Renato Schifani 121224180036

Schifani e i saltimbanchi del posto fisso

Le giravolte della Casta per rimanere in parlamento. Se Ichino molla Bersani, il presidente del Senato torna da Berlusconi.

  • ...
Renato Schifani, presidente del Senato.

Fine legislatura, si aprono le danze. Per chi fa politica da una vita - e alla faccia del ricambio non ha alcuna intenzione di farsi da parte - incomincia la strategia del riposizionamento. Riprovevole, meschina fin che si vuole. Ma a volte godibile nella sua malcelata e un po’ patetica trasparenza.
Ovviamente, se non nell’obiettivo finale di conservare la poltrona e relativi privilegi, non è una strategia univoca. C’è chi la ammanta di sofferto travaglio ideologico, facendone una questione di personale coerenza. Magari tirando in ballo il patto con gli elettori che non può essere tradito da una militanza che non si riconosce più nei contenuti che li hanno portati a darti il voto.
ICHINO STREGATO DA MONTI. Tendenza Pietro Ichino, insomma. Per il quale, dopo l’appello montiano a condividere la sua agenda liberista, ha scoperto che il Pd gli va stretto. Troppo per poterci ancora rimanere. E neanche il tempo che quell’agenda venisse pubblicata su internet, che il giuslavorista era già in tutte le televisioni a spiegare quello che imprescindibilmente lo divideva da Pier Luigi Bersani. Il quale per altro, non più tardi di qualche settimana fa, aveva affermato che la sua di agenda non si discostava molto da quella di Mario Monti, semmai ne era una prosecuzione e un completamento, con una maggiore attenzione verso quel sociale che l'indole contabile del premier ha sin qui trascurato.
Niente da fare, le sirene del Prof sono un richiamo irresistibile per i montiani del Pd, retaggio dei gloriosi miglioristi che un senso ce l’avevano quando il partito portava ancora falce e martello nel simbolo.
SCHIFANI, DIFENSORE DEL CAV. Poi, dall’altra parte, c’è la tendenza Renato Schifani. Prima di sedersi sulla poltrona di seconda carica dello Stato, il nostro si distingueva sul campo come acerrimo difensore a oltranza di Silvio Berlusconi.
Le sue intemerate contro i nemici del Cav erano pane quotidiano (non a caso finivano nel pastone 'panino') dei telegiornali Rai. Quando qualche magistrato o politico della parte avversa criticava Silvio, lui era il difensore d’ufficio che ne prendeva le parti.
Poi, premio di tanto zelo, Schifani è stato messo a presiedere il Senato. Da allora, diventato uomo delle istituzioni, ha cambiato atteggiamento e pettinatura. D’incanto, le sue esternazioni sono diventate un inno all’ecumenismo, un monumento alla frase fatta, un’ode alla più prevedibile banalità. Insomma, nel suo nuovo ruolo, lo scudiero del Cav nelle sue dichiarazioni aveva fatto della politica l’ovvio dei popoli.
LE CRITICHE A BERLUSCONI. A un certo punto l’inosabile. Convinto che la stella di Berlusconi si stesse ineluttabilmente spegnendo, a giugno ha persino criticato il suo mentore, sotto forma di una lettera indirizzata a Il Foglio in cui perorava le ragioni del governo tecnico contro i malpancisti del Pdl che invece le volevano sabotare. E anche se si disse che quella lettera fosse stata scritta con la benedizione del Cav, lì per lì si plaudì al coraggio dell’iniziativa.
IL RAPIDO DIETROFRONT. Ma fu una rondine che non fece primavera. Schifani rientrò subito all’ovile. E ora, a legislatura finita, è tornato a fare il cane da guardia del suo mentore.
«Inopportuno l’attacco di Monti a Berlusconi», ha tuonato lunedì 24 dicembre riferendosi alla conferenza stampa del premier, sfilandosi di gran corsa la casacca di uomo super partes.
Sia mai che, dato per spacciato, il fondatore del Pdl non ritorni in sella. Nel qual caso meglio blandirlo e sperare, come tanti altri suoi colleghi di partito sui quali senza Berlusconi si spegnerebbe per sempre la luce, in una pronta ricollocazione.

24 Dicembre Dic 2012 1815 24 dicembre 2012
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso