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Web, la democrazia è un bluff

Sorice: «Taglia fuori anziani e meno istruiti».

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Michele Sorice.

Il chiodo fisso di Beppe Grillo è la democrazia senza deleghe.
Il 13 marzo, dalle pagine del quotidiano Handelsblatt, ha lanciato tre referendum online, rispettivamente sull’euro, la direttiva Bolkestein e il trattato di Lisbona. Il parlamento, che il comico ligure vuole aprire come una scatola di tonno, invece, già lo immagina come cuore di una nuova polis interattiva.
Rimane da capire quanto quello della democrazia diretta 2.0 sia un obiettivo realizzabile. E se fosse solo un falso mito?
INTERNET, L'ITALIA È INDIETRO. Il massmediologo Michele Sorice, direttore del Centro studi Luiss su Media e Comunicazione, non ha dubbi: «La Rete potrebbe offrire un contributo importante per una democrazia partecipativa che funzioni. Se in Italia, però non esistesse il digital divide».
Un gap infrastrutturale, geografico e sociologico. Non a caso nell’ultimo rapporto Istat sulle tecnologie, l’Italia si piazza allo stesso livello della Lituania, cioè al 22esimo posto della graduatoria internazionale. A fronte di una media Ue del 73% di famiglie con almeno un componente tra 16 e 74 anni che possiede un accesso a internet, quindi, la Penisola, si ferma al 62.
GLI ANZIANI TAGLIATI FUORI. L’anello debole della catena è rappresentato dai nuclei di soli anziani (solo il 13% possiede un pc e l’11,8 ha una connessione per navigare).
La fede sacra di Grillo per il web, poi, si infrange contro lo scoglio degli utenti meno istruiti: solo il 25% tra chi possiede la quinta elementare e la scuola media inferiore (con o senza licenza) contro il 58% di italiani in possesso di un diploma di scuola secondaria superiore, laureati o universitari (dato Human Highway aggiornato al dicembre scorso).

DOMANDA. Una democrazia diretta, quindi, non si può realizzare attraverso la Rete?
RISPOSTA.
No.
D. Grillo non la pensa così.
R.
Il problema è che Grillo, come molte altre persone al suo fianco, tende a confondere la democrazia diretta e quella partecipativa.
D. Si spieghi.
R.
Un conto è la democrazia degli antichi, della polis greca, per intenderci, in cui si votava con un sì o con un no e si tendeva a ostracizzare il nemico di turno. Un modello un po’ difficile da realizzare in un Paese che conta 60 milioni di abitanti e tra l’altro è interconnesso all’Europa.
D. Un altro conto è la democrazia partecipativa?
R.
È una cosa diversa. In questo caso si mira a coinvolgere i cittadini non solo sul voto. Ma anche su altre deliberazioni. Su piccola scala, però. Per esempio nei comuni per poi trasmettere le istanze a livello centrale.
D. E il ruolo del web?
R.
La Rete può offrire un contributo per una democrazia partecipativa.
D. Al netto, naturalmente, dei gap digitali.
R. Che sono un fattore non secondario. Non possiamo tralasciare, infatti, né il digital divide tra Nord e Sud, né quello tra centro e periferie dove ancora le connessioni online sono scadenti.
D. Insomma, quella grillina sarebbe una pseudo democrazia?
R.
Se consideriamo pure il generation divide, il rischio è quello di passare da una presunta democrazia alla selezione naturale.
D. Tutte cose che il guru genovese dovrebbe conoscere, non le pare?
R. È acclarato che siano tanti ancora a non avere cittadinanza in Rete. Si tratta di un processo educativo lungo che inizia adesso. Magari tra 15 o 20 anni forse si potrà pensare a forme di consultazione di tipo paradiretto.
D. C’è il pericolo che alla farraginosità delle liturgie parlamentari possa aggiungersi quella di continue consultazioni online? Una sorta di burocrazia 2.0?
R
. Allo stato attuale ci troveremmo di fronte a un ulteriore aggravio. Se avessimo un elevato livello di alfabetizzazione alla Rete, invece, il meccanismo delle consultazioni online non sarebbe uno svantaggio. A patto che…
D. A patto che?
R.
Che tali consultazioni fossero usate per questioni semplici. Non bisogna dimenticare, infatti, il metodo semplificatore della Rete (sì e no). In politica i processi deliberanti sono molto più complicati: soluzioni e compromessi, insomma, non si possono liquidare con un ‘like’.
D. Quello di Grillo, quindi, è un preciso calcolo politico più che un’ingenua illusione?
R.
Direi che c’è un eccesso di narrazione rispetto al tema della democrazia. Non si spiega altrimenti come mai temi quali la fiducia al governo siano esclusi dall’analisi via web.
D. Anche le parlamentarie grilline, in fondo, hanno svelato l’approccio verticistico alla Rete da parte del comico ligure.
R.
A conferma che c’è una forte retorica sulla partecipazione.
D. Le sembra che la Base faccia solo da moltiplicatore del verbo del leader?
R.
Per ora, in effetti, sembra che tutto si muova a partire dal blog di Grillo. Nessun movimento orizzontale, quindi, come pure ci si aspettava. Ma prima di trarre conclusioni aspettiamo il 15 marzo.
D. Paradossalmente, il popolo Cinque stelle appare passivo. Un po’ come il pubblico televisivo. Insomma Grillo ha solo sostituito il tubo catodico con il web?
R.
Non credo sia così. Di certo Grillo non utilizza internet per accrescere i consensi. Anche perché la Rete si muove in base a meccanismi identitari. Il discorso da fare è un altro.
D. Quale?
R.
Il leader Cinque stelle utilizza il web in funzione della tivù. Lo impiega, insomma, per essere presente nell’agenda dei media, rafforzando la propria identità e senza interlocutori con cui confrontarsi.

14 Marzo Mar 2013 0900 14 marzo 2013
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