificamente in un pezzo. Il giorno stesso Craxi lo chiamò a Palazzo Chigi per offrirgli una carriera politica, che venne respinta da Ferarra in cambio di un contratto d’assunzione a Reporter, giornale d’area Psi.
Arrivò così il periodo del Ferrara craxiano e socialista, che durò un bel po’, con la parentesi (nel 1986) dei servizi resi alla Cia che trovava in Ferrara un informatore sulle cose italiane (storia che lui pubblicherà nel 2003 sul Foglio, con questa titolazione: 'L’elefante aiutava l'intelligence. Le buste della Cia, i contratti del Cav e del Corriere, storie di un bandito').
DA CRAXI AL CAVALIERE. Da Bettino, Giuliano arrivò presto a Silvio. Diventando un personaggio televisivo con programmi giustizialisti (uno si chiamava anche l’Istruttoria e lui indossava una toga), sull’onda di Mani pulite.
Stava preparando la strada alla discesa in campo di Berlusconi, che di fatto coincise con la morte politica di Craxi.
Ha raccontato Confalonieri che fu proprio Ferrara, insieme con Dell’Utri e Urbani, quello che più fece pressione sul Cavaliere perché scendesse in politica.
Lo convinse e aveva ragione: Berlusconi diventò premier, Ferrara ministro e portavoce del governo.
Si arriva così al Ferrara che conosciamo, che nel frattempo, in 15 anni circa, è riuscito ad appoggiare la guerra preventiva di Bush jr, la crociata ultracattolica contro le staminali e l’aborto, le feste di Arcore.
Per un certo momento sembrava attratto da Fini, ma è durato un attimo. Poi da Marchionne. Ora è di nuovo convintamente berlusconiano. Qualcuno dice che “porta iella”, nel senso che se sposa una causa quella è spacciata. Può essere. Ma solo se nel frattempo lui ne ha già trovata un’altra, vincente, da sposare.

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