EMILIANO
6 Marzo Mar 2018 2030 06 marzo 2018

Pd, chi sono i big che aprono al dialogo col M5s

Mentre Renzi chiude a ogni tipo di accordo, Emiliano lancia un «Ulivo 4.0». Boccia ipotizza convergenze su alcuni punti. Mentre per il più prudente Chiamparino parlare coi 5 stelle «non è un tabù».

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Apertura al M5s, chiusura al M5s. Appoggiare un governo, accomodarsi all'opposizione, sulla riva del fiume e aspettare. In casa Pd è in scena un dramma. Il partito, dopo la batosta elettorale e le dimissioni post-datate di Matteo Renzi, è nel caos. Con alcuni big decisi a scaricare definitivamente il segretario per inseguire nuovi quanto presunti salvatori. Come Carlo Calenda, per esempio. È bastato che il ministro dello Sviluppo economico twittasse: «Non bisogna fare un altro partito, ma lavorare per risollevare quello che c'è. Domani mi vado ad iscrivere al Pd», per illuminare queste giornate cupe. Anche se poi ha annunciato di non volersi candidare alla segreteria.

IL M5S SPERAVA NELLA DERENZIZZAZIONE. Detto questo, Renzi tira dritto e detta la linea. Almeno la sua. Su una possibile apertura al Movimento continua a essere categorico: è un no. Con buona pace di Alessandro Di Battista che all'annuncio delle dimissioni post-datate è andato in escandescenze. «Pur di non dimettersi realmente è disposto a frantumare quel che resta del Pd e cosa pensa il Pd?», ha sbottato con toni da iscritto deluso. «A questo personaggio non gli basta mai la lezione, sempre arrogante, non ha chiesto scusa, non si rende conto che se Minniti ha perso è colpa sua, che sta antipatico a tutti». In realtà, e non è certo un mistero, il M5s sperava in un Pd de-renzizzato su cui fare affidamento, magari con la stampellina di LeU. E la strategia di Renzi ha rovinato i giochi.

«CI HANNO DATO DEI MAFIOSI E DEI CORROTTI». L'ex premier anche su Facebook non ha usato guanti di velluto. «Ci hanno detto che siamo corrotti, mafiosi, collusi e che abbiamo le mani sporche di sangue per l'immigrazione», ha ribadito. «Non credo che abbiano cambiato idea all'improvviso. Facciano il loro il governo se ci riescono, noi stiamo fuori». Poi ha aggiunto: «Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari».

Michele Emiliano.

ANSA

E più di qualcuno disposto (o felice) del dialogo c'è. Il più convinto ad aprire ai cinque stelle - e non certo da oggi - è Michele Emiliano. Che addirittura lancia l'ipotesi di un «Ulivo 4.0». E cioè, nella testa del governatore pugliese, «una cosa nuova che non ha a che fare col passato, ma che costruisca, assieme al M5s, la rivoluzione italiana che i cittadini adesso pretendono».

RENZI NON MOLLI, ANZI SÌ. Più interlocutorio il suo giudizio su Renzi. «Non si deve dimettere», dichiarava il primo marzo. «Abbiamo fatto da poco le Primarie, mi rendo conto che la verifica nel Pd il segretario l'ha passata e anche con grande successo, ha vinto col 70%. Quindi io non credo che la leadership del Pd possa essere messa in discussione da una questione numerica». «È inutile parlare ancora di Renzi», ha detto sei giorni dopo. «Renzi in questo momento è dimissionario quindi non ha più titolo per parlare di politica. Deve fare, come ha detto, il senatore del suo territorio». Un cambio repentino in linea però con il temeramento del governatore, basta ricordare le dichiarazioni rilasciate a ridosso dell'Assemblea nazionale dem del febbraio 2017 quando in due giorni passò da avversario a colomba, fino a separatista.

GLI ATTACCHI GRILLINI. Se Emiliano dal giorno del suo insediamento in Regione corteggia i 5 stelle, non sempre i 5 stelle si sono dimostrati accondiscendenti col piddino. Anche quando entrambi si trovavano dallo stesso lato della barricata contro la Tap. A marzo 2017, dopo alcune manifestazioni, i cinque stelle criticarono il governatore. «In Regione Puglia abbiamo un governatore che dorme», recitava una nota pubblicata sul Blog a firma dei regionali. «Assente, troppo impegnato nella sua scalata interna al partito mentre i suoi compagni di merenda saccheggiano e distruggono il nostro territorio. Lo stiamo incalzando da un anno e mezzo suggerendogli passo passo tutte le azioni da fare per contrastare Tap».

FRECCIATE SU SPIGOLE E COZZE. E quindi: «Datti una mossa, la Puglia ha bisogno di essere governata da un presidente, non da uno showman!». Nel 2014, invece, i pentastellati pugliesi risposero così all'apertura di Emiliano: «Rinnoviamo la nostra disponibilità a un tavolo trasparente e possibilmente concreto sui temi più sentiti dai pugliesi, ma non neghiamo che ci fa un po’ specie dover parlare di sanità con Emiliano non disponendo di spigole e cozze pelose». Il riferimento al pacco natalizio che gli recapitarono a casa gli imprenditori Degennaro nel 2012.

