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REPORTAGE
31 Luglio Lug 2016 1500 31 luglio 2016

Napoli, perché è diventata una città in svendita

Napoli è in saldo ormai da anni. Il Comune è al verde e affida i servizi ai privati. Dalle buche fino alle aiuole. In questo modo i 'benefattori' si prendono la città.

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Dolce e Gabbana raffigurati sui muri di Napoli.

Nel 2012 le luminarie di Natale furono appaltate ai signori della Camera di commercio perché in Municipio non c’era un soldo da spendere. Quelle a San Gregorio Armeno fu possibile accenderle solo grazie al denaro 'regalato' da Enzo De Luca, l’allora sindaco di Salerno.
COME IN NAPOLI MILIONARIA. Casse vuote, Napoli in sub-affitto. Chi è meno giovane rievoca le atmosfere di Napoli milionaria, la commedia in cui Eduardo De Filippo («Adda passà ‘a nuttata…») racconta di una città affamata che nel dopoguerra si svende agli «ammericani» tra guadagni facili, furtarelli, borsa nera e segnorine convinta che quella sia l’unica strada per l’emancipazione. Per altri, è e resta un mezzo abuso chiudere a chiave per tre giorni vicoli, piazze, spiagge e pezzi di territorio «rubandoli» alla libera fruizione dei residenti, dei turisti e della gente comune per consentire a due imprenditori privati e ai loro aficionados di realizzare i loro spot promozionali senza 'fastidi' e a costo zero, con la scusa (tutta da dimostrare) che in cambio il brand Napoli «farà il giro del mondo».
A.A.A. Affitta-Napoli? Napoli svenduta pezzo su pezzo, visto che le casse in municipio sono desolatamente vuote? La polemica infuria, dopo la cittadinanza data a Sofia Loren e «i 2 milioni tra souvenir e pizze fritte» che si sarebbero vendute (ma chi ha fatto i conti? E quando? E come?) durante la performance a porte chiuse con cui dal 7 al 10 luglio gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno inteso «rendere onore» alla metropoli vesuviana: è giusto e produttivo non far pagare ai privati Vip un euro per l’occupazione di suolo se quel suolo è famoso nel mondo e vale oro? Oppure è sbagliato e suicida? O forse è solo inevitabile - vista la penuria di fondi pubblici a disposizione - consentire che invece dello Stato o degli enti locali siano i soggetti privati a gestire a piacimento ampie fette di territorio?
SOLO LA CAMORRA MUOVE CAPITALI. Affitta-Napoli, A.A.A. Napoli a un tot al chilo. E che importa se qui gli unici capitali sempre in movimento sono quelli targati camorra. C’è chi, parafrasando il brano di Edoardo Bennato (Vendo Bagnoli, 1989) ripete a denti stretti: «Ma che occasione ma che affare… vendo Napoli, chi la vuol comprare?».
Da San Gregorio Armeno a Fuorigrotta, dall’Arenaccia ai colli Aminei: l’affitta-Napoli appare una sorta di epidemia, una sindrome, una voglia matta di delegare ad altri soggetti ruoli, mansioni e compiti che dovrebbero essere appannaggio esclusivo del Municipio e delle sue emanazioni. Ai Quartieri spagnoli va di moda tra i residenti sostituirsi ai bed and breakfast della zona offrendo ospitalità a pagamento nella propria camera da letto: nessuna licenza, niente tasse, si paga cash, colazione compresa. Benvenuti in salotto, turisti cari. E i padroni di casa? Bastano due brandine in cucina.
Almeno dal 2013, a Napoli si affitta, si svende, si offre e si 'adotta' di tutto come e peggio che negli anni del Dopoguerra. Le casse pubbliche languono, d’accordo. Ma racconta un anziano: «Si fa un po’ come facevano gli scugnizzi di Forcella quando si affittavano i marines di colore attirandoli nella casbah col miraggio delle segnorine».

Pubblicità gratis per chi cura il verde urbano

Un'aiuola 'adottata' da un Cafè di Napoli. E abbandonata a se stessa.

