Lombardia,a ottobre referendum autonomia
Referendum in Lombardia e Veneto
Zaia Salvini Maroni Rixi

Referendum in Lombardia e Veneto: perché non servono a nulla

Totalmente diversi da quello Catalano, arrivano fuori sincrono. Hanno poco nulla a che fare con la Lega di oggi che ha abiurato ai cavalli di battaglia di Bossi: autonomia, federalismo, devolution.

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C’è referendum e referendum. Mentre quello catalano si è rivelato una cosa maledettamente seria e tragica, quello che il 22 ottobre si apprestano a tenere Veneto e Lombardia è, fantozzianamente, una boiata pazzesca. Insomma, ciò che in Spagna è storia qui da noi è farsa. E i primi che se ne sono accorti devono essere stati gli stessi organizzatori, che inconsapevolmente ne hanno smorzato la già ridotta portata. Solo il doge Luca Zaia, nel tentativo di scaldare un po’ gli animi, si è detto pronto a farsi arrestare se la polizia (ma quando mai?) dovesse impedire l’accesso ai seggi. Direi che l’unico paragone tra Venezia e Barcellona è che entrambe si affacciano sul mare. Niente di più.

Il quesito del referendum veneto è di un laconico che rasenta la mestizia: «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite forme e condizioni particolari di autonomia?». Ad una domanda del genere anche il più scettico potrebbe rispondere sì. Che infatti, a guardare gli ultimi sondaggi, è plebiscitario: 92%. Più articolato quello lombardo: «Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, ne quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?».

SCORDARSI L'AUTONOMIA FISCALE. Come si evince, i veneti sono di poche parole, concisi. I lombardi più prolissi e arzigogolati. Entrambi evitano accuratamente di dire su quali materie vorrebbero maggiore autonomia, anche se il riferimento all’articolo costituzionale li renderebbe impliciti: giustizia di pace, istruzione, tutela ambiente e beni culturali. Scordarsi l’autonomia fiscale tanto cara ai leghisti della prima ora, perché i soldi per finanziare le nuove competenze arriverebbero sempre da Roma. Ma l’osservazione che rivela la vanità dell’iniziativa leghista è un'altra. Il conclamato articolo 116 consente agli enti locali di avanzare proposte di maggiore autonomia senza bisogno di un referendum. Lo ha fatto, senza tante fanfare e rulli di tamburo, l’Emilia Romagna.

Chi vota si scordi l’autonomia fiscale tanto cara ai leghisti della prima ora, perché i soldi per finanziare le nuove competenze arriverebbero sempre da Roma

Questi referendum arrivano poi fuori sincrono. Pensati ieri, hanno poco nulla a che fare con la lega di oggi che ha completamente abiurato ai cavalli di battaglia di Bossi: autonomia, federalismo, devolution, inglesismo tanto magico un tempo quanto ora desueto. Il Carroccio è diventato un partito di destra, xenofobo e truculento.

LE ULTIME OMBRE DI UN LEGHISMO CHE NON C'È PIÙ. Allora perché, alla modica cifra di 40 milioni, i lombardo-veneti vanno il 22 ottobre a votare? Per Maroni può essere una prova di celodurismo in vista delle elezioni nella Regione dove governa, per scorno di Salvini, con l’aborrito Alfano. E nulla per ora dice che ne voglia in futuro farne a meno. Per Zaia la conferma di un consenso vastissimo che già alle Regionali del 2015 gli aveva dato la maggioranza assoluta dei voti doppiando (ma era un rigore a porta vuota) la candidata del Pd Moretti. Sono due sfumature del leghismo, più di governo che di lotta, che non fanno ombra al rullo compressore Salvini. Il quale in vista delle Politiche, anche se il dove non è ancora chiaro, guarda altrove.

2 Ottobre Ott 2017 0904 02 ottobre 2017
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