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Politica
5 Marzo Mar 2018 0054 05 marzo 2018

Elezioni, tracollo Pd: Renzi si prepara alla resa dei conti

Il Partito democratico è passato dal 40% delle Europee del 2014 al 19%. Il segretario aveva assicurato che non si sarebbe fatto da parte. Ma la minoranza aprirà il processo al leader. E la parola "dimissioni" inizia a circolare.

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A cinque anni dalla «non vittoria» di Bersani, dopo tre governi a guida Pd e una scissione, le urne sembrano riservare un amarissimo risveglio al centrosinistra. Se gli exit poll saranno confermati dallo spoglio, con il Pd che si ferma al 19% e LeU sotto il 4%, saranno gli altri partiti a dare le carte nel tentativo di fare un governo. E nel Pd, che già si dice «all'opposizione», si aprirà il redde rationem (LEGGI L'IPOTESI MARTINA SEGRETARIO PD). Mentre LeU è alla prova di una possibile scissione. Matteo Renzi, alla vigilia del voto, ha negato il passo indietro da segretario anche di fronte agli scenari più foschi. Ma proprio il più fosco degli scenari potrebbe concretizzarsi nella notte: dimezzato il 40% delle europee del 2014. Non solo la minoranza, ma anche qualche renziano, si lascia sfuggire la parola «disastro». «Stiamo seguendo come tutti l'evoluzione dei risultati ed è chiaro che si tratta di una sconfitta molto evidente e molto chiara, molto netta», ha detto il vicesegretario del Pd Maurizio Martina al Nazareno.

E così nessuna ipotesi viene esclusa dai Dem, neanche che Renzi stesso cambi idea e si dimetta. Di sicuro il 'processo' al segretario, sono convinti al Nazareno, si aprirà. Renzi - che non intende farsi «commissariare» e dà il segno della sua presenza arrivando a sorpresa al Nazareno prima che inizi lo spoglio - ricorda di aver impostato, contro la propria indole, la campagna elettorale come chiedeva il partito: avanti la squadra, toni bassi e proposte concrete. E ai "big" di maggioranza e di minoranza i renziani ricordano che i gruppi parlamentari, così come direzione e assemblea, sono iper-renziani. Ma la minoranza prepara il redde rationem, scommettendo che nella maggioranza Dem gli equilibri cambieranno e che potrebbero farsi sentire i "padri" Prodi e Veltroni.

Subito dovrebbe partire la richiesta di un'assemblea Pd prima delle consultazioni: nella delegazione che andrà al Colle, chiedono gli orlandiani, dovrà esserci la minoranza. Fin dalle prime battute dello spoglio, Renzi detta la linea: se il risultato sarà così "negativo" il Pd farà opposizione. È questa la posizione di partenza dei Dem. Ma se il voto sancirà che nessuno schieramento ha la maggioranza, si cercheranno intese per il governo e si aprirà una partita in cui il Pd non darà le carte ma verrà tirato in ballo. E se sembrano declinare le chance di Paolo Gentiloni per un "bis", nelle ore dell'attesa è un altro il nome a circolare tra i Dem per un possibile governo di larghe intese con Fi: Giuliano Amato.

Suggestioni, per qualcuno speranze. L'alternativa è quella di un governo con M5s e LeU ma questo scenario dovrebbe passare dalla de-renzizzazione del Pd, perché ai Cinque stelle Renzi sarebbe pronto a dir di no. Quanto a LeU, si guarda con qualche apprensione agli exit poll. L'asticella era posta al 5%: il rischio è fermarsi ben sotto (nel 2013 SI da sola prese il 3,2%). Con un risultato che non solo aprirebbe un 'processo' a Pietro Grasso ma frenerebbe la nascita del partito unitario. Di più. Se l'ala governista aprisse alla possibilità di un esecutivo, anche se di scopo, la "scissione" di Mdp, Si e Possibile sarebbe inevitabile.

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