Le aiuole, per esempio, vanno quasi a ruba. In cambio, il commerciante che annuncia di prendersene cura può fare pubblicità gratis tra i fiorellini. E se dopo un po’ non se ne cura più? La pubblicità, in molti casi, rimane. Si adottano le scuole, che altrimenti starebbero ancora peggio di come si ritrovano. Si adottano le strade. Si adottano perfino le buche stradali, quelle che nessuno ripara perché in municipio mancano i soldi.
Le adozioni impazzano, peccato che le buche - in troppi casi - restano intonse e pericolose. A essere adottate sono perfino le fermate dell’Anm, cioè della società che gestisce gli autobus pubblici: se un imprenditore accetta di occuparsene, può inondare la pensilina e la panchina di loghi, spot e marchi a piacimento. Il business conviene: di tempo per «ammirare» la pubblicità i passeggeri ne hanno a iosa, visto che i bus circolanti sono pochi e le attese quasi eterne.
MONUMENTI ADOTTABILI DAGLI ANNI 80. Affitta-Napoli, sì. Dagli Anni 80 (grazie a Mirella Barracco e alla sua Fondazione Napoli ‘99) si adottano i monumenti, visto che di fondi pubblici per il restauro non se ne parla più. Si adottano le «capuzzelle» dei defunti al Cimitero delle Fontanelle. Si adotta - sebbene con raccapriccio - anche la pizza col trucco, cioè quella birbante e menzognera che usa mozzarella, olio e pomodoro di provenienza straniera.
Si adotta, si affitta, si appalta. C’è chi la chiama «partecipazione popolare», ma a molti sembra piuttosto un modo di prendersi in giro. Nel 2011 il sindaco Luigi de Magistris chiese al presidente degli industriali Paolo Graziano di acquistare con una colletta le divise per i 600 vigili urbani. E Salvatore Naldi, presidente di Federalberghi, visto il clima favorevole, chiese di poter adottare anche «palazzi, chiese, piazze e qualsiasi cosa il pubblico non sia in grado di gestire».
Meravigliarsi? E perché? A Capri Silvio Staiano, che nel 2015 si è piazzato al secondo posto in Italia dopo la mitica Rolex nella classifica degli investitori in pubblicità, ha fatto a nome della sua Watch un’offerta milionaria al Comune affinché gli sia concesso di utilizzare l’immagine del campanile a scopi pubblicitari. Nessuna risposta, finora, dal sindaco.
A POMPEI UNA NECROPOLI ALL'ASTA. A Pompei, invece, la proprietaria della Necropoli di Porta Stabia (detta anche dell’Agrumeto) Antonietta Nunziata ha messo in vendita il terreno su cui è custodito lo straordinario tesoro archeologico. Uno scandalo? Macché. Se ne occuperà una casa d’aste internazionale.
L’imprenditore Alfredo Romeo, che per anni ha gestito il patrimonio immobiliare del Comune a Napoli, ha proposto un anno fa il 'progetto Insula', con cui chiede la gestione di una fetta di città, quella antistante il porto, al fine di abbellirne i caratteri e rilanciarla. Per ora, a Romeo - che ha vissuto vicende giudiziarie da cui è uscito assolto - è stato opposto un netto (o quasi) rifiuto. E domani?
Incerta è anche la risposta fornita dal sindaco de Magistris al presidente del Napoli calcio Aurelio De Laurentiis che vorrebbe in gestione l’area intorno allo stadio San Paolo nonché gli impianti sportivi (in disfacimento) nell’area ex Italsider a Bagnoli. Lo scopo del De.La? Realizzare una vera e propria 'cittadella dello sport' che occupi mezzo quartiere Fuorigrotta. Anche qui, trattasi di delegare la gestione di un’ampia fetta di periferia Ovest a un imprenditore privato: ma il piano regolatore, che prevede altro in quell’area, che fine farebbe?

Le regole sono solo un «fastidio da cui liberarsi»

Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, e Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli calcio.

Le regole, appunto. Nella corsa forsennata all’Affitta-Napoli 'tutta e subito' le regole si fanno incerte. Per alcuni, «un fastidio da cui liberarsi».
Ricorda un ex consigliere comunale: «Napoli e la Campania hanno già subìto troppe volte mortificazione e danni per colpa di chi è sbarcato sul territorio, lo ha depredato per soddisfare i propri interessi e poi se ne è fuggito a gambe levate». E continua: «Un esempio per tutti? Le decine di aziende che col terremoto del 1980 si sono arricchite arraffando i fondi dell’emergenza per poi scappar via».
UNA CITTÀ IMPOVERITA. Il Banco di Napoli, il quotidiano Il Mattino, l’Isveimer, il Porto, Bagnoli, pezzi importanti di Ansaldo e di altre aziende strategiche ormai in disuso: non si contano i giri di valzer che hanno depauperato Napoli dei suoi più importanti centri produttivi e decisionali.
In molti insistono: «Come non definire colonizzazione la progressiva estromissione dai posti che contano dei migliori cervelli locali a vantaggio dei cosiddetti benefattori di turno?».
Affitta-Napoli impazza. E si fa paradosso: la città, orfana di un moderno ciclo di smaltimento, continua a pagare fior di quattrini per «liberarsi» di tonnellate di immondizia che invece produrranno un enorme guadagno per chi le riceve e le tratta per poi venderle.
Uno smacco. «Come uno smacco», fanno notare i sindacati, «restano i milioni di borse, giacche e pantaloni confezionati dalle ragazzine napoletane negli scantinati ad alto rischio del centro antico e poi esposti nelle più eleganti vetrine e negli atelier di mezzo mondo».
LA VITA DEI NAPOLETANI NON MIGLIORA. Mimmo Annunziata, portavoce del sindaco de Magistris, ha scritto su Facebook che la performance di Dolce e Gabbana del 7-10 luglio «ha portato Napoli a un passo dalla storia». Per molti, invece, è indiscutibile che tutti i cosiddetti Grandi eventi svoltisi a Napoli negli ultimi decenni (G7, Coppa America, Forum per le culture, Coppa Davis, Giro d’Italia, Nba etc) hanno temporaneamente 'rubato' pezzi di territorio e libertà individuali senza mai migliorare di una virgola i livelli di vita della popolazione.
Anzi, la qualità della vita e dei servizi a Napoli è andata man mano peggiorando. E allora, di quale «passo» si parla? E di quale storia?

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