Etruria: ostacolo vigilanza, assolti
Il caso Etruria
Insulti antisemiti: Lotti Gravissimo
22 Dicembre Dic 2017 0800 22 dicembre 2017

Banca Etruria, il silenzio di Lotti sul caso Carrai-Boschi

Nel Giglio Magico renziano il ministro dello Sport continua a mantenersi defilato. E tace sia su "Marchino" sia sulla sottosegretaria. Così le voci di attriti coi due si fanno sempre più insistenti.

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C'è chi sostiene che in fasi complesse come questa, con una commissione banche infuocata e le opposizioni in subbuglio, sia difficile capire quali siano i rapporti interni al Giglio magico di Matteo Renzi. In particolare, non è dato conoscere con certezza quelli tra Luca Lotti e Maria Elena Boschi, rispettivamente ministro dello Sport e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, da tempo considerati dalla stampa i più rissosi tra gli esponenti dello zoccolo duro del renzismo. Sarà perchè hanno visioni differenti su come fare politica - il primo è più defilato rispetto alla seconda - o sarà perchè la seconda ha preso il posto del primo sotto il governo Paolo Gentiloni. Saranno vari ingredienti, forse anche il finale di legislatura, ma da mesi i giornali raccontano di come tra i due non corra buon sangue. In questi giorni, le voci sono ancora più insistenti, perché Lotti è tra i pochi del Giglio magico a non commentare o a prendere posizione a difesa né di Maria Elena né di Marco Carrai, quest'ultimo tirato in ballo da Federici Ghizzoni per dei non del tutto chiariti solleciti su Etruria.

TIRA UNA BRUTTA ARIA NEL RENZISMO. Lo scontro tra il Lampadina e la Mary è un storia che va avanti ormai da anni. E che si somma pure a quello tra Lotti stesso e Carrai, tanto che il nostro Occhio di Lince citò l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio come colui che fece partire un pizzino sul caso Mps contro quello che doveva diventare lo 007 per la cybersecurity di Palazzo Chigi. Tensioni e incomprensioni che invece vengono smentite da altre fonti, le quali sostengono che tutti si aiutano come si può in una fase così difficile. Eppure qualcosa non quadra in questi ultimi giorni di legislatura. Lo stesso renziano di ferro Angelo Rughetti, molto vicino al ministro Graziano Delrio, ha consegnato al Giornale, in un pezzo a firma Yoda, un commento non allineato con quello del segretario: «Corriamo verso il suicidio. Dilettanti allo sbaraglio. Dovevamo mettere al centro Bankitalia o Mps. Invece, c'è finito in mezzo il Giglio magico». È un commento che fa il paio con il video di Matteo Richetti, poi smentito, dove l'uomo comunicazione di Renzi critica alcune mosse dell'ex premier. In sostanza, tira una brutta aria tra le fila del renzismo. In parlamento c'è chi sostiene che Lotti ormai faccia partita a sé, si dedichi solo allo Sport e agli incontri istituzionali, l'unica cosa che gli interessa. O anche che sia lui, insieme proprio a Delrio, a spingere affinchè Boschi non sia ricandidata.

UN SILENZIO CHE FA RUMORE. Il silenzio di uno degli uomini più fidati dell'ex premier fa rumore. E diventa ancora più importante in una fase in cui il renzismo è sotto schiaffo dell'establishment bancario italiano e vede sondaggi che danno il Partito Democratico in picchiata. Un mese fa Boschi e Lotti pubblicarono una foto insieme su Instagram per respingere i rumors. Erano i giorni in cui si spargeva la voce che i due litigassero non solo sui collegi dove correre alle elezioni e sui propri candidati, ma anche sugli spazi da ritagliarsi su Democratica, il giornale piddino rimasto dopo la chiusura de L'Unità. È una “guerra dei petali” che rischia di far appassire definitivamente il Giglio magico, che fino al 4 dicembre dello scorso anno aveva portato così bene non tanto al Partito Democratico quanto al blocco di potere renziano. Del resto, le prime crepe già si intravedevano prima del referendum costituzionale, quando le opposte visioni sulla partita avevano messo in crisi il rapporto tra due esponenti storici del Giglio. Non solo. Dopo quel maledetto 4 dicembre la scelta di campo dello stesso Renzi è stata tutta in favore di Boschi, e la conferma è arrivata a marzo di quest'anno.

Lotti pagò allora la vicinanza a Denis Verdini, il leader di Ala condannato in primo grado a 9 anni per il crac del Credito Fiorentino, un'allenza su cui poggiava il patto del Nazareno con Berlusconi, poi naufragato. E se tre anni fa fu lui a gestire il delicato dossier sulle nomine nelle partecipate, da Leonardo-Finmeccanica a Eni, nelle settimane dei rinnovi cruciali a Palazzo Chigi lavorarono al dossier Luca Bader, storico consigliere del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sin dai tempi del ministero degli Esteri, e la stessa Boschi. Dietro ci sono le ombre del caso Consip dove il ministro dello Sport è indagato per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento per aver riferito dell'esistenza dell'indagine. La sua è una posizione delicata e appesa alle decisioni della procura di Roma che si trova a vagliare posizioni discordanti e ritrattazioni. Il grande accusatore del ministro rimane l'ex amministratore delegato della centrale acquisti della Pubblica amministrazione Luigi Marroni che ha raccontato ai pm di Roma di come sia stato Lotti a riferirgli dell'inchiesta in corso. Una versione confermata ai pm di Napoli il 20 dicembre 2016, quando Marroni dichiarò che fu Lotti a dargli notizia di «operazioni di intercettazioni telefoniche e anche ambientali, mettendomi in guardia», così come fece anche il presidente di Consip Luigi Ferrara

I QUESITI INSOLUTI DEL CASO CONSIP. Dall'altra parte ci sono le versioni contrastanti di Filippo Vannoni, presidente della partecipata del Comune di Firenze Publiacqua, feudo renziano dove la stessa Boschi ebbe una poltrona dal 2009 al 2013. Il 21 dicembre 2016 Vannoni sostenne a verbale davanti al pm di Napoli Henry John Woodcock di essere stato informato dell'inchiesta Consip anche da Lotti, salvo poi ritrattare a luglio dicendo di aver tirato in mezzo il ministro dello Sport «per levarmi dalla situazione», cioè dall'interrogatorio davanti a Woodcock. Rispondendo a una domanda del suo avvocato nel corso dell'interrogatorio romano a luglio ha ribadito: «Lotti non mi ha detto di intercettazioni su Consip». E più avanti ha affermato di non conoscere «il generale Emanuele Saltalamacchia e neanche Luigi Ferrara», ovvero gli altri due indagati per la fuga di notizie insieme al ministro dello Sport. Dunque rimane da capire da chi avesse appreso dell'esistenza dell'inchiesta sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Quesiti insoluti che probabilmente verranno affrontati nel corso del dibattimento.

QUALCUNO HA MENTITO. La possibilità dunque è che i pm chiedano il rinvio a giudizio per tutti gli implicati per poi chiarire le posizioni a processo, anche perché Lotti tra i due interrogatori di Vannoni ha raccontato ai pm romani, come ha riportato Il Fatto Quotidiano, che lo stesso 21 dicembre dopo l'interrogatorio il presidente di Publiacqua si è presentato negli uffici di Largo Chigi dicendo di aver mentito sulla posizione del ministro. Insomma, uno dei due non aveva detto la verità, e la toppa di Vannoni in seguito ha convinto poco gli inquirenti.

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