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28 Settembre Set 2017 1417 28 settembre 2017

Raggi, gli attacchi diventati boomerang

La sindaca, per la quale la procura chiede il rinvio a giudizio per falso, rivendicava le dimissioni per gli indagati. Attaccava Marino per gli scontrini. E Pizzarotti per la mancanza di trasparenza. E festeggia l'accordo con Cerroni.

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«I partiti devono rispettare i requisiti. Iniziamo a cacciare condannati e indagati?». Era il 13 settembre 2015 e Virginia Raggi, allora consigliera comunale M5s, si rivolgeva così al dem Matteo Orfini, taggando naturalmente i suoi compagni d'Aula e cioè Daniele Frongia, Enrico Stefàno e Marcello De Vito. La ruota però gira: e ora per la sindaca, indagata per falso e abuso di ufficio nell'ambito dell'inchiesta sulle nomine, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio solo per la prima accusa. Quella "meno grave", almeno secondo i vertici del Movimento.

«DEVONO CHIEDERMI SCUSA». Beppe Grillo si sarebbe addirittura detto «molto soddisfatto» che l'accusa di abuso di ufficio sia in via d'archiviazione e che Virginia abbia dimostrato la sua innocenza. Stesso entusiasmo per Raggi. «Apprendo con soddisfazione che, dopo mesi di fango mediatico su di me e sul MoVimento 5 stelle, la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d'ufficio», ha scritto su Facebook, sorvolando comunque sul fatto che sulla sua testa pesa una richiesta di rinvio a giudizio per falso. «Un’accusa infamante riportata per mesi dai giornali e cavalcata dall’opposizione nel tentativo di screditare me ed il MoVimento 5 Stelle. Così come non ci sarebbe alcun abuso nella nomina di Renato Marra [...]. Per mesi i media mi hanno fatta passare per una criminale, ora devono chiedere scusa a me e ai cittadini romani. E sono convinta che presto sarà fatta chiarezza anche sull'accusa di falso ideologico». Lei però, insieme ai colleghi, non ha mai chiesto scusa a Ignazio Marino accusato e denigrato per mesi. E nemmeno a Federico Pizzarotti bersaglio per anni dei pasdaran grillini.

Apprendo con soddisfazione che, dopo mesi di fango mediatico su di me e sul MoVimento 5 Stelle, la Procura di Roma ha...

Geplaatst door Virginia Raggi op donderdag 28 september 2017

Sono sideralmente lontani i tempi in cui era sufficiente un avviso di garanzia per essere obbligati alle dimissioni. La sindaca del resto può stare tranquilla, visto che il 3 gennaio scorso la Rete ha votato la modifica del codice etico in caso di procedimenti giudiziari per gli eletti. Nella nuova versione è considerata «grave e incompatibile con il mantenimento di una carica elettiva quale portavoce del MoVimento 5 stelle» solo la condanna.

AUTOSOSPESI E INDAGATI. Vero, la sindaca avrebbe potuto autosospendersi come hanno fatto per esempio il consigliere comunale bolognese Marco Piazza, rimasto però in carica, e presente pure sul palco di Rimini a 5 stelle, oppure il sindaco di Bagheria Patrizio Cinque, entrambi indagati. Ma ha scelto di restare a tutti gli effetti nel Movimento come i colleghi Chiara Appendino, indagata dopo i fatti di piazza San Carlo e Filippo Nogarin, sindaco di Livorno accusato di falso in bilancio, bancarotta e abuso d’ufficio insieme col suo ex assessore al Bilancio Gianni Lemmetti ora precettato a Roma. Rimasti saldamente al loro posto nonostante Luigi Di Maio candidato premier nel 2015 sentenziasse: «Se un sindaco è indagato per abuso d’ufficio sta fermo un giro». Ma le cose cambiano: lui, a sua volta indagato per diffamazione, corre per Palazzo Chigi nonostante i paletti del Non Statuto e non ha sottoscritto alcun codice di comportamento come invece fece Raggi.

L'UNICUM PIZZAROTTI. A quanto pare ad assaggiare il vecchio giustizialismo pentastellato è stato solo il parmigiano Federico Pizzarotti che venne sospeso dal Movimento con l'accusa, sempre smentita dal diretto interessato, di non aver comunicato al fantomatico staff il fatto di essere indagato per le nomine al Teatro Regio. La vicenda poi finì con l'archiviazione e, davanti al nulla di fatto del Movimento, il sindaco sbattè la porta. Pizzarotti, da anni indigesto a Grillo & Casaleggio, venne accusato dai caporioni pentastellati di essere stato poco trasparente.

Virginia però ha sempre avuto la coscienza a posto. Appena saputo dell'indagine a suo carico, infatti, informò Beppe Grillo, adempiendo «al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del Movimento 5 Stelle». Poi i consiglieri di maggioranza e i membri della giunta, quindi - «nella massima trasparenza che contraddistingue l’operato del M5s» - tutti i cittadini. Insomma, Raggi non è una Pizzarotti qualunque. E infatti pure lei si unì al coro di sdegno contro il sindaco di Parma. «L'avviso di garanzia era noto a Pizzarotti e lui ha pensato di nasconderlo», attaccò lapidaria. «Avrebbe dovuto renderlo noto ai suoi concittadini». Pizzarotti «non è sospeso per un avviso di garanzia», spiegò poi la prima cittadina di Roma, «è sospeso perché non c’è stata quella trasparenza che noi chiediamo e pretendiamo». A voler essere puntigliosi, però, proprio in nome di quella trasparenza Raggi avrebbe dovuto spiegare perché al tempo difese Marra con testardaggine, contro tutto e tutti.

