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Elezioni 2013: Movimento 5 stelle primo partito d'Italia

Grillo fa boom. Centrosinistra avanti alla Camera. Senato senza maggioranza.

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Pier Luigi Bersani, leader del Pd.

Boom di Beppe Grillo, rimonta di Silvio Berlusconi, centrosinistra in maggioranza a Montecitorio anche se per un soffio. Mentre al Senato nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola.
I risultati definitivi delle elezioni del 24 e 25 febbraio, a tarda notte e dopo la doccia fredda degli exit poll che avevano dato erroneamente Pier Luigi Bersani largamente vincente, hanno consegnato alla coalizione del segretario del Pd lo 0,36% di consensi in più alla Camera, e dunque il premio che vale 340 seggi (leggi tutti i dati definitivi).
IL BOOM DEL M5S. Magra consolazione. Il trionfatore assoluto del voto, senza sfumatore e senza dubbi, è il Movimento 5Stelle, che ha terremotato il quadro: basti dire che proprio a Montecitorio è il primo partito, con il 25,55%, davanti ai vecchi colossi della politica (il Pd si è fermato al 25,41%, il Pdl al 21,56%).
IL PD APRE A GRILLO. Anche per questo, dopo una intera giornata di silenzio, e dopo aver subito lo smacco di aver perso persino in casa, a Bettole, Bersani è uscito allo scoperto avvertendo: «Gestiremo il risultato nell'interesse dell'Italia».
Che significa non solo l'intenzione di gestire, insieme con Sel, la maggioranza a Montecitorio. Ma anche l'apertura a Grillo, che si appresta ad atterrare in parlamento con 170 persone, portando ad ipotizzare scenari di governo totalmente inediti.
AL SENATO MANCA LA MAGGIORANZA. Non è detto che il gioco riesca. Né che sia sufficiente. Perché la coalizione del centrosinistra al Senato non ce l'ha fatta, per effetto della sconfitta nelle regioni chiave, su tutte la Lombardia e la Sicilia.
A Palazzo Madama la quota sicurezza di 158 senatori è rimasta un miraggio: 116 seggi sono stati assegnati al centrodestra, 113 al centrosinistra, 54 al Movimento 5 Stelle e 18 alla lista Con Monti per l'Italia.
Insomma, la Camera alta è praticamente bloccata. E l'incertezza sul futuro politico rimbalza subito sui mercati, dove lo spread tra i titoli italiani e i bund tedeschi si è immediatamente impennato fino a quota 293. E la borsa di Tokyo ha chiuso il 26 febbraio con un tonfo del 2,26%.

Il boom di Grillo e la rimonta del Cav. Lega e Monti fanno flop

Beppe Grillo.

Se la rivelazione è Beppe Grillo, scelto da 8 milioni e 688.545 elettori, l'altra sorpresa è stata Berlusconi, autore di una rimonta nella quale a sinistra pochi avevano creduto.
Partito da sondaggi che soltanto a dicembre assegnavano al Pdl percentuali inferiori al 20%, grazie all'occupazione massiccia dell'etere e a una campagna elettorale segnata dal coup de théâtre sulla restituzione dell'Imu, il Cavaliere al Senato è complessivamente al 22,30% - il 30,7% con la Lega e gli altri alleati - strappando al Pd i premi di maggioranza in Lombardia, Campania e Sicilia e Veneto. Quelli che servivano al centrosinistra per vincere a Palazzo Madama. Scarso, peraltro il contributo dell'alleato leghista: fermo al 4,33% (contro l'8,6% del 2008).
MONTI IN AFFANNO, FINI FUORI DAL PARLAMENTO. E l'altro grande flop è quello del Professore. Acclamato dall'Europa, le cui più fosche previsioni sull'ingovernabilità hanno preso corpo, Mario Monti non è stato però profeta in patria. La sua lista Monti per l'Italia alla Camera si è fermata all'8,30%, arrotondando poi fino al 10,56% con il ben magro risultato degli alleati centristi Udc e Fli. Talmente magro che Gianfranco Fini resterà fuori dal parlamento.
L'ironia della sorte, per l'uomo che voleva essere determinante per il Paese, è che con questo risultato (appena migliore al Senato) il progetto centrista non può nemmeno giocare il ruolo di ago della bilancia: i voti del Professore non danno la maggioranza né al centrosinistra né al centrodestra.
Ma di fallimenti è stata costellata la tornata elettorale. A partire dall'esperimento di Rivoluzione civile: la lista messa insieme da Antonio Ingroia non ha raggiunto il quorum e resta fuori dai due rami del parlamento. E, con rabbia, ha accusato Bersani di aver «consegnato il Paese alla destra» rifiutando ogni accordo con Rivoluzione civile. Mentre anche l'altro magistrato eccellente, Antonio Di Pietro, spariva dalla scena.

Ipotesi nuove elezioni. O larghe intese

Antonio Ingroia.

Insomma, l'incertezza sul nuovo governo è totale. E nel Pd, dopo la doccia fredda che ha gelato le speranze di Bersani, è stata subito rincorsa per escludere la possibilità delle larghe intese e di inciuci con il Pdl.
Ma le alternative non sono molte. Stefano Fassina ha subito parlato di nuove elezioni, dopo l'approvazione di una nuova legge elettorale. Enrico Letta, incaricato della gravosa responsabilità di parlare agli elettori al posto del segretario, ha inizialmente avallato l'ipotesi, salvo correggersi poco dopo.
IL NIET DEL PDL. Il Pdl, dal canto suo, non sarebbe d'accordo. Un'idea «irresponsabile», ha subito dichiarato il redivivo Fabrizio Cicchitto.
Beppe Grillo guarda dall'alto e ride. Il leader 5 stelle ha festeggiato (guarda il video) l'exploit con un tweet: «L'onestà andrà di moda». Tutto qui.
Intanto, il giorno dopo è ancora tempo di festa. (guarda il video della festa 5 stelle a Torino).

26 Febbraio Feb 2013 0100 26 febbraio 2013
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