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Politica
28 Novembre Nov 2016 0958 28 novembre 2016

M5s Bologna, viaggio tra lo scandalo firme e la disaffezione politica

L'inchiesta scuote il Movimento. Un'altra botta per l'ex laboratorio pentastellato. Lettera43.it tra i portici capire le ragioni della crisi di Bugani & co. In un mix di complottismo, yes-man e cerchi magici.

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da Bologna

Non fosse per le civette delle edicole e le pagine dei quotidiani locali, tra i portici e il Crescentone di Piazza Maggiore l'inchiesta firme che ha colpito il Movimento 5 stelle scivolerebbe nel silenzio. La sensazione è che il presunto scandalo per la maggior parte dei bolognesi sia una questione tutta pentastellata, una «bombetta interna», suggerisce qualcuno. Nella città che ospitò il primo Vaffa-Day nel 2007 e cuore dell'Emilia-Romagna che del Movimento fu incubatrice, le stelle sembrano essere sempre più appannate. La raffica di abbandoni ed espulsioni, la polemica sulle mancate comunarie per scegliere il candidato sindaco, i malumori anche interni ai cinque stelle per la scelta dei candidati consiglieri sono stati seguiti da un deludente 16,58% alle Amministrative del 2016. Non un risultato da buttare, certo. Ma che non ha permesso a Massimo Bugani, fedelissimo di Beppe Grillo, di raggiungere l'obiettivo prefissato: e cioè sfidare al balottaggio il sindaco uscente Virginio Merola.

RISCHIO DI BOOMERANG. Adesso, dopo due anni di indagini, sono arrivati quattro avvisi di garanzia, uno dei quali proprio a Marco Piazza, vice presidente del Consiglio comunale, braccio destro di Bugani e con lui nella direzione di Rousseau. Nel mirino della procura non ci sono solo alcune irregolarità nella raccolta firme come sembrava in un primo momento, "leggerezze" che Bugani aveva liquidato come «coglionate di qualche fessacchione». Pare infatti che due testimoni non abbiano riconosciuto la loro grafia sui moduli. La difesa costruita su «Bologna non è come Palermo» portata avanti da alcuni attivisti è così caduta. Qualche consigliere comunale di Provincia ora teme che lo scandalo «diventi un boomerang». «Siamo nel mirino, anche dal punto di vista mediatico», ammette un eletto, «ma dobbiamo dimostrare di essere meglio degli altri anche nei fatti».

Marco Piazza e Massimo Bugani.

Chi ha sbagliato pagherà, ha assicurato Grillo. In Sicilia (dove gli indagati sono saliti a 13) come in Emilia. Piazza si è detto pronto ad autosospendersi, mentre Bugani ostenta sicurezza. Anche se, come fa notare una ex attivista che conosce bene il personaggio, «quando aggredisce significa che è in difficoltà, se la sta facendo sotto». Terremoto in vista? Secondo l'ex pentastellata, Bugani & Co possono dormire sonni tranquilli, a meno che non arrivino dei rinvii a giudizio. E questo perché «Il cerchio magico bolognese», spiega, «sarà difeso a spada tratta dai vertici».

L'ORDINE DEL SILENZIO. A dire il vero, della questione firme irregolari il M5s bolognese parlava da tempo, come dimostra una mail interna datata primo novrmbre 2014. «La presente per chiedervi, riguardo alla questione dell'esposto presentato da Monzuno in merito a presunte irregolarità nella raccolta firme, di NON rispondere ad alcun tipo di domanda/commento sull'argomento che dovesse venirvi presentato online (Facebook/Twitter, Google+) o sui media tradizionali», si legge nella missiva. «Ciò per non contribuire a nostra volta a dare visibilità a un evento che si vuole strumentalizzare, invece che lasciare che trovi soluzione seguendo il naturale percorso istituzionale». «Mi sembra un'ottima idea», aveva aggiunto uno dei destinatari. «Aggiungo che per quanto lo meriterebbero, sarebbe molto più saggio non espellerli fino alla data delle elezioni, per non trasformarli da vigliacchi a eroi».

