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INTERVISTA
18 Marzo Mar 2013 1702 18 marzo 2013

Siria, il racconto di un sopravvissuto: «Assad uccide il nostro futuro»

Storia di Tamar, scampato all'orrore.

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Scontri nella città di Daraa, nel sud della Siria

Venerdì 18 marzo 2011 nella piazza della moschea Omari, a Daraa, non c’era che qualche centinaio di persone.
Poco più di un gruppo nutrito di uomini, donne e giovani che gridavano slogan contro il governo di Bashar Al Assad, il presidente allora amico dell’Occidente e benvoluto dalla maggior parte della sua gente.
DALLA MANIFESTAZIONE ALLA LOTTA. Per mettere a tacere quelle 3 mila persone, però, si levarono gli elicotteri da Damasco, dal quartiere generale del potere siriano, un centinaio di chilometri più a Nord. Quattro persone vennero uccise e centinaia ferite. Fu un errore fatale: lo sbaglio che ha incendiato la rivolta siriana, fino a trasformarla in una guerra civile che da 24 mesi devasta un popolo.
Nel secondo anniversario dall'inizio del conflitto, si contano oltre 70 mila morti, 1 milione di profughi nei Paesi vicini, quasi 4 milioni di sfollati interni, 2 mila scuole distrutte e bambini costretti ad ammazzare per una manciata di dollari.
LA GENERAZIONE SENZA FUTURO. Tamer, professionista siriano di 35 anni li definisce «una generazione senza futuro». E sa di cosa parla. È scappato da Daraa nell’agosto 2012, dopo aver visto la vita dei propri figli minacciata e calpestata ogni giorno.
Ma lui è un uomo fortunato: ha sposato una donna europea prima dell’inizio della guerra civile e grazie al suo passaporto ha potuto migrare qui con la famiglia.
Oggi Tamer vive in un albergo economico in una città universitaria del Nord Europa, dove si è rimesso a studiare, mentre la moglie e i bambini si sono sistemati in un villaggio poco distante.
L'uomo ha accettato di raccontare a Lettera43.it l’orrore della guerra e delle persecuzioni subite a patto che non venisse diffuso il suo cognome né altri dettagli: molti parenti sono rimasti in patria. E per loro ha ancora paura.

Soldati dell'esercito di Assad nell'enclave di Daraa (Getty)

DOMANDA. Quando ha deciso di lasciare Daraa?
RISPOSTA.
Quando ho visto il terrore negli occhi di mio figlio per colpa degli sgherri di Assad…
D. Cosa è accaduto?
R. Ho tre bambini di quattro, otto e 10 anni. Di solito durante l’estate, prima di andare a lavorare nel mio studio, accompagnavo il maggiore nel negozio di elettronica di mio fratello. Gli piaceva stare con suo cugino e giocare lì al computer. Ma una volta arrivarono quattro agenti dei servizi di sicurezza di Assad…
D. E?
R
. Tirarono fuori la pistola e buttarono a terra il cliente che mio nipote stava servendo. Lo presero a calci e schiaffeggiarono il ragazzo. Non so perché volessero arrestare quel signore. Fatto sta che insieme a lui arrestarono anche mio nipote, che non c’entrava nulla. Afferrarono anche mio figlio, ma lui riuscì a divincolarsi e a scappare.
D. Poi cosa è successo?
R. Mentre correva, si girò e vide che dal negozio un agente gli puntava la pistola contro. Arrivò nel mio studio terrorizzato, aveva i pantaloni bagnati: si era fatto la pipì addosso dalla paura. In quel preciso momento decisi di portare via i miei figli dalla Siria.
D. Suo nipote lo ha rivisto?
R.
Lo rilasciarono dopo cinque ore: arrivò a casa col volto tumefatto, era pieno lividi. Lo liberarono solo perché io conosco quelli dell’intelligence e telefonai in caserma.
D. Perché era vicino agli uomini di Assad?
R. Molti agenti venivano nel mio studio a farsi curare gratis. Io non mi sono mai azzardato a dire nulla, altrimenti mi avrebbero fatto sparire.
D. È sempre stato così?
R. Certo. Questo è il motivo per cui è scoppiata la rivolta in Siria: il regime di Assad è terrore e corruzione. In giro non si può dire una parola contro il governo o i suoi alleati. Tant’è che in Siria diciamo di avere quattro divinità: Assad, Ahmadinejad, Hezbollah e Chavez.
D. Assad può vincere questa guerra?
R.
Io non credo il conflitto possa finire, perché ogni giorno i ribelli sono sempre di più e Assad non può resistere all’infinito. Ma poi ci sarà un’altra guerra, causata dalla povertà e dall’instabilità. Non abbiamo più economia, non c’è più lavoro, non ci sono più strade: le Nazioni Unite hanno detto che alla Siria servono 120 miliardi di dollari per rimettere tutto a posto.
D. Prima comunque bisogna smettere di sparare.
R. Se anche la guerra finisse oggi, ci vorrebbero 20 anni per riavere una situazione di normalità. Io non tornerò mai: i miei figli che prospettive avrebbero? La loro è una generazione senza futuro.
D. Cosa intende con instabilità?
R. In Siria è entrato il fondamentalismo islamico che si è mischiato tre le fila dei ribelli. Ora fanno comodo i soldati islamici perché bisogna stare uniti per cacciare Assad, ma cosa succederà quando bisognerà ricostruire la Siria?
D. Se lo chiedono anche gli Occidentali, che infatti non intervengono.
R.
Il mio Paese storicamente è molto tollerante: hanno sempre convissuto diverse etnie e religioni. Ci sono l’islam e il cristianesimo nelle loro varie componenti, ci sono siriani, palestinesi, curdi, armeni, kirgizi, assiri, ma non abbiamo mai avuto problemi. Invece già oggi tra sunniti e alawiti, la corrente sciita a cui appartiene Assad, ci sono duri scontri. Prima della guerra non era così.
D. Perché la rivolta è scoppiata proprio a Daraa e non nel centro del potere?
R.
Perché il governo dimostrò a Daraa la propria crudeltà, arrestando alcuni bambini e offendendo un padre. A inizio marzo 2011 erano stati incarcerati 15 ragazzini, tra i nove e i 15 anni, perché sul muro della scuola avevano scritto «la nazione vuole cambiare governo», che era un motto usato nelle altre rivoluzioni arabe.
D. Che fine hanno fatto?
R.
Per giorni non si ebbero loro notizie, finché un padre chiese un incontro ad Atef Najib, il cugino di Assad che era il capo dell’intelligence a Daraa. Gli chiese di riavere il suo bambino, anche perché era l’unico, lui e sua moglie non riuscivano ad averne altri.
D. Glielo restituirono?
R. Najib gli rispose: «Dimenticati di tuo figlio e portami qui tua moglie, ci penso io a fartene uno». Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
D. E degli altri 15 ragazzini cosa ne è stato?
R.
Dopo il 18 marzo le proteste continuarono e alla fine furono rilasciati, ma erano in 14: di uno di loro non si seppe più nulla. Tutti i bambini furono torturati: tolsero loro le unghie e li bruciarono con le sigarette.
D. Perché prendersela con i bambini?
R.
Perché rappresentano il desiderio di libertà dei siriani. Ingenuamente quei bambini aveano scritto sul muro quel che si diceva nelle loro famiglie, hanno imitato i loro coetanei arabi visti su Internet. Ma per il regime fu inaccettabile: colpendo i bambini, è come se Assad avesse detto che non ci sarà libertà neanche in futuro.

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