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Islam, perché non dobbiamo ignorare la lezione di Ratzinger

A differenza di Francesco, Benedetto XVI nella sua lectio di Ratisbona evidenziava le differenze tra il Dio cristiano che agisce secondo logos e quello musulmano che invita a usare la spada contro gli infedeli. Una riflessione oggi più che mai attuale.

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L’ultimo telegramma papale per una strage è andato al cardinale di Barcellona, José Omella y Omella, e parla di «crudele attentato terrorista» e di «azione così disumana». Qualcuno anche questa volta ha protestato perché il Papa non parla mai di terrorismo islamico. Ma il Pontefice, già un anno fa, rientrando in aereo da Cracovia, rispondeva compiutamente a una domanda precisa, collegata all’uccisione in nome di Allah di un anziano sacerdote, padre Jacques Hamel, colpito in quei giorni mentre diceva messa a Parigi. «Santo Padre, perché di fronte a questi fatti di violenza lei parla sempre di terroristi, ma mai di islam, perché non c’è mai la parola islam?». «Non mi piace parlare di violenza islamica», diceva il Papa chiaramente.

«CIASCUNO HA I SUOI FONDAMENTALISMI». Ogni religione ha i suoi violenti, i suoi fondamentalisti. «Non credo sia giusto identificare l’Islam con la violenza. Non è giusto e non è vero». Ricordava gli incontri di pace con vari capi religiosi islamici. Ricordava che «il terrorismo cresce dove non ci sono altre opzioni». Ricordava le colpe dell’organizzazione dell’economia globale, troppo centrata sul denaro e troppo poco sull’uomo, e la definiva «il primo terrorismo». Possiamo convivere bene, anche se c’è un gruppo fondamentalista che si chiama Isis, ma ciascuno ha i suoi fondamentalismi, concludeva.

È evidente la preoccupazione, non solo del Papa ma di molti governi, di non cadere nella trappola dello scontro di civiltà e, peggio, dello scontro di religioni. Ma Benedetto XVI dava 11 anni fa nella famosa (e famigerata) lectio di Ratisbona una lettura diversa. Papa Ratzinger tornava professore per un’ora, parlava di razionalità e fede ma partendo da un antico dialogo bizantino tra l’imperatore Manuele II Paleologo, che di quel dialogo alla fine del 1300 lasciò gli appunti, e un dotto persiano.

LA RAZIONALITÀ E LA SPADA. Manuele, nutrito di cultura ellenistica, spiega che la sua religione – il cristianesimo - ha un Dio basato sulla ragione, σύν λόγω, sul logos, che vuol dire parola (verbum, limitativo rispetto a logos, ma analogo), sulla razionalità, ragion d’essere, causa prima e altri significati che portano tutti a un’idea di origine razionale e chiara. Con Giovanni Evangelista il logos greco, parola e concetto, era entrato a gamba tesa nei Vangeli: «In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt…». «La tua religione non è razionale, il tuo Dio non agisce σύν λόγω, con razionalità», diceva Manuele al persiano con una frase da cui Ratzinger prendeva le distanze, ma citava, pur definendola «per noi inaccettabile». Aggiungeva infatti Manuele: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».

LE PROTESTE NEL MONDO MUSULMANO. Questo ha fatto della lectio ratzingeriana il "famigerato" discorso di Ratisbona, perché nel mondo musulmano esplosero subito proteste, vennero attaccate chiese cristiane, mentre il parlamento pakistano chiedeva una immediata ritrattazione e la leadership iraniana ricordava – non a torto - che le peggiori guerre del 900 erano state scatenate dalle nazioni cristiane. Il presidente francese Jacques Chirac bollò le parole come inopportune. Molto critico l’arcivescovo di Buenos Aires, José Mario Bergoglio: così si rischia di distruggere in 20 secondi i buoni rapporti con il mondo islamico creati da Giovanni Paolo II.

Papa Ratzinger con l'allora arcivescovo di Buenos Aires Bergoglio.