DUE PESI E DUE MISURE. Le capriole del Movimento 5 stelle e i due pesi e le due misure con cui nel tempo sono stati valutati amministratori e portavoce sono note. Per non parlare degli attacchi pentastellati agli avversari piddini. La stessa Raggi, quando occupava i banchi dell'opposizione nella Capitale, non ne lasciava passare una al suo predecessore Ignazio Marino. E a ogni polemica, come legittimo che sia nel gioco delle parti della politica, era pronta a gridare alle dimissioni.

LA BATTAGLIA DI DIBBA. La battaglia dei quattro consiglieri era sponsorizzata anche dai big, prima che Roma diventasse «una questione di Virginia». A partire da Alessandro Di Battista. «Non è più una questione di legittimità», attaccava il deputato. «Ora è diventata una questione morale per questo Marino si deve dimettere». Perché «se Marino è capace di mentire per una cena da 150 euro magari ha mentito anche quando diceva di non sapere nulla delle cooperative coinvolte nell'indagine di Mafia Capitale». Un dubbio che potrebbe sorgere anche per Raggi. L'ex sindaco marziano a ottobre è stato poi assolto dalle accuse. Senza ricevere scuse, né dai dem né dai Cinquestelle. Le stesse scuse che ora pretende Raggi.

La consigliera Raggi non disdegnava nemmeno lo sfottò nei confronti di Marino. Il 16 luglio 2015 aveva postato su Facebook una simpatica foto della Giunta con una croce rossa a coprire i volti degli assessori dimissionari. Il tutto corredato dalla didascalia: «E nessuno restò. Cit». Un chiaro riferimento ai Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Virginia non poteva certo immaginare il fuggi fuggi che si sarebbe scatenato dalla sua di squadra. Con l'addio - ampiamente annunciato - di Massimo Colomban sono sei gli assessori che hanno lasciato la sindaca. Spesso non in modo amichevole, come il titolare al Bilancio Andrea Mazzillo o l'Urbanista Paolo Berdini.

Per non parlare della pioggia. Nel 2015 la consigliera si prendeva gioco dell'allora sindaco incapace, a suo dire, di gestire l'emergenza maltempo. «Domani piove. Gonfiate i gommoni», twittava taggando i suoi colleghi. E Di Battista rincarava la dose: «Piove un giorno e Roma diventa la città più invivibile d'Europa. SottoMarino dimettiti». Il sindaco è cambiato, ma la pioggia continua a causare caos nella Capitale. Come 10 settembre scorso quando un temporale dopo mesi di siccità ha trasformato le strade in fiumi. Ma non si piange sulla pioggia versata e Raggi non ha certo pensato di dare le dimissioni.

L'ultima negación de la evidencia del Movimento si è consumata il 27 settembre. «Oggi è una giornata storica per Roma», ha dichiarato entusiasta Virginia Raggi. «Per la prima volta il Comune è riuscito a far firmare un contratto alle aziende di Manlio Cerroni. E questo ha dell'incredibile perché fino a ora per gestire il trattamento dei rifiuti nella Capitale ci sono state solo strette di mano. Mai una gara o un appalto», ha detto la Raggi in merito al contratto firmato con il consorzio, ora commissariato perché raggiunto da un'interdittiva antimafia, che gestisce gli impianti di Tmb di Malagrotta. «Portiamo a casa un risultato storico: finalmente ripristiniamo la legalità nella nostra città», ha festeggiato la sindaca.

IL M5S CAMBIA (POI). Ma come? Cerroni il «re della monnezza»? Quello a cui il Blog il 27 luglio 2016 aveva dedicato il post: «Cerroni è cosa loro» rivendicando il fatto di essere «i soli a fargli una guerra senza sosta»? Parrebbe di sì. «Tutti i partiti», continuava il post, «hanno sempre prontamente ottemperato, e parecchi anche molto volentieri. Cerroni (...) non ha capito che la sua concezione di "moderno" si è fermata ai tempi del Ddt, dell'amianto e della benzina al piombo, e insieme a lui non l'hanno capito (oppure hanno fatto finta) tutte le amministrazioni romane e laziali. Politica e partiti, tutti, continuano per decenni a credere alla "vision" da dopoguerra di Cerroni, mentre contemporaneamente si susseguono denunce, arresti, processi per associazione per delinquere e traffico di rifiuti». Per concludere: «Oggi il 1959 è lontano, la dissennata gestione inquinatrice dei rifiuti anche, e i sistemi di collusione, ricatti e mazzette a Roma, col M5S, sono finiti. Che i partiti (..) si affrettino a capirlo, e Cerroni con loro». Amen.

*L'articolo è stato aggiornato al 28 settembre 2017.

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