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ANALISI
7 Maggio Mag 2014 2028 07 maggio 2014

Europee 2014, Renzi e la comunicazione elettorale

Critica sindacati e magistrati. E attacca il M5s.

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Il premier Matteo Renzi.

Sembra passato un secolo da quando Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, convinto che «il mestiere della politica non sia il mestiere della comunicazione», decise di tenere nel teatro Ambra Jovinelli di Roma l'ultimo discorso della sua campagna elettorale, lasciando a Grillo piazza san Giovanni e restituendo agli elettori l'immagine di un partito chiuso, non solo metaforicamente, nelle sue stanze e nei suoi linguaggi.
Era il febbraio 2013. Un anno dopo, Matteo Renzi prova ad aprire le porte della sinistra italiana - «Il Pd deve avere il coraggio, la forza e la voglia di scegliere il luogo dove vincere le elezioni e per noi questo luogo è la piazza», ha detto qualche giorno fa il premier esortando i suoi a darsi da fare per mobilitare gli elettori - con un'operazione che sembra qualcosa di più e di diverso di una semplice strategia elettorale.
COMUNICAZIONE E SINISTRA: LA FINE DI UN TABÙ. «Dal punto di vista della comunicazione non ci sono grandi innovazioni in questa campagna elettorale», premette Marco Cacciotto, spin doctor, docente di marketing politico e public affairs all'Università degli studi di Milano.
«Il vero elemento di novità», spiega, «è l'atteggiamento proattivo del centrosinistra, e del Pd in particolare, nei confronti della comunicazione, non più considerata un diabolico strumento di manipolazione, ma un mezzo utile a dialogare con i cittadini e a mobilitare l'elettorato. La cultura del marketing politico ha acquisito diritto di cittadinanza anche nel suo mondo».
SULLE ORME DI BLAIR. Un cambiamento non solo di forma, seppur con qualche decennio di ritardo rispetto alle sinistre europee e a quella americana. «Renzi sta facendo quello che Clinton, Blair e in tempi più recenti Hollande hanno già fatto tempo fa», dice Cacciotto, «costruire il messaggio, dettare l'agenda, rispondere colpo su colpo alle bordate degli avversari usando tutti i media e molto i social».

Grillo, nemico numero uno del premier

Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Quella di Renzi, riflette il professore, è una tipica campagna di mobilitazione: il messaggio non è tagliato sul candidato o sul partito, ma sugli elettori.
Una strategia già anticipata nel discorso di Bari dell'ottobre 2013: «Viviamo un tempo nel quale non ci chiamiamo più per nome», disse allora il non ancora premier, citando come esempio l'iniziativa della Coca Cola, «non soltanto un'operazione di marketing, ma l’idea che in un tempo di anonimato tu hai bisogno di farti chiamare per nome, di farti venire in contro per quello che sei, di essere considerato una persona in grado di stare in relazione». Ed eccoci ai manifesti per le Europee con lo slogan Ce lo chiedi tu.
LIFE POLITICS E IL DERBY TRA SPERANZA E RABBIA. «È un tentativo di personalizzazione. È dire: parliamo alle persone, ci occupiamo dei loro problemi reali. Gli americani la chiamano life politics», continua Cacciotto.
L'obiettivo è costruire una sorta di alleanza di ferro con gli elettori, che restituisca loro la fiducia nella politica e faccia da argine al partito della rabbia. Già, perchè il vero avversario del premier in questa tornata elettorale, dice il professore, «è Grillo. Renzi l'ha scelto come suo avversario, sa che è con lui la sfida. Il derby tra rabbia e speranza». O per usare le parole del rottamatore, tra «chi scommette sul fallimento dell'Italia e chi pensa invece che l'Italia ce la può fare».
SE PREVALE IL DISINCANTO, IL VOTO SARÀ ANTISISTEMA. Per capire il perché di questa impostazione, è necessario riflettere sul clima di opinione che prevale in Italia: «Al disincanto è subentrata la rabbia», analizza Cacciotto, «Grillo incolpa la politica per la crisi. Se prevale questo orientamento, il voto andrà alle forze contestatarie e antisistema, dal Movimento 5 stelle alla Lega Nord». L'unico modo per invertire la rotta è quindi «puntare sulla politica che fa e che vuole innovare il Paese. Per questo Renzi insiste molto sugli 80 euro, gli servono per dire: io sto modificando le cose».
È un noi contro loro, l'Italia del cambiamento contro quella dei disfattisti, che non chiama però in causa solo l'M5s. Nel mirino del leader Pd ci sono, e con una inedita verve polemica, burocrati e conservatori, ma anche i sindacati, Cgil in primis, e in parte la magistratura, cioè due attori sociali tradizionalmente considerati vicini alla sinistra, nel caso della Cgil anche più che vicina, lo zoccolo duro della tradizione rossa.

Gli attacchi ai sindacati per cambiare la sinistra

Matteo Renzi. Nei riquadri, Maurizio Landini, Susanna Camusso e Raffaele Bonanni.

«Gli attacchi alla Cgil non sono di pancia, ma servono per mandare un messaggio: la sinistra per prima è profondamente cambiata e cambierà ancora. Renzi sta facendo quello che Tony Blair fece con il Labour: provare a modernizzare la sua parte politica e con essa la società tutta. Blair si scontrò in maniera durissima con il suo partito sul ruolo del sindacato che i laburisti tutelavano persino nel loro statuto».
E Berlusconi? Silvio non sembra essere nelle attenzioni del premier rottamatore.
L'OBLIO SU BERLUSCONI. Nessun attacco, nessuno scontro. Nei palazzi romani si dice che sia per via delle riforme: i voti di Forza Italia sono fondamentali per portarle a casa e il Pd spera in una affermazione non negativa del partito dell'ex Cavaliere perché, se Grillo dovesse schiacciarlo nelle urne, sarebbe a rischio tutto l'accordo del Nazareno.
Cacciotto, però, la vede diversamente: «Non credo sia questa la spiegazione. Berlusconi è marginalizzato e Renzi lo sta quasi ignorando perchè gli ha già scippato la bandiera di modernizzatore del paese. La battaglia del premier è altrove, la sua sfida ormai è un'altra, non solo per queste elezioni ma, se si consoliderà nel voto per le Europee, anche per le prossime: Grillo».

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