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PERSONAGGIO
26 Giugno Giu 2014 1525 26 giugno 2014

M5s, Luigi Di Maio e l'invidia dei grillini

Di Maio e di invidia

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Luigi Di Maio, esponente del M5s e vicepresidente della Camera.

Calmo, preciso, senza lesinare qualche affondo, ma sempre sul filo della correttezza istituzionale.
Luigi Di Maio, pentastellato vicepresidente della Camera, ha trovato nell’incontro in streaming tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico sulla legge elettorale la sua incoronazione: è lui il volto nuovo dei grillini, l'incarnazione dell'attuale corso e la chiave per ricucire lo strappo con i dissidenti. Con buona pace di chi finora era stato in prima linea.
VICE DI BOLDRINI. Impossibile non notare la parabola ascendente del 28enne campano, proveniente da una roccaforte della sinistra come Pomigliano D’Arco e con un papà ex missino.
Si è fatto notare fin da subito, mister 182 preferenze, conquistando la vicepresidenza di Montecitorio e ritagliandosi immediatamente uno spazio rispetto agli altri compagni pentastellati, ottenendo il rispetto dei suoi interlocutori.
INCORONATO DA GRILLO. Ma è nelle ultime settimane che ha davvero trovato il suo posto al sole.
«Imparo sempre da Di Maio, anche quando sta zitto», l’aveva addirittura incoronato Beppe Grillo con un sms, prima ancora di indicarlo come delegato alla trattativa sulla legge elettorale, insieme con i capigruppo Maurizio Buccarella e Giuseppe Brescia e al primo firmatario del Democratellum, Danilo Toninelli.
VOLTO CONCILIANTE. Una scelta dovuta al fatto che Di Maio è la più alta figura istituzionale nel M5s, dice la versione ufficiale. Ma è vero anche che dietro l’apparente semplicità della spiegazione c’è una strategia, quella di mandare avanti il volto conciliante dell’ortodossia grillina, che mette in riga i colleghi ed evita urli e toni esasperati, pur non mettendo in discussione nulla del Grillo pensiero.
L'UOMO DEL CAMBIO DI ROTTA. L’uomo giusto al momento giusto, dopo la batosta elettorale delle Europee e la necessità evidente di un cambio di rotta.
«Luigi è un democristiano», dice a Lettera43.it una fonte parlamentare, «in questo ha davvero un’abilità da politico consumato. È furbo, è bravo a usare le parole, i toni. Bisogna riconoscere che ha tenuto testa a Matteo Renzi».

Per i dissidenti Di Maio punta a prendere il controllo del M5s

I pentastellati Alessandro Di Battista e Di Maio alla Camera.

I dissidenti, però, guardano Di Maio con attenzione, ma anche con sospetto: la sensazione che abbia in mente di far carriera e 'prendere il potere' nel gruppo e nel M5s è un chiacchiericcio che va avanti da settimane in Transatlantico.
Un timore che sembra essere condiviso dagli integralisti 'duri e puri', quelli che non sono d’accordo con l’apertura al confronto con gli altri partiti.
LE ACCUSE DEI COLLEGHI. Di Maio è la faccia dialogante dei pentastellati e questo non va giù a quelli che ritengono che «non siamo qui per scendere a compromessi con gli altri partiti, non è quello che i cittadini ci chiedono».
C’è chi lo accusa di aver capito «fin troppo bene come funzionano le cose» e teme «un eccessivo protagonismo».
Tutti i parlamentari M5s sono portavoce dei cittadini, è il ragionamento, nessuno può e deve primeggiare sugli altri.
DI BATTISTA È SPARITO. Senza contare che per un Di Maio che va sotto i riflettori, un collega finisce nell’ombra. Come Alessandro Di Battista, fino a poche settimane fa volto e spesso voce del grillismo arrabbiato, erede del vaffa sconfessato dal risultato delle Europee.
«Torneremo a veder le stelle», aveva promesso in un post su Facebook all’indomani del voto di fine maggio, ma il suo vento sembra cambiato.
LONTANO DAI PENTASTELLATI. «Alessandro non ha sbagliato nulla, ha seguito la linea dettata da Grillo e Casaleggio», ragionano nel gruppo parlamentare, «ma Luigi è stato più furbo, ha giocato la partita con le sue carte e per ora sembra aver vinto».
Altre voci però sostengono che «sarebbe un errore eclissare Di Battista, Fraccaro e gli altri e accentrare tutto su Di Maio», sostenendo che il vicepresidente della Camera sia in fondo molto lontano dallo spirito del movimento.
Troppo «politico», troppo «democristiano», appunto.
SILENZIO DOPO LO STREAMING. Di certo, se non ci sono state tensioni evidenti, c’è il fatto che all’indomani dell’incontro in streaming nessuno ha particolarmente voglia di commentare quello che pure è stato un buon risultato per i pentastellati. E che, come in molti hanno notato, alla vicenda Di Battista non ha dedicato nemmeno un tweet.

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