La mail datata primo novembre 2014.

Non è un mistero che la gestione Bugani abbia lasciato l'amaro in bocca a molti nel M5s. Ma attenzione, spiega a Lettera43.it Federica Salsi, una delle prime espulse eccellenti: «Lui è l'effetto, non la causa» di questa situazione. «L'Emilia-Romagna e Bologna sono sempre stati un laboratorio politico per il Movimento», continua, «e proprio per questo gli attivisti che da anni facevano politica sul territorio ragionavano con la propria testa». Peculiarità che alla Casaleggio non andava a genio. «E così sono stati imposti gli yes-man. C'è una regia dietro. Non è un caso che Bugani sia dov'è. E un è un caso Giovanni Favia sia stato cacciato».

«IN EMILIA CLIMA DEL TERRORE». Non solo. Bugani - la cui funzione per i detrattori non è altro che essere «gli occhi e le orecchie di Grillo sul territorio» - è di fatto il segretario regionale del M5s, fa notare un altro ex attivista emiliano. Anche in altre città, la preoccupazione in ogni occasione, ricorda la fonte, era di non «fare incazzare Bugani». «Con lui», è l'accusa, «si è instaurato un clima del terrore che ha spaccato l'Emilia-Romagna». Non a caso Bugani è stato il grande nemico di Favia e Andrea De Franceschi e di Federico Pizzarotti. Dando il via alla prima corrente all'interno del Movimento come aveva confermato Lorenzo Andraghetti, l'ultimo espulso eccellente colpevole di aver sfidato il «candidato naturale» a regolari Primarie. Il risultato deludente delle Amministrative e il calo di consensi pentastellati a Bologna non è quindi solo «un errore di valutazione del frontman», ragiona un'altra ex, «ma il risultato di una precisa strategia: a Milano volevano così». Meglio un fedelissimo che un sindaco.

Federica Salsi.

Il Pd locale, dal canto suo, pare non avere intenzione di cavalcare lo scandalo. «Ognuno ha scheletri nell'armadio... soprattutto nella raccolta firme», insinua qualche piddino deluso. E aggiunge: «Il Pd a Bologna è morto». Meglio dunque optare per una pax armata in modo da limitare i danni. «Una certa stampa sta cavalcando la questione come se fosse uno scandalo gigantesco», mette però in chiaro il politologo bolognese Gianfranco Pasquino. «In realtà sono pasticci per tutti i partiti, basta ricordare lo scandalo firme false di Roberto Cota in Piemonte». Per il professore la differenza è che il «Movimento 5 stelle è una formazione giovane», meno "scafata", insomma. «Renzi stesso», conclude, «ha attaccato il M5s sulle firme...».

«VITTIME DEL LORO STESSO COMPLOTTISMO». Tra i democratici bolognesi però c'è anche chi dà una lettura diversa. «Da garantisti, per il momento attendiamo con cautela», spiega a Lettera43.it una esponente Pd che preferisce rimanere anonima. «Se fosse successo a noi, di sicuro Grillo lo avrebbe sbattuto sul Blog. Ma non è quella la strada giusta. Chi alimenta l'arte del complotto, chi accusa sempre gli altri ora dovrà riflettere e capire che la demonizzazione non può essere solo a senso unico. La dietrologia avvelena la politica». Detto questo, per la dem ciò che accaduto «non può né deve essere banalizzato». Non si sta discutendo, è il ragionamento, «sul livello di gravità. Certe cose non devono succedere, punto». E derubricarle a una "coglionata"», aggiunge, «delegittima politica e istituzioni». Nessuna sorpresa, però, allarga le braccia, «da un Movimento il cui piano culturale è simboleggiato dal Vaffa, cosa ci possiamo aspettare?».