Francesco Boccia.

Emiliano però non è il solo in questa crociata stellata. Con lui c'è Francesco Boccia. «Se dopo le consultazioni, alla Camera arriva Salvini mi pare naturale dire di no. Se arriva Di Maio mi sembra naturale valutare l'appoggio esterno», ha ribadito il presidente uscente della commissione Bilancio della Camera. Ricordando che «appoggio esterno, vedremo a quale governo, significa andare all'opposizione». Boccia aveva spiegato 24 ore prima ad AffariItaliani il tipo di collaborazione che avrebbe in mente. Per esempio si può votare «a favore di un decreto sul quale c'è una convergenza. Ci sono temi su cui la si può pensare allo stesso modo».

QUANDO GIARRUSSO LO PRENDEVA DI MIRA. Il dialogante Boccia però era stato attaccato dal senatore Mario Michele Giarrusso, per il suo matrimonio con Nunzia De Girolamo (ora forzista). Vero, era il 2013 e il Movimento non era certo quello di adesso. Eppure la boutade del pentastellato siciliano fece abbastanza discutere. Su Fb condivise la foto della coppia con il commento: «Sapete chi sono questi due? Francesco Boccia e Nunzia De Girolamo, lei deputata Pdl lui deputato Pd. Niente di strano... Ma siccome siamo in italia i due sono anche marito e moglie... Incredibile vero?? ogni giorno di più credo a quello che dice Beppe Grillo... Pdl e Pd-l». E dire che ora al M5s potrebbe fare comodo un Pd meno Renzi con cui trattare.

Il post di Giarrusso.

Pure a Torino c'è chi tra i dem non chiude senza appello al Movimento. Anche se con molte cautele. Come il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino che tra l'altro non ha eslcuso di candidarsi alla segreteria. «Dialogare con M5s dopo il voto di domenica? Io quasi quotidianamente dialogo con la sindaca Appendino, non c'è nessun tabù da sfatare», ha dichiarato. «Il partito deciderà in modo collegiale - e questa collegialità per me è l'elemento fondamentale - se e quali risposte dare». Comunque, ha messo in chiaro, «non spetta a noi ora fare proposte politiche il mandato di governo degli elettori è stato chiaro. Tocca a loro fare proposte. Noi ci siamo presi in questi anni responsabilità anche di più di quanto dovevamo. Non spetta a noi adesso togliere le castagne dal fuoco. Se ci arriveranno delle proposte concrete le valuteremo, per ora non mi sembra questo sia accaduto».

MANEGGIARE CON CAUTELA. Insomma parlare con il M5s non deve essere un tabù, ma occorre cautela. E il governatore lo sa bene. La sindaca di Torino ha infatti rotto lo scorso ottobre la non belligeranza con la Regione a guida dem, archiviando il "Chiappendino", ircocervo giornalistico per descrivere l'alleanza di fatto (o quantomeno la non belligeranza) tra la sindaca e governatore mai digerita dagli ortodossi del M5s. Non solo la pentastellata accusò l'ex sindaco Piero Fassino di aver mentito circa i conti di Torino, ma scaricò la responsabilità del «grandissimo disequilibrio strutturale» sui 30 anni di governo precenti.

LA RISPOSTA ALLA SINDACA. E Chiamparino non abbozzò, anzi. «I 30 anni richiamati dalla sindaca di Torino in cui si sarebbero generati squilibri finanziari strutturali», scrisse su Fb, «sono i 30 anni anni che hanno visto la trasformazione della città che conosciamo». E, ancora: «Dobbiamo smetterla di comportarci come se fossimo all’asilo. È colpa mia è colpa tua, ma dove siamo finiti? Io rivendico quel che abbiamo realizzato tutti insieme negli ultimi 30 anni [...]. Abbiamo investito, altro che sperperi. Non è uno sfogo, è un avvertimento: stiamo attenti a non segare il ramo su cui siamo seduti. Se Torino si è rialzata in questi decenni lo deve agli investimenti di cui oggi siamo accusati. Smontare quel che si è fatto a che cosa serve? Appendino scrive il contrario? Nelle lettere non c’è contraddittorio. Io sono disposto a un confronto pubblico. Lei avrebbe il coraggio di farlo?».

SE PURE BERSANI PERDONA...In politica però si sa il rancore non paga. Ed è un po' come la memoria: col tempo si affievolisce. Del resto non si spiegherebbe altrimenti - spostandoci a sinistra del Pd - l'apertura di Pier Luigi Bersani a un'intesa col M5s. Dopo essere stato dileggiato nel tristemente noto streaming con Roberta Lombardi e Vito Crimi. Se "Gargamella" e "morto che parla" (cit. Beppe Grillo) può perdonare...

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