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Obama e il mancato interventismo Usa in Medio Oriente

L'immobilismo del presidente Usa.

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Egitto, manifestanti anti Morsi.

La crisi egiziana fa tremare la Casa Bianca. La destituzione manu militari del presidente Mohamed Morsi potrebbe essere considerata, nello scacchiere strategico mediorientale, come una vittoria per la politica estera americana: a vederla con molto pragmatismo, un leader islamico radicale è stato rimosso in favore di un governo più laico, appoggiato da una nomenclatura militare storicamente vicina e finanziata dagli Stati Uniti.
L'INTERVENTISMO MANCATO. Ma se per gli Usa il risultato è favorevole, per Barack Obama la questione è più complicata. Nell’opinione pubblica americana inizia infatti a farsi strada l’idea che la crisi egiziana sia stata capita tardi e gestita con superficialità dal presidente. E qualcuno sussurra che, nel vortice dello scandalo Datagate e in mezzo a una fase politica di grande conflittualità tra democratici e repubblicani, il lavoro del commander in chief e del suo staff consista ormai più nel tappare le falle che nel guidare la nave.
IL TRADIMENTO DEL CAIRO. Nel giugno del 2009 Obama, presidente da pochi mesi, aveva tenuto all’università Al Azhar del Cairo uno storico discorso sulla democrazia e sui rapporti tra Stati Uniti e mondo islamico.
Hosni Mubarak era ancora saldamente al potere e l’allora neoeletto capo di Stato aveva proclamato: «Ho la convinzione che tutti i popoli abbiano il desiderio di realizzare alcuni obiettivi: la possibilità di esprimersi liberamente e di dire la propria opinione su chi governa, la fiducia nella legge e in un esercizio equanime della giustizia, avere un governo trasparente che non rubi alle persone, godere della libertà di vivere come si sceglie».
A quattro anni di distanza, però, la politica estera americana sembra impantanata tra principi democratici da difendere e scelte di realpolitik che fatalmente li contraddicono.

Il presidente spettatore e non più attore

Siria, esplosioni nella capitale Damasco.

Persino la stampa più liberal e tradizionalmente vicina al presidente sembra non essere più intenzionata a ignorare le contraddizioni. «Una delle poche cose chiare riguardo al caos egiziano è che sta precipitando l’influenza e il prestigio degli Stati Uniti» ha scritto il Washington Post il 3 luglio, poche ore prima della destituzione di Morsi.
«Non è mai stata abbandonata una posizione ambigua. Un colpo militare non porrà fine alla crisi del Paese, ma gli Usa non devono né esserne complici, né permettere di essere visti come i fautori», aveva ammonito il giornale.
LE SCELTE MANCATE. La condotta dell’amministrazione Usa nei confronti dell’Egitto è stata giudicata da molti approssimativa. A partire dal fatto che con Morsi i vecchi schemi di cooperazione sono stati riproposti in modo acritico, senza stimoli verso una maggiore apertura democratica o verso vere riforme. Tanto che oggi Obama si trova di fronte a un duplice imbarazzo: aver prima appoggiato i Fratelli musulmani per ragioni di sicurezza e averli poi, forse, lasciati andare al loro destino, appoggiando implicitamente il vecchio regime. «È stata usata un’ottica di breve termine esclusivamente incentrata sulla sicurezza», ha commentato per tutti Stephen McInerney, direttore dell’organizzazione Project on Middle East democracy.
La crisi egiziana non è però la sola sul tavolo dello Studio Ovale. Né l'unica la cui gestione ha suscitato parecchie polemiche.
L’IMPASSE SIRIANA. Oltre alla gaffe (volontaria o meno) in merito al dialogo di pace con i talebani – poi andati in stand by – sul tavolo resta la questione siriana.
Le intenzioni degli Usa con Damasco non sembrano ancora chiare e Washington sembra aver assunto il ruolo di spettatore in uno scontro in cui i vincitori rischiano di essere gli estremisti islamici.
La complessità evidente della situazione - in Siria è ormai impossibile distinguere i buoni dai cattivi - non è sufficiente a frenare il tiro al piccione sul presidente. «Questo interventismo perennemente indeciso dà solo risultati sconfortanti», continua a ripeter Chris Stirewalt, commentatore di Fox News, (che non ha mai risparmiato bordate a Obama).

Troppe parole, pochi fatti: gli strateghi democrat mollano il presidente

Il presidente americano Barack Obama.

La mancanza di azioni decise sta diventando il leit motiv della presidenza, siano gli scandali internazionali o quelli interni, dal presunto spionaggio fiscale alle difficoltà della riforma sanitaria. Più dichiarazioni che azioni concrete, troppo fumo e niente arrosto.
SOLTANTO DISCORSI. La pattuglia crescente dei critici accusa Obama di non riuscire a lasciare il segno sullo scacchiere internazionale, facendosi travolgere dalle crisi senza saperle interpretare e guidare. Ed è significativo che a guidare la pattuglia ci sia un decano della politica estera americana come Zbigniew Brzezinski, rispettato analista e di area democratica.
«Obama deve capire che la sua fiducia nei discorsi è eccessiva in uno scenario internazionale come questo. L’apparente convinzione che un discorso di grande impatto possa cambiare le cose è sbagliata. I discorsi promettono sempre molto, ma alla fine il risultato è sempre modesto», ha detto in un recente incontro pubblico.
MANCA LA STRATEGIA. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale è stato anche più esplicito riguardo alla Siria: «La nostra condotta lascia senza parole. Non c’è strategia. Tutto è sporadico, caotico, scomposto. Vedo solo retorica e propaganda», ha detto in un’intervista all’emittente

5 Luglio Lug 2013 0703 05 luglio 2013
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