UNA DITTA IN CRISI. C'è però spazio anche per l'autocritica. Il Pd «ha perso contatto col territorio», è l'analisi. «La gente si è sentita smarrita». E quel Vaffa o L'Anpi, per molti, sono stati una risposta, il punto di approdo. Una disaffezione dalla Ditta e da quello che è diventata inesorabile. Merola a giugno 2016 si è fermato al 40%, lontano dal 50,5% con cui entrò a Palazzo D'Accursio nel 2011. A Bologna votò solo il 59,7% degli aventi diritto contro il 71% della tornata precedente. Per non parlare dell'affluenza alle Regionali 2014 quando si toccò il minimo storico: il 37,67%.

Il sindaco di Bologna, Virginio Merola.

Tra un M5s in difficoltà e un Pd che vivacchia, la Bologna laboratorio della politica pare aver perso negli anni la sua spinta. «Siamo diventati tutti umarell (''figura mitologica'' bolognese con cui vengono definiti i pensionati che passano il tempo a controllare i lavori nei cantieri, ndr)», commenta Danilo Masotti, scrittore e attento osservatore della città. «Sempre a lamentarci di tutto: del degrado, dei graffiti "paciughi", del fatto che non c'è un cazzo da fare ma non appena si organizza qualcosa ecco che il caos diventa insopportabile». Bologna è diventata «autoreferenziale» e l'unico vero problema in ultima analisi «è il benessere». Per questo, fa notare Masotti, «la questione firme è una bombetta a casa del M5s. Il bolognese medio al momento è molto più preso dalla tensione tra ciclisti e pedoni sulle ciclabili fatte male». Almeno fino alla prossima polemica con cui impegnare il tempo sui social.

Danilo Masotti.

E dire che Bologna sarebbe stata «espugnabilissima» dalle stelle. Perché lo spazio per il rinnovamento c'era, tra chi vive in quartieri problematici «dove il numero degli stranieri che delinquono è alto; i patatini, come li chiamo io, di sinistra», emuli degli hipster milanesi; i «patatini di destra che se la prendono coi migranti; i vecchietti che votano Pd pensando di votare ancora per il Pci e quelli che credono che Manes Bernardini, ex leghista ora capogruppo di una lista civica o Galeazzo Bignami di Forza Italia siano il Duce».

«BUGANI? NON HA LA ''CARTOLA''». Il problema, per Masotti, «è che il M5s dovrebbe fare un casting serio. Bugani lombrosianamente non aveva la "cartola" giusta per diventare sindaco. Al massimo poteva insidiare il quartiere San Donato». E qui bisogna aprire una parentesi sul significato di ''cartola'' che, per chi non mastica bolognese, sta per ''carisma'', personalità, quid di alfaniana memoria. Tornando all'analisi di Masotti, il candidato sindaco ideale «deve essere un po' cazzone, non prendersi troppo sul serio. Chi aveva la cartola giusta, come per esempio Favia, non a caso è stato fatto fuori». Il problema però non è confinato al Movimento. «In tutti i partiti per fare carriera l'importante è volare basso». Per questo, spiega tra il serio e il faceto Masotti, «il candidato di rottura ideale sarebbe stato Beppe Maniglia che non è mai riuscito a presentarsi per vizi di forma. Sarebbe stata una gran legnata. Perché il bolognese nel segreto dell'urna lo avrebbe votato per dare una lezione alla politica». Invece tutto resta com'è, e il disco-lamentela continua a girare. «A Bologna non c'è una vera alternativa al Pd», conclude Masotti. «O almeno nessuno è in grado di organizzarla. Giorgio Guazzaloca è stato una eccezione. Guazza il macellaio, un po' come Trump, era oltre i 5 stelle. Dopo quella bussata del 1999 la sinistra si è ripresa». E lo status quo, in fondo in fondo, va bene a tutti. O quasi.

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