Pochi giorni dopo, all’Angelus, il Papa si rammaricò pubblicamente, e il Vaticano face sapere che l’episodio di Manuele e del persiano era secondario rispetto a una lectio tutta dedicata ai rapporti tra ragione e fede. Ma secondario non era. Ratzinger era inadatto a governare, come ha ammesso lui stesso con le dimissioni da Papa regnante ed è un conservatore – il che non è peccato, basta non essere conservatore sciocco – ma è certamente coltissimo, argomentato e lucidissimo. Per questo vale la pena proseguire un attimo con la lectio ratisbonensis. Il nodo è la «concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia». Una fede che è cultura, Kultur alla tedesca, e una cultura che è fede. Non c’è contrasto con la scienza. In principio era il logos e il logos è Dio e quindi, diceva Ratzinger, dobbiamo mantenere ferma la nostra fede nella «vastità della ragione» che è dono divino.

I TENTATIVI DI DE-ELLENIZZAZIONE. Varie volte nel mondo cristiano si è cercato di allentare o abbandonare l’ancoraggio ellenico in cerca di qualcosa di più spontaneo e culturalmente immediato, cioè non-mediato dall’ellenismo: con la Riforma, ricordava Papa Ratzinger, che voleva essere Sola Scriptura e non vedeva la fede cristiana inserita in un sistema filosofico; con la teologia liberale degli ultimi 150 anni, desiderosa di un ritorno al semplice uomo Gesù e di una enfasi sulla coscienza soggettiva; e infine una terza ondata di de-ellenizzazione, in corso oggi, dovuta all’incontro di molteplici culture extraeuropee che cercano di concepire il cristianesimo con parametri diversi da quelli della sintesi con l’ellenismo e fare, è normale, la loro scoperta del Nuovo Testamento. Ma questo fu scritto in greco, ricordava Ratzinger, porta in se stesso il forte contatto con quel mondo, e volersene staccare troppo risulterebbe «grossolano, impreciso» e sbagliato.

DIO E LOGOS. Bisogna procedere σύν λόγω, con la ragione, in tutto, anche nel dialogo con le altre grandi religioni, dice Ratzinger dopo avere ancora ricordato, in chiusura, Manuele II e il suo messaggio all’interlocutore persiano: Dio non può essere malvagio e ordinare cose cattive perché è contro il logos. Un Dio che non ha il logos, che non è logos, prevedibile nella sua razionalità, non è un Dio buono. A che punto questo ragionamento incide sul dialogo con i musulmani, che certamente a grande maggioranza vogliono vivere in pace?

In principio era il logos e il logos è Dio e quindi, diceva Ratzinger, dobbiamo mantenere ferma la nostra fede nella «vastità della ragione» che è dono divino

Anche chi conosce poco i testi religiosi islamici, a partire dal Corano, sa che ci sono messaggi di pace come nel Vangelo, ma anche messaggi di guerra. Gli esperti sono divisi su quanto bellicosa sia quella religione, ma certamente non è del tutto pacifica e del tutto tollerante, a partire dalla condizione femminile. Il Corano, una serie di rivelazioni fatte da Allah a Maometto attraverso l’Arcangelo Gabriele, parla anche di uccidere gli infedeli (9:5, il “versetto della spada” ) e di affermare la superiorità della fede islamica (9:33). Basta prenderlo alla lettera, e ci sono i morti.

LA LEZIONE DI TOCQUEVILLE. I fondamentalismi anche cristiani di cui parla Papa Francesco esistono, ma oggi non fanno vittime e sarebbe difficile indicare qualcuno da loro sgozzato, fatto esplodere o travolto con un camion. «Ho molto studiato il Corano soprattutto per la nostra posizione a contatto con popolazioni musulmane in Algeria e in tutto l’Oriente», scriveva Alexis de Tocqueville nel 1843. «Devo confessare che sono emerso da quello studio con la convinzione che ci sono state al mondo, nel complesso, poche religioni così funeste come quella di Maometto…. A mio avviso è quella religione la causa principale della decadenza oggi così visibile del mondo musulmano, e anche se meno assurda del politeismo antico, avendo delle tendenze sociali e politiche molto più temibili, la considero un passo indietro piuttosto che un progresso rispetto al paganesimo». Che dire, speriamo che il grande de Tocqueville quella volta abbia preso un granchio.

27 Agosto Ago 2017 1400 27 agosto 2017
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