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IL PROFILO
9 Settembre Set 2011 1239 09 settembre 2011

Lepore, toga e spaghi

Il procuratore capo di Napoli che indaga su Tarantini.

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Giovandomenico Lepore.

La sua giornata inizia con una breve telefonata al figlio Fabrizio, che ha 40 anni e non vive a Napoli. La sua miglior virtù, secondo la moglie Gloria - conosciuta quando era bambina e abitava nella stessa casa dove lui è cresciuto al Vomero - è «la straordinaria capacità di minimizzare anche le situazioni più difficili, tranquillizzando chi gli è vicino». Il peggior difetto è invece il buon appetito: «Davanti a un piatto di spaghetti», ha ammesso la consorte, «non riesce a controllarsi: è un inguaribile pastaiolo».
L'INCHIESTA TARANTINI. Giovandomenico Lepore, 75 anni a dicembre, sta per lasciare il suo posto di capo della procura di Napoli, che è ritenuta fra le più tormentate d’Italia e, sicuramente, la più affollata con i suoi 107, agguerriti sostituti.
Al suo posto si sono già auto-candidati ben 16 colleghi: segno che l’incarico è assai appetito. Nel frattempo, Lepore - con il procuratore aggiunto Francesco Greco e uno dei tre pm che curano l’inchiesta su Tarantini e Lavitola - si sta preparando a interrogare (come parte lesa) il premier Berlusconi per le vicende della presunta estorsione.
L'APPUNTAMENTO CON IL CAV. L’appuntamento è per il 13 settembre a Palazzo Chigi. Col premier il procuratore ha già 'dialogato', anche se a distanza: è accaduto per le liste elettorali 'inquinate', sul tema dei limiti alle intercettazioni («la rilevanza la stabiliamo noi e non i politici», ha più volte ribadito Lepore), o quando ha risposto piccato alle accuse lanciategli da Berlusconi sui rifiuti: «Il premier dice che noi magistrati chiudiamo apposta le discariche? Lo informo che in provincia di Napoli non ci sono discariche: come potremmo chiuderle?».

Le inchieste bollenti: dai rifiuti al caso Mastella, fino a Cosentino

In otto anni al vertice della procura, Lepore, che in passato aveva ricoperto il ruolo di avvocato generale (cioè il numero due) della procura generale ed era stato anche pm in appello nel processo sul sequestro Cirillo, venne nominato capo a Napoli nel 2004 in sostituzione di Agostino Cordova, magistrato calabrese burbero e taciturno (a Napoli viveva asserragliato in una caserma blindata) che, nonostante gli ottimi risultati ottenuti, era stato contestato da una parte dei suoi pm fino a subire una sorta di inedita censura per «incompatibilità ambientale».
TENSIONI IN PROCURA. Al suo insediamento, Lepore si ritrovò perciò a governare in un’atmosfera assai tesa, da tutti contro tutti. Un suo pm, Ivana Fulco, al secondo scippo subito in pochi mesi giunse a scrivergli una durissima lettera in cui pretendeva la scorta e accusava i colleghi di usare mano troppo leggera con gli indagati.
Dal canto suo Roberto Castelli, che allora era Guardasigilli, ha ricordato di recente che in quegli anni il capo della procura a Napoli «veniva sottoposto a pressioni fortissime da parte dei magistrati militanti». «Cordova», ha raccontato Castelli, «veniva spesso da me a sfogarsi».
L'ARTE DELLA PACATEZZA. Ma pressioni o no, il vomerese Lepore, una volta insediato, offrì subito prova delle sue riconosciute virtù di pacatezza. «Sulle macerie lasciate da Cordova», ha riconosciuto chi in quel periodo c’era, «ha camminato con passi felpati, da moderato doc».
Come «un buon padre di famiglia» impegnato a smussare gli angoli e abbassare i toni, secondo alcuni; come un «pavido che fa il pesce in barile per evitare scontri e rinviare i guai», secondo i più critici. La verità, ha raccontato chi lo conosce bene, è che spesso Lepore ha alzato anche la voce per imporsi ai suoi pm.
GLI AFFONDI DEL PM. E non ha lesinato frasi forti: «A parole», ha per esempio detto, «tutti discutono di lotta alla camorra, ma nei fatti veniamo spesso lasciati soli». Oppure: «I politici si ritengono intoccabili: se ne tocchi uno, la reazione è unanime».
Il suo più grande merito, però, sembra essere un altro: «Giunto alla fine della carriera», hanno ricordato in procura, «c’è ancora chi a Napoli definisce Lepore uno di destra e chi lo etichetta di sinistra. Segno, questo, che è stato un buon magistrato».
Moderato appare anche nella collocazione politica di categoria. Lepore appartiene da sempre alla corrente maggioritaria della Magistratura, Unità per la Costituzione.
OTTO ANNI IN TRINCEA. Eppure, negli otto anni vissuti in trincea, sono state innumerevoli le inchieste bollenti che ha dovuto gestire. Dalla Camorra a Calciopoli, dai rifiuti alle indagini su Clemente Mastella (che indussero l’esponente politico a dimettersi da ministro di Giustizia), fino a quella su Nicola Cosentino e le presunte collusioni di camorra, per cui il coordinatore campano del Pdl fu costretto a lasciare l’incarico di sottosegretario all’Economia.

