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Più Ingroia parla, più il Cav recupera

Come mai l'ex Pm di Palermo ha lasciato l'incarico in Guatemala per la politica? Perché ha finito il lavoro. In due mesi.

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Antonio Ingroia presenta il simbolo della sua lista.

Nel suo diario di viaggio che tiene sul Fatto Quotidiano da quando è andato in Guatemala (da dove, com'è noto, è già tornato, ha fondato un partito che porta il suo nome e si è candidato), Antonio Ingroia si sente in dovere di spiegare il perché del suo rientro.
Il 26 luglio 2012, intervistato dal Sole24Ore, il magistrato aveva raccontato invece le ragioni che lo spingevano a lasciare Palermo. E sembravano ragioni forti, evidentemente non più forti però di quelle che lo hanno spinto a fare marcia indietro.
LA DOMANDA IMBARAZZANTE. In effetti più di qualcuno, anche tra i suoi amici, si sarà posto con qualche perplessità la domanda: ma com'è che uno assume un prestigioso incarico internazionale sotto l'egida dell'Onu, capo dell'Unità di investigazione della Commissione internazionale contro la impunità, e poi di lì a poco di punto in bianco lo abbandona?
Oltretutto Ingroia, nei due mesi scarsi che ha passato oltreoceano, non ha smesso di far sentire e pesare la sua presenza nel dibattito politico italiano, intervistato in tivù e sui giornali. Insomma, era fisicamente lontano ma sembrava che mai fosse stato così vicino. Quando avrà avuto il tempo di occuparsi della sua missione?
UN LAVORO FINITO IN DUE MESI. La sua risposta non fuga certo quelle perplessità, ma le ingigantisce. Con qualche passaggio che sconfina nel grottesco. Là dove per esempio il magistrato sostiene di aver finito il lavoro e di aver consegnato un rapporto alle Nazioni Unite su come rendere più efficace l'azione «contro l'impunità a ogni latitudine, Guatemala compreso» (testuale).
Insomma, gli sono bastati due mesi per andare in un Paese straniero, capire tutto, suggerire i rimedi per battere la criminalità internazionale e condensarli in un papello a uso e consumo dell'Onu che gliel'ha commissionato.
IL RICHIAMO DELLA PATRIA. Finito in fretta e furia il rapporto, Ingroia ha chiuso bottega e ha mollato il posto. Prima però, e si vede che qualcuno deve avergliene chiesto conto, ha spiegato ai vertici dell'Onu il perché della sua scelta: «Quando la Patria chiama, occorre rispondere, essere pronti».
La Patria chiama? Sicuramente colpa nostra, ma non ce n'eravamo accorti. Noi invece pensavamo che un buon modo per onorarla fosse quello di rispettare gli impegni presi. Si sente spesso dire che l'Italia e le sue istituzioni scontano all'estero un deficit di credibilità. Si pensa forse di migliorarla assumendo incarichi per poi, come se niente fosse, bellamente disattenderli?
QUESTA ITALIETTA DI PROVINCIA. Ingroia su questo deve avere un po’ di coda di paglia, se poco più avanti nel «diario» evoca il caso del suo predecessore argentino, che lasciò la poltrona dopo pochi mesi per candidarsi al parlamento del suo Paese. Ma subito aggiunge con una certa protervia: «Solo in una certa Italietta di provincia, invece, pare che la mia candidatura abbia fatto scandalo».
Spiegazione, questa sì, da Italietta di provincia, quella tipica di una certa indole che trova sempre nel poco commendevole comportamento altrui un alibi per giustificare il proprio. È per questo che più Ingroia parla più sembra perdere consensi (e intanto il Cav recupera).

Twitter @paolomadron

8 Gennaio Gen 2013 1044 08 gennaio 2013
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