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23 Febbraio Feb 2017 1915 23 febbraio 2017

M5s Roma, il no di Lombardi sullo stadio manda in crisi il grillismo

La nemica del sindaco Raggi si oppone al progetto dell'impianto giallorosso. Schiera i suoi 17 consiglieri e prepara i Meetup. Vanificando il “centralismo democratico” dei cinque stelle capitolini. L'intrigo politico.

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Si va verso un "nì" al futuro dello stadio della Roma. Utile forse soltanto ad aprire un lungo contenzioso legale. L’impianto e i centri commerciali e direzionali a esso annessi si possono fare, ma non a Tor di Valle. Colpa dei rischi idrogeologici, dei vincoli alla tribuna del dismesso ippodromo, non dell’inesperienza politica e dell’incapacità del Movimento 5 stelle a gestire la Capitale. Perché, come ha spiegato Beppe Grillo, «c’è un Ufficio dell'Urbanistica con gente in gambissima che presto darà delle risposte».

CONVINTI TUTTI, TRANNE UNA... In agenda è fissato un appuntamento per venerdì 24 febbraio 2017 con Virginia Raggi, Luca Parnasi e James Pallotta. I quali, oltre a essere materialmente impossibilitati a spostare l’opera, avrebbero più di un rammarico: essere riusciti a convincere quasi tutti i grillini che contano a Roma o nel Paese, tranne una. Cioè Roberta Lombardi, l’unica che nella Capitale sembra avere un seguito tale da poter influire sulle scelte del Movimento.

Un rendering del progetto dello stadio della Roma.

Ai proponenti (Eurnova di Parnasi e Stadio Tdv spa, società di Pallotta) va dato atto di aver portato avanti un duro lavoro di accerchiamento verso i pentastellati: lobbying continuo, incontri pubblici e privati, aperture per modificare e rendere meno invasivo l’impatto della futura arena e delle strutture commerciali, la discesa dell’ultimo potere forte della Capitale (Francesco Totti).

LA DONNA DELLA CASALEGGIO. Un martellamento che avrebbe permesso al costruttore e al presidente della Roma di portare dalla sua parte sia il gotha della Giunta capitolina (il sindaco Virginia Raggi, i vice sindaci Paolo Bergamo e Daniele Frongia) sia i leader nazionale del M5s (Beppe Grillo, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio). Tutti tranne uno, anzi una: come detto la Lombardi, grande nemica della Raggi e storico punto di riferimento della Casaleggio Associati a Roma.

PALLOTTA CONFIDA NELL'INTESA. I contatti tra gli uomini di Parnasi e Pallotta con la Giunta Raggi continuano. Con i primi che confidano di strappare un accordo, forti del fatto che, con Grillo in testa, il Movimento avrebbe apprezzato le aperture fatte: diminuzione della cubatura dell’opera, mantenimento della tribuna dell’ex ippodromo spostando di qualche centinaia di metri lo stadio, una ridefinizione (abbassandoli) degli oneri a carico del Comune per le opere di pubblica utilità come il nuovo ponte sul Tevere o il prolungamento della metro.

Virginia Raggi e Roberta Lombardi.

Proposte che potrebbero essere cadute nel vuoto perché, spiega un ex grillino, «Parnasi e Pallotta hanno fatto un errore molto grave: hanno pensato che bastasse trattare con gli esponenti locali dei cinque stelle, quando era semplicemente più utile andare a Milano». Dove opera Davide Casaleggio. Fatto sta che la Lombardi avrebbe messo in campo contro il progetto dello stadio i suoi 17 consiglieri comunali e la possibilità di organizzare Meetup contro il via libera al progetto.

NUOVA LOGICA DA GRILLO. Grillo sarebbe sceso a Roma anche per frenare la sua onda d’urto. Negli incontri con la base avrebbe provato a inculcare nei militanti una nuova logica («è finito il tempo della democrazia diretta», oppure sullo stadio «decidono il sindaco e la base») e si sarebbe lamentato del fatto che a Roma «non ci sono più attivisti, ma eletti». Riferimento neppure tanto velato al fatto che gli attivisti di un tempo abbiano recuperato una poltrona o di consigliere regionale o di consigliere circoscrizionale.

UN ALIBI PER NON DECIDERE? Ma sarebbe stato inutile. C’è chi fa notare che, con la vittoria del “no pasaran” lombardiano, si indebolisca il “centralismo democratico” che lo staff ha provato a imporre nelle dinamiche del Movimento. Altri fanno notare che Lombardi e i suoi sono stati un alibi per non decidere. Da qui il passo è stato breve per la scelta di congelare il progetto del “Colosseo II”, anche affidandosi all’escamotage linguistico “sì allo stadio, ma non a Tor di Valle”, ripetuto come un mantra da Grillo.

Un particolare dell'ingresso dell'ippodromo di Tor di Valle.

Tutto per non agitare le acque (non sono escluse elezioni anticipate nazionali, mentre la Raggi è già coinvolta in tre indagini) e per non andare allo scontro e rinfocolare la guerra tra lo staff targato Casaleggio da un lato e gli eletti dall'altro. Un duello che aveva visto puntate poco edificanti dal punto di vista mediatico come la creazione e poi la dismissione di un direttorio degli eletti o il divieto ai parlamentari di rilasciare comunicazioni (persino sotto forma di tweet) non autorizzate.

PREVALE LA SINDROME NIMBY. Quindi si ripete quello che era successo a Parma, quando il primo cittadino (poi espulso) Federico Pizzarotti spiegò a Casaleggio padre che era impossibilitato dalla legge a bloccare l’inceneritore, voluto dalla giunta precedente, perché un no avrebbe potuto significare anche una denuncia penale. Anche quella volta, per il Movimento, prevalse la sindrome Nimby (Not In My Back Yard, "Non nel mio cortile") e il sindaco emiliano fu messo in mora dai cinque stelle.

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