L:elettorale: Camera, in aula a maggio
Legge elettorale
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Voto anticipato, ipotesi di campagna estiva

Dopo i governi balneari, ci aspetta una campagna in infradito? Le incognite sono parecchie. A partire dalla legge che sarà licenziata dal Parlamento. Tra propaganda permanente e sondaggi ecco l'opinione degli esperti.

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Dopo i governi balneari, ricordo in bianco e nero della Prima Repubblica, c'è il rischio che questa volta balneare diventi la campagna elettorale. Ci spetta un'estate con gazebo tra gli ombrelloni, striscioni trainati da bimotori all'orizzonte, slogan urlati dal coccobello, candidati sudati che distribuiscono santini stringendo mani tra lettini e sdraio, passerelle solitarie di capi partito e capi bastone nell'ennesima «periferia difficile» e talk agostani a scalzare dai palinsensti i film dei Vanzina, eterno ritorno di ogni estate che si rispetti?

ALLE URNE A FINE SETTEMBRE? Uno scenario tutt'altro che allettante. Eppure esiste la possibilità che si voti a settembre o a ottobre. Una ipotesi, visto che il braccio di ferro sulla legge elettorale e i passaggi tra Camera e Senato potrebbero trascinarsi per un tempo indefinito. Ma che, in caso venisse confermata, rappresenterebbe una novità nella storia repubblicana. A sentir loro, i leader politici, le cabine dei lidi potrebbero già essere già destinate ad altro uso con tanto di scrutinatori in costume e matite copiative galleggianti. Per andare alle urne il 24 settembre il termine ultimo per approvare la legge elettorale è il 7 luglio. Può cominciare il countdown.

TUTTI ALLE URNE. L'euforia del voto anticipato ha contagiato un po' tutti. Tutti tranne Angelino Alfano e la sua Alternativa popolare che in caso di sbarramento al 5% scomparirebbe dalla faccia dell'arco parlamentare e Giorgia Meloni che non impazzisce all'idea delle urne settembrine anche se il salvagente leghista potrebbe evitarle l'uscita di scena. E proprio Matteo Salvini non sta più nella pelle: si dice pronto a passare sopra a ogni legge elettorale purché si voti; al leader Pd Matteo Renzi non dispiacerebbe allineare le nostre elezioni a quelle tedesche; Silvio Berlusconi poi assicura che non sarà certo lui a opporsi al voto anticipato a condizione però che ci sia una legge elettorale condivisa, mentre i pentastellati - con Davide Casaleggio in testa - vogliono votare «prima che i parlamentari prendano il vitalizio, ovvero prima del 15 settembre».

IL M5S SCALDA I MOTORI(NI). Casaleggio jr però dimentica che in realtà trattasi di pensione visto che i vitalizi sono già stati aboliti e sembra ignorare che per scongiurare il "privilegio" si dovrebbe andare alle urne il 26 agosto. Da ambienti vicini al Movimento trapela invece un certo scetticismo sul voto a settembre. Anche per motivi logistici come raccogliere le firme per la presentazione delle liste. Tutte le ipotesi in casa pentastellata restano comunque sul tavolo e non si esclude neppure un tour balneare dei big, sulla falsariga di quello in scooter che vide protagonista Alessandro Di Battista, alfiere del No al referendum.

Davide Casaleggio, Luigi Di Maio e Ignazio Corrao alla marcia Perugia-Assisi.

Dichiarazioni, prove di forza che però viste con un briciolo di lucidità rischiano di essere inutili. Se si votasse a scadenza naturale del mandato, infatti, la vita del Paese non cambierebbe molto. «L'accelerazione sul voto dimostra una voracità, un'ansia di misurarsi senza motivazioni concrete», spiega a Lettera43 Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica all'università di Roma Tre. Senza dimenticare che in mezzo ci sono le amministrative di giugno, pur sempre una incognita. La verità è che «siamo in campagna permanente», continua Novelli. Le tempistiche tradizionali della vita democratica sono state scardinate, e non certo da oggi. «Fino agli Anni 70, 40 giorni prima del voto l'attività politica dei partiti si bloccava e si metteva in moto la propaganda», fa notare il professore. E ora? «Adesso i partiti non svolgono attività propriamente dette». A meno che per "attività" non si intenda indossare di domenica una maglietta gialla e andar con ramazze per Roma. I partiti, è il ragionamento, sono diventati macchine elettorali. «Siamo in altre parole in una eccezione di stato comunicazione permanente». Almeno dal referendum costituzionale.

