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Svizzera, la leva militare pilastro della società disciplinata

Il paradosso elvetico: la naja è obbligatoria.

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Neutrali, ma armati fino ai denti. E addestrati. L’apparente paradosso che da secoli segna la piccola Svizzera è destinato a durare nel tempo.
IRREGIMENTATI E FELICI. Perché, se alla fine della tornata di referendum votati il 22 settembre a destare scalpore è soprattutto il sì al bando del burqa in pubblico decretato dal Canton Ticino, il no all’abolizione della leva obbligatoria ha comunque prodotto un’ondata di dibattiti sulle forze armate svizzere. Ritenute un pilastro della società, necessarie al Paese modello, disciplinato ed efficiente. Per questo, da decenni, il periodo di reclutamento obbligatorio è considerato come parte integrante della formazione di ogni buon cittadino.
TUTTI I CANTONI FEDELI ALLE ARMI. L'ultimo tentativo di cambiare le cose lo ha dimostrato. Il quesito proposto a livello federale dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (Gsse) è stato bocciato da una percentuale nettissima: il 73% dei votanti, con nessun dei 26 cantoni favorevoli.
Certo, nel risultato ha pesato anche lo scarso appoggio dei grandi partiti del centrosinistra.
In tanti, infatti, volevano un aut-aut sull’esistenza dell’esercito, nel solco del primo storico referendum che il Gsse propose nel 1989, quando il 36% dei cittadini si disse favorevole alla soppressione delle forze armate.
UN MODELLO CHE RESISTE. Il referendum, invece, ha puntato tutto sull'abolizione della leva obbligatoria, tentando di sfruttare gli esempi offerti dai grandi vicini - Francia, Germania e Italia - e sugli anacronismi di un simile obbligo rispetto a un mondo del lavoro solcato dalle agguerrite concorrenze dei tempi di crisi.
Ma i calcoli si sono rivelati sbagliati.

In proporzione più soldati della Germania

Nella società elvetica la leva obbligatoria è infatti sempre stata vista come momento di coesione sociale e di conoscenza del territorio, in un Paese segnato da un federalismo politico, linguistico e culturale.
I FAVORI DEL PASSATO. C’è poi da considerare che ad andare al voto non sono stati solo i più giovani. E a chi ha più di 40 anni si porta dietro l'idea del grande prestigio sociale che fino agli Anni '90 contrassegnava chi aveva fatto la ‘naja’.
Poste, ferrovie e grandi banche avevano un occhio di riguardo per chi era stato recluta, presupponendo una maggiore predisposizione al sacrificio e alla disciplina, requisiti portanti del successo elvetico.
155 MILA SOLDATI PER LA PACE. Nel corso degli ultimi decenni le forze armate sono state oggetto di un ampio ridimensionamento: dalle 625 mila unità del 1961 ai 155 mila soldati del 2013, che entro tre anni dovrebbe ridursi a 100 mila.
Una quantità che, per gli attivisti del Gsse, appare comunque colossale per un Paese di 8 milioni di abitanti. Specie considerando che la Germania che, con una popolazione 10 volte superiore, conta circa 185 mila militari.
IL PLACET PER NUOVI ARMAMENTI. Eppure, grazie anche al referendum, Berna dovrebbe riuscire nell’acquisto dei nuovi jet da combattimento Gripen, da settimane al centro di polemiche politiche. E le reclute possono continuare a portarsi a casa armi e munizioni durante il periodo di leva.
«Abolire il servizio militare avrebbe rotto il genuino legame tra la popolazione e l’esercito», sono state le trionfanti parole di Ueli Maurer, ministro della Difesa, della Protezione della popolazione e dello Sport, nonché presidente della confederazione elvetica.

Imprese e Stato pagano lo stipendio delle reclute

E dire che la naja svizzera ha la fama di essere rigida e durissima, anche se non ha una durata eccessiva: dalle 18 alle 21 settimane in un primo periodo con corsi di ripetizione annuali di tre settimane (e fino a che non si scontino i 260 giorni previsti in totale) fino a 34 anni.
A CARICO DELLE IMPRESE. Durante la leva, per le reclute il salario è di 4 franchi al giorno (circa 3,3 euro), mentre per chi ha già un impiego non c’è alcuna riduzione dello stipendio, con l’80% del salario pagato dallo Stato e il restante 20% dall’azienda. Per gli esentati, invece, un piccolo svantaggio c’è: sono costretti a pagare una tassa aggiuntiva del 3% sul loro salario annuale.
UNA DIFESA DALLA CRISI? Difficile però credere che basti questa imposta a spiegare una scelta che, con la guerra fredda ormai finita da un pezzo, potrebbe apparire stravagante.
Di certo a Berna sono piuttosto orgogliosi del fatto che, sin dai tempi di Napoleone, nessuno ha mai messo piede sulla loro terra. E in tempi di grave crisi economica, con la Svizzera delle banche isola felice in mezzo all’Eurozona, forse anche la difesa armata contribuisce a far dormire sonni più tranquilli.

23 Settembre Set 2013 1739 23 settembre 2013
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