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LEGALITÀ
30 Maggio Mag 2013 1508 30 maggio 2013

Calabria: la battaglia solitaria delle donne sindaco

Quattro amministratrici contro le 'ndrine.

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Angela Napoli, ex deputata Fli.

Guardando alle scelte di alcune forze politiche negli ultimi mesi in Calabria, la domanda è automatica: ma fare antimafia nella trincea di piccoli Comuni sgarrupati, paga?
Quattro donne sindaco - di cui una fresca ex non essendo stata rieletta - che si sono sempre spese in politica con passione, sono state abbandonate. E ora pagano pure dazio.
L'ATTACCO DELLE 'NDRINE. Una di loro, Carolina Girasole, ormai ex primo cittadino di Isola Capo Rizzuto, non solo ha mancato la riconferma delle urne. Ma la sera di martedì 28 maggio, solo a poche ore dal voto, è stata presa di mira dalle 'ndrine che hanno dato fuoco al palazzo in cui viveva la sua famiglia.
IL PRECEDENTE DI ANGELA NAPOLI. Purtroppo non si tratta di una novità. Già era stata umiliata Angela Napoli, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia e pasionaria che, nel Pdl, ha avuto vita difficile. Sotto scorta da anni - la ‘ndrangheta l'aveva minacciata di morte - la deputata seguì Gianfranco Fini in Fli come coordinatrice regionale. Poi però lasciò i futuristi rinunciando a ricandidarsi.
Pochi giorni fa, a Napoli era stata depotenziata la tutela: come se le ‘ndrine desistessero dal colpire un parlamentare non rieletto. La vicenda ha destato un clamore tale che il Viminale ha ripristinato la scorta immediatamente. Ma in una Calabria violentata dalle intimidazioni verso chi amministra la cosa pubblica (1.072 negli ultimi 13 anni, 106 solo l’anno scorso), spesso agli atti minatori si aggiungono quelli simbolici.

La battaglia solitaria di Maria Carmela Lanzetta

Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monasterace.

È il caso di quattro donne. Tre sindaci, attualmente del Pd, e Girasole passata dai democratici a Scelta civica per l'ultima sfida elettorale. Alla vigilia delle primarie per la premiership si unirono al comitato Bersani. Era opinione generale che almeno due di loro avrebbero avuto una candidatura blindata per il parlamento. Sono state tutte lasciate a casa. Anzi, in trincea. Sole.
La prima è Maria Carmela Lanzetta. Farmacista di Monasterace, nel 2006 assunse la guida del piccolo Comune dell’Alto Jonio reggino dalle finanze sgangherate e dominato dal clan Ruga (che si dice abbia «pilotato» gli appalti tramite il capo dell’Ufficio tecnico Vito Micelotta, arrestato nel dicembre 2010).
LE DIMISSIONI E IL RITORNO. La lotta alla criminalità di Lanzetta, però, le costò continue minacce di morte e la farmacia data alle fiamme. Nel marzo 2012, la sua panda fu crivellata di proiettili e Lanzetta si dimise.
Monasterace diventò un caso nazionale: dal prefetto all’Antimafia, in molti le chiesero di non mollare. Quando andò a trovarla il segretario Pd Pier Luigi Bersani, Lanzetta ritirò le dimissioni in extremis.
ESCLUSA DALLE LISTE PD. Pochi mesi dopo, era convinzione diffusa, sarebbe giunto uno scranno da parlamentare. Ma quando il Pd fece le liste, in Calabria preferì far posto a big come Rosy Bindi, Nico Stumpo e Marco Minniti.
Lo scorso aprile Lanzetta ha dovuto dichiarare il dissesto finanziario del Comune nell’indifferenza generale.

Annamaria Cardamone ed Elisabetta Tripodi: intimidazioni continue

Elisabetta Tripodi, sindaco di Rosarno.

Altra protagonista di quella che è stata definita la Primavera antimafia calabrese è Annamaria Cardamone. Alle Comunali del maggio 2011 prese al balzo la sua occasione: si candidò ad amministrare i 3.200 cittadini di Decollatura, nel Catanzarese, e vinse. Ma in un ente con un elevatissimo deficit e «visitato» due volte da una Commissione d’accesso antimafia, per lei i guai iniziarono ancor prima che fosse eletta: già in campagna elettorale, le lettere anonime cominciarono a fioccare. E poco dopo, le pressioni indussero il suo vice a dimettersi.
LA POLVERIERA ROSARNO. Anche Rosarno ha avuto la sua prima cittadina anti-'ndrangheta. Nell'ottobre 2008, il sindaco Carlo Martelli finì in prigione per concorso esterno in associazione mafiosa (poi fu assolto) e il Comune fu sciolto per mafia per la seconda volta. Per guidare la rinascita il Pd scelse il segretario comunale Elisabetta Tripodi. A sfidarla due avvocati, Gianfranco Saccomanno (altro ex sindaco) e Raimondo Paparatti: il 14 dicembre 2010 la spuntò lei, al ballottaggio su Saccomanno.
LE MINACCE DEL BOSS PESCE. Già pochi mesi dopo, Tripodi fu messa sotto scorta: il boss Rocco Pesce - irritato per lo sgombero di alcuni immobili della famiglia e per la costituzione del Comune come parte civile in vari processi - era riuscito a inviarle dal carcere milanese di Opera una lettera minatoria su carta intestata dell’ente rosarnese.
Il sindaco però è rimasta sola. Sei mesi fa Tripodi ha perso il principale alleato (l’Udc) e, ancora a metà mandato, deve fare i conti con una maggioranza ballerina e coi timori di una nuova rivolta dei braccianti extracomunitari, dopo gli scontri del gennaio 2010.

Carolina Girasole: nessuna poltrona in parlamento e la bocciatura alle Comunali

Caterina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto.

Ma il caso forse più eclatante è quello di Carolina Girasole.
Dal 2008 era al timone di Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese: solo cinque anni prima, il Comune era stato sciolto per infiltrazioni del clan Arena, con cui lei stessa è imparentata. Girasole è sempre stata in prima linea nella lotta alla legalità, battendosi per l’assegnazione dei beni confiscati alle associazioni antimafia.
Immediati gli esiti: minacce di morte, ben tre auto bruciate, clima di terrore fino all’incendio del municipio.
IL PASSAGGIO A SCELTA CIVICA. A ridosso delle Politiche dello scorso febbraio, non essendo rientrata nelle liste del Pd, ha detto sì a Mario Monti: Scelta civica, però, non ha eletto deputati in Calabria.
Alle ultime Comunali, la scoppola: Girasole, appoggiata da Sc (e informalmente pure dai bersaniani del Pd), s’è fermata a un desolante 14% dei consensi. E Isola è stata consegnata al Pdl: Gianluca Bruno, col 52%, ha trionfato al primo turno. In caso di ballottaggio, non l’avrebbe sfidato Girasole ma l’ex Pci Damiano “Nuccio” Milone. Sindaco quando l’Amministrazione fu sciolta per mafia.
Fino alla sera del 28 maggio. Quando le 'ndrine le hanno incendiato casa.
Segno che i clan non dimenticano. E non importa quanti voti prendi alle elezioni.

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