L'INCOGNITA LEGGE ELETTORALE. Immaginare come potrebbe essere una possibile campagna balneare è quantomeno prematuro, ripete Novelli. «Tutto dipenderà dal tipo di legge elettorale che si metterà a punto. Dalla soglia di sbarramento alle coalizioni che si formeranno. A partire da questo si decideranno i temi e persino gli slogan». Anche sui candidati premier aleggiano punti interrogativi. Fatta eccezione per Renzi, sottolinea il docente, «i protagonisti ci sfuggono». Il centrodestra si presenterà unito? Chi guiderà la coalizione? Salvini? E chi sarà il candidato premier del Movimento?

LA TIVÙ ANCORA REGINA. Internet, grande imputato per diffusione di fake news e manipolazione del voto, in Italia resta comunque marginale. Negli Stati Uniti i social sono utilizzati per analizzare i big data, per targhettizzare i gruppi elettorali fa notare Novelli. Un uso da marketing che da noi non è ancora sfruttato visto che in Italia la campagna elettorale social non va oltre a video, tweet e post, spot e troll. La televisione, secondo l'esperto, resta centrale. «La politica passa per la tivù. Chi sosteneva che la replica numero 107 di Rambo facesse più ascolti dei talk del martedì alla fine i talk li ha frequentati» e continua a farlo. La politica, insomma, non può fare a meno della rappresentazione televisiva. Per questo è verosimile che avremmo speciali estivi di approfondimento - «molti programmi già da tempo non vanno in vacanza e hanno edizioni per l'estate» - per la gioia di chi in questo modo riempirà i palinsesti.

Matteo Renzi alla direzione Pd.

E poi c'è il "territorio", la gggente, il comizio, l'on the road. Che però, spiega Novelli, non hanno più la funzione che avevano 30 anni fa. «Prendiamo la campagna elettorale del 2013», ricorda il professore. «Grillo partì con lo tsunami tour giocando su un patrimonio personale di notorietà e sull'effetto novità di cui al tempo godeva il M5s e seppe gestirli. Rifiutando di andare in tivù, obbligò la tivù ad andare da lui, a seguirlo nelle piazze evitando contradittori e domande». A questo naturalmente va aggiunto un «registro comunicativo iperbolico, satirico, aggressivo». La scommessa, anche grazie alla disaffezione degli italiani per la politica tradizionale, fu vinta isto che i pentastellati arrivarono al 25,55% dei consensi.

IL RISCHIO DELLA PIAZZA. Non solo. La piazza ha senso solo se si riesce a riempire: «Basta ricordare che Pier Luigi Bersani, sempre nel 2013, chiuse la campagna al teatro Ambra Jovinelli, quasi un rifugio, una fuga». Nonostante l'apparizione a sorpresa di Nanni Moretti che con il partito aveva rotto nel 2002 quando dal palco di piazza Navona sentenziò: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». L'evento, mette in chiaro Novelli, serve in parte «per galvanizzare le truppe», ma soprattutto per fare parlare di sè, per attirare le telecamere. «Chi è in grado di dettare i temi del dibattito», ricorda il docente, «è in vantaggio».


