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Le responsabilità della Cia sulla diffusione di al Qaeda

Come la repressione Usa ha spinto la jihad.

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Abu Yahya al Libi, qaedista libico fedelissimo di Bin Laden ucciso in un attacco di droni Usa.

Boom di reclutamenti di al Qaeda, diretta conseguenza dei campi di tortura voluti dalla Cia dopo l'11 settembre.
L'odio genera odio e, secondo la testimonianza Abd al Wahhab Mohamed Qaid, fratello maggiore del qaedista Abu Yahya al Libi (nome di battesimo Mohamed Hassan Qaid), ucciso nel giugno 2012 da un attacco di droni in Pakistan, negli ultimi 10 anni è stata la politica della guerra preventiva ad aver favorito il proliferare di seguaci di Osama bin Laden.
Storico militante degli islamisti del Libyan islamic fighting group (oggi confluiti nei 'moderati' del Partito della Nazione Wattan) e attuale presidente della Commissione nazionale della sicurezza del nuovo parlamento di Tripoli, Qaid ha fornito la sua versione sulla deriva qaedista della Primavera araba.
DALLA DETENZIONE AL PARLAMENTO LIBICO. In un'intervista al magazine The Daily Beast, il deputato, detenuto fino al 2011 nelle prigioni libiche di Abu Salim, spiega come la radicalizzazione sia nata come riflesso all'intransigenza di Muammar Gheddafi verso l'opposizione. «Volevamo un vita libera e onorabile, come tutti i libici, ma non era possibile», ha dichiarato Qaid.
Uccisioni e prigionie avrebbero spinto parte degli studenti musulmani, «da attivisti che rifiutavano l'oppressione» su posizioni sempre più estreme. Fino a espatriare, come nel caso di al Libi, in Afghanistan negli Anni 90. Di lì in poi, l'abbraccio con al Qaeda è stato fatale.

La guerra Usa preventiva e indiscriminata agli islamisti

Detenuti nel carcere di Guantanamo.

In un primo momento, secondo Qaid, il fratello e gli altri militati avevano «sempre rifiutato qualsiasi legame con al Qaeda», nonostante i ripetuti inviti e incontri con Bin Laden.
Dopo la cattura del fratello e la sua detenzione illegale nella base americana di Bagram, in Afghanistan, nel 2002, il tabù sarebbe però caduto. E gli islamisti del Libyan islamic fighting group, così come altre cellule radicali, si sarebbero saldati ai talebani.
Il bubbone, dalla Siria all'Africa subsahariana passando proprio per la Libia oggi fuori controllo, sarebbe poi esploso.
Tanto che, secondo Qaid, l'assalto e l'uccisione dell'ambasciatore Usa Christopher Stevens, l'11 settembre del 2012, nella sede diplomatica di Bengasi, sarebbero dovuti all'odio anti-americano degli islamisti libici. Molto più vicini oggi che 20 anni fa alle sirene di al Qaeda.
A maggior ragione dopo la morte, sulle montagne del Waziristan, del 49enne al Libi sotto le bombe dei droni. Prova ne è che al Libi è stato ricordato come martire nel messaggio video del successore di Bin Laden Ayman al Zawahiri, diffuso nel giorno dell'ultimo anniversario della strage alle Torri Gemelle e dell'attentato in Libia.
STOP A RENDITION E DRONI. Per il parlamentare del partito islamista il collegamento tra i metodi della Cia e l'assassinio del diplomatico è evidente. D'altro canto, anche il liberatore di Tripoli Abdelhakim Belhaj, compagno di Qaid e di al Libi nella defunta rete del Libyan islamic fighting group, ha denunciato la Gran Bretagna per aver collaborato alla sua extraordinary rendition della Cia.
Qaid dunque ha invitato gli Stati Uniti a ripensare la loro politica per combattere l'estremismo islamico, impostandola su fatti ed evidenze investigative. Non più su reazioni emotive e supposizioni che, negli anni, sono andate a colpire, indiscriminatamente, il popolo musulmano, alimentando nuove sacche d'odio.

Dalle rendition ai droni: le nuove fucine d'odio antiamericano

Abd al Wahhab Mohamed Qaid, fratello maggiore del qaedista Abu Yahya al Libi (nome di battesimo Mohamed Hassan Qaid).

La storia, d'altra parte, si ripete. Negli Anni 80, i campi di mujaheddin, addestrati in funzione anti-sovietica dagli Usa in Afghanistan, crearono i vivai dei talebani.
Allo stesso modo, dopo il 2001, gli abusi sistematici della guerra preventiva di George W. Bush hanno fatto da catalizzatore, anziché da deterrente, all'espansione di al Qaeda. Ora come allora, l'odio anti-americano infiamma le regioni arabe e mediorientali. E, secondo l'ex militante del del Libyan islamic fighting group, non potrà che aumentare con la politica delle uccisioni mirate del presidente Barack Obama.
LA CARRIERA IN AL QAEDA. «Mio fratello fu torturato aggressivamente e umiliato nella prigione segreta. Naturalmente, per ogni azione c'è una reazione», ha messo in guardia il politico di Tripoli.
Dopo i maltrattamenti, al Libi avrebbe teso la mano ad al Qaeda, diventando uno dei più giovani e potenti luogotenenti di Bin Laden. Per alcuni esperti addirittura il numero due del network.
DALLE PRIGIONI CIA AL TERRORISMO. Come il martire al Libi, altre decine, o forse centinaia, di ex detenuti della Cia e di loro amici e familiari si sono avvicinati alla rete terroristica. Aver trascorso un periodo di prigionia dei campi di Guantanamo, a Cuba, o nell'arcipelago dei Paesi collaborazionisti con gli Usa, è diventato il biglietto da visita dei nuovi legionari di al Qaeda.
Vere o meno che siano le dichiarazioni di Qaid, è un dato di fatto che, negli ultimi anni, dall'Afghanistan e dallo Yemen al Qaeda abbia traslocato nel Sahel africano.
E la guerra al terrore dei francesi in Mali lo ha reso drammaticamente evidente.

23 Febbraio Feb 2013 0900 23 febbraio 2013
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