Deluso dalla fuga di notizie sull'inchiesta di estorsione

Corrado Lembo, capo della procura di Santa Maria Capua Vetere.

Vita privata ultra-solida, quella del procuratore capo. Un figlio 40enne, architetto, che non lavora a Napoli, la moglie insegnante di inglese e impegnata nel volontariato. Il procuratore coltiva uno sfizio, che esaudisce fugacemente ogni mattina al risveglio: ama scegliersi con cura i capi di abbigliamento da indossare, dalla giacca alle calze fino alla cravatta sempre intonata.
«INGENUO E CORAGGIOSO». La moglie Gloria, in un’intervista al settimanale Den, ha raccontato che in lui da sempre intravede «tratti di ingenuità» e «una buona dose di coraggio». E poi «non abbandonerebbe mai un amico in difficoltà». Però Giovandomenico si rabbuia molto «se si sente abbandonato o incompreso».
Il procuratore capo non è geloso, né dà modo alla consorte di esserlo. Ogni volta che può, salta sul motorino (l’altra sua passione, insieme con gli spaghetti) e via, in giro per le strade cittadine col casco ben calzato in testa per non farsi riconoscere.
GLI ATTACCHI DAI COLLEGHI. A Lepore non sono mancati in questi anni i momenti difficili. Per esempio, quando il procuratore generale Vincenzo Galgano, suo amico da sempre, in un’intervista parlò di «fanatismo» di alcuni pm, «che provocano sofferenze alla gente». E che in quegli uffici, insieme a «10 stalloni di razza» c’erano «anche 90 asini». Di fronte al putiferio e alle assemblee infuocate innescate da quelle sortite il procuratore Lepore scelse di minimizzare: «Mica sono il capo di una stalla», dichiarò ironico. E aggiunse: «Sono sicuro che il procuratore generale non volesse riferirsi ai magistrati del mio ufficio».
Sempre pacato, ma per nulla ironico, si mostrò invece quando un ufficiale della Guardia di Finanza, arrestato in un’inchiesta su appalti sospetti, lo accusò di aver segnalato un’assunzione all’imprenditore sotto inchiesta: «Vogliono delegittimarmi», si limitò a commentare amaro.
Tanti, insomma, i crucci accumulati negli anni. Specie sul fronte delle fughe di notizie dalle stanze della sua Procura, come è accaduto anche nei giorni scorsi con i documenti su Tarantini e Lavitola arrivati chissà come alla redazione del settimanale Panorama.
IN POLE CORRADO LEMBO. A dicembre Lepore andrà in pensione. E chissà che cosa pensa, sempre pacato e sereno, dell’ipotesi secondo cui il più accreditato alla sua successione sembra proprio l’attuale capo della procura di Santa Maria Capua Vetere, quel Corrado Lembo con cui tempo fa è stato necessario un incontro chiarificatore, organizzato in fretta e furia nell’ufficio del procuratore generale Martusciello, dopo polemiche e scontri a non finire. Temi del contendere: il mancato coordinamento nella lotta ai clan di camorra (specie quello dei Casalesi), le rivalità tra gli uffici a caccia dei superlatitanti, primo fra tutti il capo dei casalesi Michele Zagaria, i rapporti (che per i napoletani sarebbero «troppo curati») che Corrado Lembo intratterrebbe «con gli enti locali e con il governo centrale».

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