SCENARI MUTEVOLI, ELETTORATO FLUIDO. Con una legge elettorale ancora da trovare (e votare) anche avanzare qualche previsione per Novelli è impossibile. «Fare i sondaggi ormai è come leggere il fondo del caffè», scherza. «Siamo al livello degli aruspici. La colpa non è certo dei sondaggisti. Con percentuali altissime di indecisi la situazione è estremamente fluida». Per questo registrare e costruire trasmissioni sulle variazioni da zero virgola di un partito sull'altro ipotizzando raggruppamenti è un puro esercizio di stile. L'elettorato italiano è «scomposto», spiega Novelli, «non esiste più l'appartenenza a un partito che dalla culla ti accompagna alla bara». Gli scenari inoltre mutano a una velocità estrema: dopo Berlusconi, abbiamo avuto l'astro scomparso di Mario Monti, poi Enrico Letta, poi Renzi che inscalfibile avrebbe dovuto dare il via a un nuovo ventennio. Così però non è stato.

Il VaffaDay di Bologna, 2007.

Renzi però, almeno secondo il presidente Ixè Robert Weber, nonostante non sia più percepito come il rottamatore e innovatore, complice la stangata del referendum, mantiene una buona presa. Almeno su quel 41% che ha votato sì a dicembre. «L'elettore più spaesato è certamente quello della sinistra tradizionale: tutta la galassia di sigle arriva al 10, 11%», dice a L43. Renzi invece si conferma il meno peggio. «Il messaggio di cambiare il Paese è ancora valido anche se non sarà più così semplificato», continua Weber secondo cui «il Pd è ancora avanti un punto, un punto e mezzo rispetto al M5s». Forbice che potrebbe allargarsi considerando che un 15% degli intervistati dichiara che si asterrà ma poi, alla fine, andrà a votare.

L'INCOGNITA AMMINISTRATIVE. Va poi detto che sempre stando a Ixè Paolo Gentiloni, legato al Pd, gode dell'immagine positiva di garante agli occhi degli italiani, dà una sensazione di stabilità. Anche per questo, il primo step elettorale di giugno non sarà distastroso per il segretario dem. «Per le amministrative il consenso per il M5s è calato», fa notare il sondaggista, «in alcune città rischia di non andare al ballottaggio e così se la giocheranno ragionevolmente centrodestra e centrosinistra». L'ex premier poi potrebbe beneficiare del raggiungimento di un accordo sulla legge elettorale. Mentre l'elettorato M5s davanti a una trattativa storcerebbe il naso al grido di «inciucio».

Gli slogan di Possibile.

A meno di colpi di scena, secondo Ixè, i maggiori partiti non supereranno il 35%. E nessuno spazio al centro. Al momento, per Weber, è da escludere anche un boom di Salvini oltre l'11 o il 12%. «Un exploit alla Le Pen in Italia è impensabile». Certo è che ogni punto percentuale è prezioso. Ecco perché, ragiona il sondaggista, il partito degli animali pensato da Berlusconi non è una boutade. Il Cav non fa nulla a caso, non improvvisa. «Ha deciso di puntare sull'interesse particolare, sull'identificazione del singolo con determinate istanze». Perché ormai l'appartenza a una fede politica è merce rara. «Siamo in piena tribalizzazione», conclude Weber. «Ai tempi del Pci, della Dc e del Psi al massimo si sfotteva l'elettore degli altri partiti, non era percepito come ostile. Anche sul piano dei consumi, un comunista e un democristiano erano sullo stesso piano». Da qualche anno l'ostilità sfocia in violenza verbale, in odio, in tifo da stadio. «Facebook non è lo specchio del Paese ma è prova della radicalizzazione in corso».

E POSSIBILE METTE LE MANI AVANTI. Se si andrà veramente a votare a fine settembre o a ottobre vedremo. Intanto c'è chi nel suo piccolo mette le mani avanti. «Fosse per Renzi, si voterebbe direttamente a Ferragosto», ha detto Pippo Civati di Possibile. E visto che da quelle parti non si rassegnano si sono detti «prontissimi a raccogliere la sfida, anche al costo di scrivere il programma su un telo mare. Anche gli slogan e i simboli sono già pronti: barche a vela per salpare verso giorni migliori, maschera e boccaglio per vedere a fondo sulle questioni importanti, «un paio di leggere e agili infradito per rispondere a chi sfrutta una legge di bilancio di autunno per promettere una scarpa prima e una dopo le elezioni».

5 Giugno Giu 2017 0800 05 giugno 2017
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