Esercito Libero Siriano 120725194332

Siria, gli insorti della jihad

Gli infiltrati qaedisti nell'esercito dei ribelli.

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Alcuni militanti islamici dell'Esercito libero siriano.

Girano armati e a volto coperto, con in mano le bandiere nere di al Qaeda.
Non tutti i combattenti dell'Esercito libero siriano (Els) sono come loro. O almeno, l'Esercito libero siriano non era nato così.
Ma è un dato di fatto che, durante le rivolte, gli estremisti islamici siano diventati una componente sempre più pericolosa del braccio armato dei ribelli. A temerli, mentre nella capitale Damasco e nella metropoli Aleppo infuriano i combattimenti per arrivare alla battaglia finale, non è più soltanto il regime di Bashar al Assad (il quale, secondo il premier turco Erdogan starebbe per abbandonare il Paese). Ma, fuori dalla Siria, anche gli Stati Uniti e le potenze occidentali.
Il salto di qualità, per la Cia, è stato l'attentato a Damasco dello scorso 18 luglio, che, con la morte del vice-ministro della Difesa e cognato di Assad, Assef Shawkat, ha decapitato i vertici politico-militari del Paese.
L'ATTACCO AL PALAZZO DELLA SICUREZZA. Rivendicato dall'Els e dal gruppo Legione dell'Islam, l'attacco al palazzo della sicurezza nazionale ha ucciso anche il ministro alla Difesa Dawoud Rajha e ferito altri ministri e alti ufficiali. Ma, quel che più conta per le cancellerie occidentali, è la modalità con cui sono stati compiuti questo e gli ultimi maxi-attentati di aprile e dello scorso inverno nella capitale siriana.
Kamikaze che, come in Iraq e in Afghanistan, si infiltrano nei centri del potere o li attaccano con grosse cariche di esplosivo.
LA CHIARA FIRMA DI AL QAEDA. Si tratta di marchi che «conducono tutti ad al Qaeda», ha dichiarato al Congresso americano il direttore della National intelligence, James Clapper.
I dubbi americani sono stati poi confermati dai timori di crescenti infiltrazioni qaediste, espressi sia dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon, sia dal ministro della Difesa inglese William Hague.

Attentati ai check point e slogan islamici: la Cia non si fida

Le auto carbonizzate a Damasco, dopo l'esplosione di una autobomba.

Non a caso, la Cia ha affermato pubblicamente di «non conoscere abbastanza i ribelli». E la Casa Bianca è diventata sempre più prudente nell'esporsi direttamente verso le milizie del Consiglio nazionale siriano (Cns). Finora le ha finanziate fornendo loro - ufficialmente - «strumenti per la comunicazione», ma ha sempre nicchiato sulla fornitura di armamenti.
QAEDISTI COL KALASHNIKOV. La preoccupazione, confermata dai video postati dagli estremisti islamici dell'Els su YouTube e su altri siti Internet, è che le schiere di jihadisti sunniti tra gli insorti si ingrossino sempre di più. Fino a rappresentare, per la Siria, un'alternativa peggiore all'attuale regime di Assad.
A parlare, anche se l'opposizione ha smentito qualsiasi collegamento con al Qaeda, sono le immagini frequenti in Rete di guerriglieri in nero, armati di kalashnikov, che esultano ad allah dopo aver ucciso i soldati dell'esercito, lanciato autobombe o fatto esplodere ordigni artigianali ai posti di blocco.
JIHADISTI ALLA FRONTIERA TURCA. Secondo le testimonianze raccolte dal New York Times, inoltre, un importante centro di aggregazione di jihadisti sunniti si sarebbe formato rapidamente a Bab al Hawa, lungo il confine con la Turchia - che il 25 luglio ha sbarrato tutte le frontiere con la Siria - dopo la presa dei ribelli di numerosi centri nella regione.
Anche a Deir Ezzor, nell'Est del Paese non lontano dal confine con l'Iraq, altre formazioni locali dell'Els si sarebbero progressivamente distaccate dal comando centrale delle milizie, assumendo posizioni fondamentaliste.

La Siria come l'Iraq. Anche la Giordania lancia l'allarme

Guerriglieri della Free Syrian Army (Libero esercito siriano) in una delle strade di Al Qsair, 25 chilometri a sud-ovest di Homs. Tutta la parte occidentale del Paese è al centro di scontri armati: le forze del regime faticano a mantenere il controllo dei centri. Dallo scorso dicembre, le file dei disertori dell'esercito si sono sempre più ingrossate.

Con la radicalizzazione degli scontri tra islamisti sunniti e alawiti fedeli ad Assad, alla fine, sono dilagate, in Siria, quelle violenze settarie che, dall'esplosione delle rivolte, hanno fatto paventare a molti il pericolo di un effetto domino in Medio Oriente.
È indubbio che, negli ultimi mesi, sia a Baghdad sia a Damasco, si sono intensificati gli attentati rivendicati da qaedisti o sedicenti tali. E persino il re della Giordania, Abdallah II, questo luglio ha rotto la sua riservatezza denunciando che «da tempo, al Qaeda è presente in alcune regioni siriane».
IL RISCHIO INCOMBENTE DELLE ARMI CHIMICHE. Uno dei «peggiori scenari», per il sovrano di Amman, sarebbe appunto che «alcune delle armi chimiche finissero in mani non amiche».
Convinti che la Siria sia ormai un magnete per i terroristi islamici, gli stretti collaboratori del primo ministro iracheno, Nuri al Maliki, hanno sostenuto di «essere sicuri al 100% che, con un controllo incrociato con le autorità, i nomi dei quaedisti ricercati risulteranno gli stessi in entrambi i Paesi».
Anche alcuni affiliati iracheni al network avrebbero raccontato a reporter e operatori stranieri di avere allargato il campo di battaglia alla Siria. Il flusso di jihadisti ed ex qaedisti dal Medio Oriente e dal Nord Africa sarebbe filtrato dai confini porosi con l'Iraq, ma anche attraverso il Libano.
Non solo: gruppi di ex mujaheddin siriani, andati a combattere oltre frontiera, sarebbero rientrati, una volta esplosa la guerra civile.
L'ENDORSEMENT DI AL ZAWAHIRI. A febbraio in un video, il medico egiziano Ayman al Zawahiri, considerato il successore di Osama bin Laden, ha dato il suo sostegno ai ribelli siriani, esortandoli a combattere, per liberarsi di Assad.
Non è chiaro, tuttavia, da dove provengano le ingenti forniture in armi e mezzi, necessarie per far compiere gli attentati ai gruppi locali, sia in Iraq sia in Siria.
Di certo, ci sono solo i finanziamenti ai ribelli inviati da Qatar e Arabia Saudita. Monarchie filo-americane - ma anche sunnite-, che, nel loro espansionismo, hanno tutto l'interesse a spezzare l'asse sciita di Iran e Siria. E a ostacolare una guida stabile a maggioranza sciita in Iraq.

26 Luglio Lug 2012 0810 26 luglio 2012
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