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Leghisti in trasferta

Storie tragicomiche del Carroccio, dalla Libia alla Serbia.

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Dalla dormita del leader Umberto Bossi durante l'incontro con il leader serbo Slobodan Milošević nel 1999, alla maglietta anti Maometto di Roberto Calderoli nel 2006. Dalle collaborazioni altalenanti con l'austriaco di destra Jorg Haider, fino ai rapporti con il nazionalista sloveno Nicolas Oman per la costruzione di un villaggio in Croazia su cui pende un'indagine della magistratura.
Come ha dimostrato anche la recentissima polemica su una (subito smentita) richiesta di armi per la secessione padana (vai all'articolo) al leader libico Muammar Gheddafi, quando la Lega Nord decide di occuparsi di politica estera non sempre le cose vanno nel verso giusto.
Anzi, il più delle volte le iniziative di alcuni parlamentari o di ministri si sono rivelate fallimentari, veri e propri boomerang per eccessiva intraprendenza o semplice mancanza di accortezza. La lista di vicende imbarazzanti che negli ultimi 20 anni hanno caratterizzato le missioni fuori confine del Carroccio è illimitata.
L'ORAFO STEFANO STEFANI. Basti pensare che il responsabile per la politica estera del partito è Stefano Stefani, leghista di Vicenza, attualmente nella commissione Esteri di Montecitorio. Il suo ultimo successo è stata la creazione di una sede del Carroccio a New York nel 2010, punto di transito per i molti leghisti che negli scorsi mesi hanno partecipato alla classica maratona della grande Mela.
Ex sottosegretario alla Farnesina nel precedente governo di centrodestra, Stefani, orafo vicentino con la licenza di terza media, dovette abbandonare nel 2003, in anticipo sulla fine del mandato. Il motivo? L'aver scritto un pezzo sul quotidiano di partito la Padania nel quale definiva i tedeschi «biondi, iper-nazionalisti, stereotipati, ubriachi di tronfie certezze» invasori delle spiagge italiane. La Germania ne chiese la testa e l'allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini lo definì un «idiota».
CALDEROLI ALLA LARGA DALLA LIBIA. Si racconta che in questi giorni di fuoco per la situazione libica, ai giornalisti che gli domandavano perchè non fosse nel comitato d'emergenza, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli abbia risposto scherzando: «Maroni me lo aveva chiesto, ma gli ho risposto che dalla Libia é meglio che mi tenga ancora alla larga!».
Del resto, la maglietta mostrata in diretta sulla Rai con le vignette satiriche su Maometto nel 2006 causò manifestazioni in Libia contro il consolato italiano dove morirono 17 persone.

La campagna libica delle camice verdi

Queste, e molte altre storie, sono state raccontate dal dissidente Leonardo Facco nel suo ultimo libro Umberto Magno, uscito nel 2010. Gli aneddoti narrati dall'ex giornalista de La Padania rasentano il ridicolo. Negli ultimi giorni, dopo le sparate di Bossi contro Gheddafi («È un gatto che sta affogando»), molti si sono ricordati un pezzo di questo libro, che racconta di una spedizione di camice verdi in Libia all'inizio degli anni '90.
L'AUTISTA DI BOSSI. Protagonista di quel viaggio fu Pino Babbini, il capo delegacìun, autista del Senatur che raccontava di voler barattare la fine dell'embargo in Libia (sic) per ricevere dal raìs i soldi per comprare il quotidiano il Giorno.
Una storia ovviamente finita male, che nelle parole di Roberto Bernardelli, altro dissidente leghista, ora segretario della Lega Padania Lombardia, si conclude così: «Siam partiti per cercare di avere i soldi per acquistare un giornale e siam tornati in Italia con una campionatura di teste dʼaglio!».
Babbini fu alloggiato in una mega suite di 250 metri quadri, tre bagni e sala riunioni, dove si divertiva a entrare e uscire dalle porte, per vedere le reazioni delle guardie del corpo libiche al seguito della delegazione padana.
QUATTRO GATTI SUL PO. Di quel viaggio si può ricordare un altro aneddoto molto spassoso, quando Babbini mostrò doni per il colonnello libico. «Tirò fuori dalla valigietta il libro di Simonetta Faverio, Quattro gatti sul Po, una serie di paccottiglie varie e, pezzo forte, estrasse due Albertino da Giussano in oro, le spillette col simbolo leghista da mettere sulla giacca».
Non solo. Babbini, secondo Bernardelli, in milanese stretto propose persino il progetto di un albergo di Sesto San Giovanni, che però non convinse il ministro degli Esteri libico laureato alla Normale di Pisa. Insomma la spedizione non finì alla grande.

Missione nei Balcani per conto di D'Alema

Non ebbe sorte migliore nemmeno la missione in Serbia del '99, quando il Senatùr, benedetto dall'allora primo ministro Massimo D'Alema, si recò a Belgrado durante la guerra tra del Kosovo. Il racconto è di Domenico Comino, ex ministro per le Politiche Europee del primo governo di Silvio Berlusconi, poi diventato dissidente all'interno del Carroccio.
Il vertice con Milošević non iniziò nel migliore dei modi. Nelle intenzioni di Bossi c'era l'obiettivo di offrire aiuto ai serbi dopo la guerra e magari di trattare su alcune questioni legate al conflitto con gli Stati Uniti.
Scrive Facco, riportando le parole di Comino: «Entrammo in Serbia con una macchina targata Zagabria e, ovviamente, ci fermarono nella piazzola di un distributore per controlli di routine. Il casino scoppiò quando scoprirono, sul passaporto di Roberto Maroni, il visto con lʼaquila americana. Figurati, quelli che erano bombardati dagli americani, insospettiti che fossimo delle spie chiamarono gli agenti della polizia politica, che ci fecero restare due ore in caserma. Dopodiché, arrivò il famoso tramite che gli spiegò che eravamo parlamentari e volevamo incontrare Milošević e così ci rilasciarono e perfezionammo i contatti per la terza missione».
QUANDO BOSSI SI ASSOPÌ CON SLOBO. Il meeting non andò nel migliore dei modi. Si legge ancora nel libro: «Andammo io, Bossi e Morandi. Una missione benedetta anche da DʼAlema, che temeva che Milošević bombardasse la Puglia, la sua regione elettorale, e che avrebbe legittimato in prospettiva lʼentrata della Lega al governo. [...] La mattina seguente il leader serbo decise di incontrarci, anticipando i tempi. Mi accorsi che mentre il presidente parlava, Bossi non cʼera e quando ci parlò dei bombardamenti americani, sulla situazione della guerra eccetera, Bossi si addormentò sulla sedia!». La rivoluzione leghista russa.

10 Marzo Mar 2011 1834 10 marzo 2011
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