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L'intervista
29 Marzo Mar 2011 0803 29 marzo 2011

Siria, tanto rumore per nulla

Perché al Assad non si farà da parte.

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Contagiata dal vento di cambiamento che soffia dal Nord Africa, e travolta dalla fame, la Siria ha trovato il coraggio di scendere in strada e chiedere la fine del 40ennale regime degli Assad. Incarnato prima nel generale Hafez, capace di portare la minoranza sciita alawita alla ribalta del partito socialista panarabo Baath, e di mantenerne il controllo per un trentennio. Alla sua scomparsa, nel 2000, il testimone è passato al figlio Bashar, presidente contestato e pronto ad aprire il fuoco sui manifestanti per sedare la rivolta di questi giorni.
Ci sono voluti 150 morti - dichiarati - e lo spettro di una guerra civile per convincerlo della necessità di ascoltare la folla, promettendo riforme economico-sociali. Tra cui lo scioglimento del governo (leggi) guidato dal premier Muhammad Naji al Utri zio della first lady Assma al Assad (leggi il profilo) in carica dal 2003, annunciato dal presidente Bashar il 29 marzo. «Ma non bisogna illudersi: si tratterà con tutta probabilità solo di cambiamenti di facciata», ha ammonito a Lettera43.it Joshua Landis, direttore del Centro di studi mediorientali dell’università dell’Oklahoma, con radici familiari in Siria. «E il presidente non cederà il potere: farà un rimpasto maquillage e la situazione tornerà nei ranghi».

Domanda. Ma come, e la rivoluzione? È tutta una farsa?
Risposta. Non è una farsa ma ci sono molti aspetti da considerare. Primo: i media hanno esagerato la dimensione delle proteste: in realtà sono confinate al sud e in piccoli villaggi, non hanno attecchito nelle città che contano. Anzi.
D. Anzi cosa?
R. Non sono state mostrate le manifestazioni pro-Assad, che ad Aleppo e a Damasco sono state considerevoli.
D. Ma non sono pilotate dal regime?
R. È evidente che il governo le sta incoraggiando, ma non ho motivo di dubitare che in molti possano scendere in strada per difendere l’attuale presidente.
D. Per quale ragione? Il presidente fa parte di una minoranza etnica che raccoglie meno del 10% della popolazione.
R. È vero, ma gli alawiti si sono alleati con la minoranza ricca sunnita: commercianti, uomini d’affari, oligarchie di vario tipo. È questa unione che ha permesso al Baath di resistere così tanto tempo, ed è molto difficile che venga a mancare: ci vorrebbe una diserzione dell’esercito, ma non succederà.
D. Perché crede che i militari resteranno fedeli al presidente?
R. Semplice, perché sono alawiti come lui. È stato Bashar a dare loro la posizione che occupano e, essendo minoranza, sanno che se dovessero tradirlo sarebbero persi per sempre. I sunniti ‘poveri’, cioè il 70% della popolazione, li farebbero fuori. Il quadro della Siria è molto simile a quello dell’Iraq di Saddam. Non bisogna farsi ingannare da quanto successo in Egitto e Tunisia.
D. Che ruolo giocano i Fratelli Musulmani?
R. È difficile dirlo: la Fratellanza in Siria è molto più radicale che in Egitto, ma non ha lo stesso seguito. Detesta il presidente ma i siriani non le permetteranno di trascinare il Paese in una guerra civile: piuttosto si tireranno indietro.
D. Lasceranno che la protesta si sgonfi?
R. I siriani hanno visto troppo da vicino la guerra civile, sia in Libano che in Iraq. Per quanto siano scontenti del regime, non accetterebbero di farsi trascinare in quel gorgo sanguinario. È più facile che siano gli stessi sunniti a fermare le proteste, se quello dovesse essere il rischio.
D. L’Iran è storico alleato siriano: che ruolo gioca nei tumulti?
R. A Teheran piace agitare le acque, anche solo per spaventare Israele e gli Stati Uniti. I siriani considerano però l’Iran un antagonista nella regione: non un nemico, ma uno Stato con cui contendersi il primato. Va bene per attaccare Israele, ma non lasciano che Teheran sia troppo coinvolta negli affari interni. Alla Siria sta molto a cuore la sicurezza nazionale.
D. E Teheran potrebbe metterla a rischio?
R. Certo, è quello che fa in Libano agitando il conflitto etnico.
D. Il presidente Bashar ha studiato in Occidente, è diventato medico a Londra. Perché ha ceduto ai metodi di suo padre?
R. La verità è che alcune novità economico-finanziarie le ha introdotte, tanto che il Congresso americano lo ha salutato come un riformista. Ma se cedesse più di così, se aprisse il Paese a veri cambiamenti, lui perderebbe il potere. E questo, ovviamente, non può essere nelle sue intenzioni.
D. Gli Stati Uniti hanno ammonito Bashar di ascoltare il popolo, ma si sono affrettati a dire che non entreranno in scena.
R. C’è da crederci. Washington non ha alcun interesse a rimuovere il dittatore facendo saltare il tappo dell’intera area: di nuovo, l’Iraq funziona da esempio. Ma non sono i soli: anche Israele, che pure con la Siria è in guerra, preferisce al Assad al rischio di un incendio nella regione. E credo lo stesso si possa dire per la Giordania.
D. Insomma, molto rumore per nulla?
R. Sì, credo di sì. Il presidente aprirà formalmente all’opposizione e cambierà qualcosa nella facciata dell’apparato. I militari rimarranno vigili e i sunniti si calmeranno, spaventati dal rischio di un conflitto civile.
D. Quali sono le conseguenze di lungo periodo del tentato rovesciamento del potere?
R. Purtroppo, la gente starà sempre peggio. Il contraccolpo vero sarà sull’economia: già oggi in difficoltà, subirà durissimi colpi con il calo del turismo e degli investimenti stranieri, spaventati per l’instabilità dell’area. E il regime avrà sempre meno ricchezza da redistribuire.

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