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L'ANALISI
4 Luglio Lug 2013 1610 04 luglio 2013

Egitto, il golpe chiamato transizione

Non c'è unanimità sulla mossa dei militari.

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In pochi lo chiamano «golpe». Per molti si tratta della «destituzione» dei Fratelli musulmani e del presidente Mohamed Morsi, una svolta appoggiata e voluta dal popolo egiziano. Qualcuno addirittura la considera una «rivoluzione».
L'Occidente si è svegliato prudente giovedì 4 luglio dopo la notte della presa del potere in Egitto, salutata con i fuochi d'artificio in piazza Tahrir, la stretta di mano tra il premio Nobel per la pace Mohamed el Baradei e il generale Abdel Fatah al Sisi e la presidenza ad interim al presidente della Corte costituzionale Adly Mansour.
La tivù di Stato è stata accerchiata dai carri armati. Morsi, sotto divieto d'espatrio, è ancora nel ministero della Difesa e i suoi più stretti collaboratori, i leader della Fratellanza Saad el Katatni e Rashad al Bayoumi, sono agli arresti. Su 300 membri del partito islamista pende l'ordine di fermo. E la Costituzione è sospesa.
COLPO DI STATO O RIVOLUZIONE. Ma il grande imam dell'università di Al Azhar, Ahmed al Tayeb, e il patriarca dei copti cristiani, Tawadros II, hanno messo il cappello sulle manovre dei generali, le folle esultano e un giornale progressista come il britannico Guardian ha titolato: «La cacciata di Morsi in Egitto è la seconda rivoluzione in due anni».
Il Movimento del 6 aprile, che nel febbraio 2011 da piazza Tahrir fece cadere Hosni Mubarak, ha sospeso i suoi commenti su Twitter. Ma anche alcuni suoi attivisti difendono con la stampa internazionale il «sostegno dei militari alle istanze dell'opinione pubblica», consapevoli del «ruolo critico dell'esercito nel proteggere la popolazione».
GOLPE POPOLARE. I giornali laici della Tunisia hanno festeggiato l'estromissione dei musulmani. E anche se fogli come l'americano New York Times o l'inglese Financial Times hanno criticato implicitamente «l'espulsione di Morsi» e il «regime ad interim» in Egitto, la parola «golpe» è finita sempre in secondo piano. «Golpe popolare», si è detto, cioè voluto dalla piazza. Per quanto possa sembrare una contraddizioni in termini. Tanto che per il quotidiano francese Le Figaro si è trattato dl «golpe che nessuno vuole chiamare golpe».

Egitto, Libia, Algeria: le mosse dei militari in nome del popolo

Piazza Tahrir invasa dai festeggiamenti per la destituzione di Morsi.

Spostando all'indietro le lancette della storia, in Nord Africa non è un'anomalia che i colpi di Stato assumano una connotazione popolare, vista spesso come salvifica dalle masse.
E non lo è nemmeno che i governi guidati da movimenti islamici ed eletti democraticamente vengano presto soffocati con i colpi di Stato.
Successe in Egitto con il putsch nasseriani di Nasser nel 1952, inaugurando - prima con il presidente generale Gamal Abdel Nasser, poi con Anwar al Sadat, infine con Mubarak - un regime militare di stampo socialista che, prima di diventare filo-americano, avrebbe contagiato Tripoli.
Con il colpo di Stato nel 1969, il giovane colonnello Muammar Gheddafi, l'ideologo della Jamahiriya, fondò infatti la Grande repubblica popolare libica, cacciando re Idris.
IL CASO DELL'ALGERIA DEL 1992. L'ultimo precedente di estromissione manu militari degli islamisti dal potere nei Paesi arabi risale invece al 1992, quando in Algeria, dopo quasi 20 anni di governo del Fronte di liberazione nazionale (gli eredi dei guerriglieri nella lotta di liberazione dai francesi), fu il Fronte islamico di salvezza (Fis) a vincere le prime elezioni pluripartitiche dell'ex colonia.
Meno di un anno dopo, i vertici militari laici ripresero il controllo del Paese con un colpo di Stato, ergendosi a protettori dei cittadini dalla deriva islamista. Il Fis venne messo fuorilegge, seguirono anni di censure e dure repressioni. E niente più cambiò: l'ultimo protetto dell'esercito eletto, dopo il disco verde dei generali, alla guida dell'Algeria è l'attuale presidente Abdelaziz Bouteflika.
IL POPOLO COI SOLDATI. «Anche gli ultimi fatti dell'Egitto vanno ascritti in questa categoria di prese del potere restauratrici», spiega a Lettera43.it l'orientalista e storico di Filosofia islamica Massimo Campanini. «Quello egiziano è stato un golpe, non una rivoluzione. I militari hanno rovesciato Morsi, eletto democraticamente, pretendendo di interpretare la volontà popolare».
Pur con il tifo della maggioranza degli egiziani, insomma, secondo lo storico un capo dello Stato in carica ed eletto dal popolo non si può estromettere democraticamente con i carri armati.
«Non riuscendo in altro modo a ottenere le dimissioni di un presidente che durante il suo mandato ha fatto degli errori, varando anche provvedimenti autoritari, l'opposizione si è alleata con i generali, avallando il loro colpo di Stato», tira le fila Campanini.

La piazza grida alla «rivoluzione», ma volti e metodi sono vecchi

Murale a Il Cairo: gli egiziani si chiedono chi verrà dopo Hosni Mubarak e Mohamed Morsi.

Pragmaticamente Niccolò Machiavelli sintetizzò il golpe nella massima, «il fine giustifica i mezzi».
Per rivoluzione si intende invece il «rovesciamento radicale di un ordine politico-istituzionale costituito»: una situazione che, in Egitto, ancora non è avvenuta, perché a traghettare il Paese verso nuove elezioni è la generazione di militari erede degli uomini del vecchio e malato Mubarak.
Ora il capo di Stato provvisorio è Mansour, nominato nel 1992 giudice della Corte costituzionale, consesso controllato dai generali, e promosso alla carica di presidente da Morsi: tutt'altro che un uomo nuovo.
PER I COPTI È UNA SVOLTA. Rivoluzionari, infine, non possono neanche essere considerati né l'imam al Tayeb, né il capo religioso dei copti Tawadros II (che su Twitter ha commentato: «Il popolo egiziano si è ripreso la rivoluzione»), esibiti come padri spirituali del colpo di Stato.
«Il patriarca difende le istanze dei cristiani, tradizionalmente vicine più ai governi laici che a quelli degli islamici moderati. Lo stesso vale per la prestigiosa università islamica sunnita di Al Azhar. I suoi rettori sono sempre stati allineati con i presidenti generali, da Nasser, ad al Sadat, a Mubarak», chiarisce Campanini.
AL AZHAR, IL NODO DEI RETTORI. L'Islam non è un monolite. La nomina di un nuovo rettore, tra l'altro, è stata uno dei tanti pomi delle discordia tra gli esponenti della vecchia guardia e i leader della Fratellanza al governo, ed «eliminare dai giochi i musulmani moderati era un interesse di molti».
Più conosciuto all'estero che in patria, lo stesso el Baradei, la notte tra il 3 il 4 luglio, ha goduto di una tribuna d'onore eccezionale, attraverso cui accreditarsi come leader della frammentata opposizione. Anche agli Usa e all'Europa che, grazie ai militari egiziani di presidio in Sinai per oltre mezzo secolo hanno garantito una labile stabilità a Israele, fanno comodo le uniformi.
Forse anche per questo, quasi tutti la chiamano «transizione militare», e non «golpe».

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