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IN PIAZZA
21 Gennaio Gen 2013 0820 21 gennaio 2013

Iraq, prove di Primavera sunnita

L'etnia guida le proteste al governo.

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Dissidenti sunniti gridano slogan anti-governativi in una manifestazione a Bagdad.

La speranza, fra il Tigri e l'Eufrate, è di potere arrivare a nuove elezioni senza che la frequenza quotidiana di attentati possa essere considerata la normalità. Almeno è l’intento di migliaia di iracheni che, dall’inizio di dicembre, occupano pacificamente le piazze del cosiddetto Triangolo sunnita, una zona nel centro del Paese, a Nord Ovest di Baghdad, tra Baquba, Ramadi e Tikrit. Lo fanno soprattutto il venerdì, il giorno sacro che, anche in Iraq, come prima in Siria, Tunisia ed Egitto, è stato ribattezzato «il venerdì della rabbia e dell'onore». Parlano di iraqi spring, di «rivoluzione irachena». Un’idea che fa proseliti dotandosi di canali sui social network per condividere proclami, video, twittare notizie, fare pressing sul governo locale e avere riconoscimenti internazionali.
PROTESTA CONTRO UN GOVERNO CORROTTO. A guidare le proteste a nome di tutti sono i sunniti, minoranza in un Paese a maggioranza sciita, benché proprio i sunniti siano stati al potere nei lunghi anni della dittatura di Saddam Hussein, rovesciato nel 2003. «L'ingiustizia imposta dal governo che ha preso il potere nel 2003 nasce dalla corruzione e dalla mancanza dei servizi fondamentali al cittadino», dunque a tutti i cittadini iracheni, spiega a Lettera43.it Omar Al Aadami, il volto ufficiale dei dimostranti di Samarra.
Attivista e sunnita, non perde l’occasione comunque di sottolineare che «il gruppo maggiormente preso di mira dal governo, sia politicamente sia rispetto ad arresti e processi, è quello degli arabi sunniti». Ciò non toglie che nelle ultime settimane, da Ramadi a Mosul a Tikrit, chi è sceso in piazza l'abbia fatto al di là delle appartenenze di gruppo e di tribù.
KAMIKAZE A KIRKUK. L’impresa non è semplice, in un Paese che è percepito dai cittadini occidentali come un buco nero, una polveriera a cielo aperto dove si conta solo il numero dei morti. Soltanto il 17 gennaio, il Paese è stato scosso dalla consueta serie di attentati che ha provocato 17 morti e 168 feriti. A Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, dove è altissima la tensione per via dei giacimenti petroliferi contesi, un kamikaze a bordo di un'autobomba ha provocato la morte di 10 persone e il ferimento di altre 140.
IL PAESE PIÙ CORROTTO DEL MEDIO ORIENTE. Ma l’Iraq non soffre solo per i gravi problemi di sicurezza. Secondo il Corruption perceptions index 2012, è il quinto Paese più corrotto al mondo su 176 ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente.
Qui si paga per ottenere un lavoro, andare dal medico, avere il passaporto. E se il cittadino non è in grado di elargire mazzette (il 23% della popolazione vive sotto la soglia di povertà) non usufruirà del servizio finché non troverà un altro metodo di pagamento, sotto minaccia di molestie e violenze.
ECONOMIA SOMMERSA DA 4 MLD ALL'ANNO. La colpa, in grossa parte, è attribuibile all'economia sommersa, a cui partecipa secondo le stime degli organismi internazionali almeno il 70% della popolazione irachena a vario titolo: da chi è impegnato nel mercato nero del petrolio (quantificabile nel 10% del traffico complessivo all'interno del Paese e nel 30% verso l'estero), a chi si dedica al commercio illecito di armi e attrezzature mediche ospedaliere; fino a tutti i membri della polizia, ai giudici e ai funzionari corrotti che intascano tangenti per i motivi più futili e che costano alle tasche dei cittadini iracheni circa 4 miliardi di dollari l'anno.

Le proteste conto l'utilizzo di leggi antiterroristiche per fini politici

In protesta col governo di Nuri al Malik i dimostranti sunniti brandiscono bandiere dell'Iraq in uso tra il 1991 e il 2004.

Così, oggi, quella che è già chiamata «la Primavera irachena» è solo la punta di un iceberg molto più grande, che rischia di emergere in prossimità del decimo anniversario dell'occupazione del Paese ad opera degli Stati Uniti. «Lo spirito della protesta non violenta è in crescita e sarà sempre più intenso almeno finché il governo finirà di ignorare le richieste dei dimostranti e scarcererà le persone ingiustamente detenute. Siamo entrati nella quarta settimana di manifestazioni», conferma Al Aadami.
I manifestanti contestano soprattutto il fatto che la legge anti-terrorismo venga applicata con severità estrema e senza reali verifiche di colpevolezza contro gli arabi sunniti. «Diversamente, non sono state applicate contro il movimento del leader sciita Muqtada Al Sadr, nonostante sia stato provato il coinvolgimento dei membri della milizia sadrista in assassinii e atti violenti», denuncia Omar Al Aadami.
91 ESECUZIONI IN UN ANNO. Le leggi in materia di antiterrorismo qui sono utilizzate come arma di pressione politica da parte della dirigenza sciita. Il 28 agosto 2012, 21 persone, tra cui tre donne, erano state impiccate in un solo giorno perché incriminate per reati di terrorismo. Erano le ultime sentenze di morte di un anno in cui ne sono state eseguite ben 91 e per le quali si è levata anche la voce dell'Alto commissario Onu per i Diritti umani, Navi Pillay.
SOPRUSI DISUMANI A 600 DETENUTI. Tra i 600 detenuti attuali, ci sono persone in cella da sette anni, senza essere mai state interrogate, senza diritto alla difesa, torturate e costrette a confessare crimini mai commessi, a cui le forze di polizia speciali hanno minacciato e violentato le mogli e le sorelle.
«Questa legge non è uguale per tutti», continua Osama, «se le guardie del corpo del vice presidente Adel Abed Al Mahdi si sono potute permettere di assaltare della Al Ziweia Bank in pieno giorno a Baghdad, uccidere le guardie giurate, prelevare dei dollari e non essere sottoposte almeno a interrogatorio, come sarebbe stato logico». Di fronte a queste ingiustizie, in piazza sono scesi anche cittadini comuni sciiti, in barba alle divisioni settarie.
LOTTA ALLE DISCRIMINAZIONI ED ELEZIONI LIBERE. L'ultima richiesta dei manifestanti è cambiare la Costituzione che favorisce le suddivisioni etniche e giustifica forme di discriminazione sociale che ricadono sulle minoranze cristiane e turkmene, oltre che sui sunniti.
«Chiediamo un governo di transizione eletto dal parlamento che scriva una nuova costituzione, che affermi i principi di cittadinanza su altre basi e rinnovi le istituzioni nazionali. E poi che si vada a elezioni libere», conclude l’attivista Osama.
La tensione sta crescendo. Se il governo non accoglierà le richieste di chi protesta, ha tuonato lo sceicco Ali Hatem Sulaiman, «la nostra battaglia arriverà alle porte di Baghdad. Abbiamo combattuto al Qaeda e gli americani, affronteremo il governo iracheno».

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