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IL RITRATTO
1 Aprile Apr 2014 1721 01 aprile 2014

Zagrebelsky, profilo del professore che critica Renzi

Chi è il giurista di Libertà e giustizia paladino della Costituzione.

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Gustavo Zagrebelsky.

Con tono da quaresimalista che vede tutto nero, Gustavo Zagrebelsky, appena ha sentito parlare di riforma del Senato l’ha bollata come «svolta autoritaria». È una delle cose dei tempi d’oggi che non gli vanno giù.
UN «REAZIONARIO CRITICO». Il 70enne Zagrebelsky è un «reazionario critico». Nulla gli sta bene nel Paese che, per i suoi stramaledetti vizi, non è alla sua altezza, ma se qualcuno prova a cambiarlo diventa una iena. Detesta il mondo in cui vive ma gli si storcono le budella all’idea di rinnovarlo. Situazione psicologica drammatica che lo condanna al broncio permanente facilmente verificabile nelle sue foto.
GAUCHE ALLA TORINESE. Zagrebelsky non è un isolato. Appartiene a un gruppo elitario di sinistra borghese che si ispira all’austerità dell’azionismo torinese. Un tempio i cui numi sono Norberto Bobbio e Galante Garrone, che erano effettivamente di Torino (come Zagrebelsky, originario della vicina San Germano Chisone), ma che accoglie anche calabresi tipo Stefano Rodotà e intellettuali di altre etnie.
In genere sono giuristi che guardano la vita col monocolo delle pandette, come il Nostro, costituzionalista e giudice della Consulta dal 1995 al 2004. Oggi, si ritrovano tutti nello stesso club, Libertà e Giustizia, messo a disposizione dal fondatore, l’industriale Carlo De Benedetti, e di cui Zagrebelsky è presidente onorario.
L'INTOCCABILITÀ DELLA COSTITUZIONE. I soci, all’unisono, sono legati alla Resistenza versione Pci, e all’antifascismo dell’immediato Dopoguerra. Considerano la Costituzione repubblicana la più bella del mondo e perciò intoccabile. Ma l’Italia cresciuta alla sua ombra una figlia indegna che ne ha tradito lo spirito di cui essi - i soci di Libertà e Giustizia, modello di virtù - sono gli estremi custodi. Di qui, l’atteggiamento schizoide, già accennato: rigetto della degenerazione attuale ma reazione scomposta per ogni tentativo di uscirne. Ossia, di modernizzare.

Il professore e le critiche a Renzi sulla riforma del Senato

Gustavo Zagrebelsky.

Attualmente, il professor Gustavo vede come fumo negli occhi Matteo Renzi, dietro il quale percepisce l’ombra del Cav già da lui, in tempi non sospetti, paragonato a Hitler.
«Stiamo assistendo», l’appello di L&G, di cui Zagrebelsky è primo firmatario, «al progetto di stravolgere la nostra Costituzione (riforma del Senato che abolisce il bicameralismo, ndr) per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali». In un altro passaggio, si parla anche di «democrazia plebiscitaria» che fa pensare al Sudamerica. Espressioni ribollenti quali non ci si aspetterebbero da firmatari in età sinodale incapaci di accettare un sistema in vigore da anni nei Paesi occidentali, nessuno dei quali ha due Camere identiche.
CONTRO LE «DERIVE PARAFASCISTE». Ma quello che per molti è una semplificazione per Gustavo è l’anticamera del potere di un uomo solo, dunque parafascista.
La stessa reazione abnorme ebbe un anno fa quando in un’intervista al Corsera dichiarò di aborrire il «presidenzialismo» (caro al Cav ma anche a riformisti di centro e di sinistra) perché, per questa via, «i colonnelli, come in Sudamerica, sono diventati capi di Stato». Prova suprema di modello antidemocratico.
Fu il politologo, Gianfranco Pasquino, della sua stessa parrocchia, a reagire alla sciocchezza. Da dove gli venivano, chiese ironicamente sulla rivista Il Mulino, le «notizie riservate» che contraddicevano quelle note? A lui, Pasquino, risultava infatti che il presidenzialismo attirava non semplici colonnelli ma addirittura generali. E citava, sarcastico, il caso di due di loro diventati capi di repubbliche presidenziali: De Gaulle in Francia e Eisenhower negli Usa. Concludendo all’incirca: erano quelli dei dittatori fascistoidi o è Zagrebelski ad avere le paranoie?
QUEL SANGUE RUSSO. Certi eccessi di Gustavo e i malumori che spesso si trasformano in scatti iracondi, sono da attribuire - per sua stessa ammissione - al sangue russo che molto lo inorgoglisce.
Zagrebelsky - come i suoi due fratelli maggiori, Vladimiro, pure lui noto giurista, e Pierpaolo - sono italiani di prima generazione. Il padre era nato a Pietroburgo e crebbe in Italia per caso. Le cose andarono così. I nonni erano in vacanza a Nizza nel 1914 quando scoppiò la guerra e furono chiuse le frontiere. Poco dopo arrivò la rivoluzione comunista. Così, obtorto collo, gli Zagrebelsky rinunciarono al rientro e si stabilirono a Sanremo.
LA MAMMA VALDESE. La nonna, convinta di avere trovato il sistema di sbancare il Casinò, perse al gioco i suoi averi. Il padre, giovincello, sbarcò il lunario vendendo ai giornali novelle che spacciava per racconti di Gogol da lui tradotti. Finché, si innamorò di una severa valdese e, per forza di cose, mise testa a partito.
Da questo ibrido è venuto Gustavo: sempre severo come mamma, a volte mercante di fumo come papà.

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