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7 Marzo Mar 2018 1013 07 marzo 2018

Confindustria non è diventata grillina, è il M5s che è confindustriale da anni

Di Maio in questi anni ha cercato di normalizzare il Movimento, accreditandosi presso i cosiddetti "poteri forti". E anche il programma non spaventa imprese e banche. E quanto al Jobs Act...

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Possiamo stare tranquilli: Confindustria non è diventata grillina. Semmai è il Movimento 5 stelle che ambisce da anni a essere anche "confindustriale". Non si sta parlando del Movimento del vaffa, catalizzatore della rabbia contro la politica, esploso nel sottovalutato (dalla stampa) V-Day del 2008 - quello, ormai, è morto e sepolto - ma della Democrazia cristiana 2.0 di Luigi Di Maio. E quel "anche confidustriale" non va sottovalutato. Perché, come ha detto il capo politico M5s, la «Terza Repubblica sarà post-ideologica». Tradotto: nessuna barricata, il carro 5 stelle può ospitare comodamente destra, sinistra, lavoratori e "padroni". «Ho sentito tanti apprezzamenti da ambienti che non sono vicini a noi, che hanno detto 'mettiamoli alla prova'», ha infatti commentato Di Maio rispondendo all'apertura di credito degli industriali, «bene, io accolgo senza polemica e senza fraintendimenti questi apprezzamenti, dobbiamo essere aperti, inclusivi»

L'USCITA DI BOCCIA NON DEVE STUPIRE. Quindi che il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, davanti al 32% del M5s, dica che «i 5 stelle non fanno paura, sono partiti democratici, l'importante è che si assicuri un governo al Paese», e ponga come unico paletto quello di non cambiare «provvedimenti che hanno avuto effetti sull'economia reale» (e cioè il Jobs Act) non stupisce per almeno tre motivi.

UN ACCREDITAMENTO IN TRE MOSSE. Uno: Confindustria da sempre è governativa. Negli ultimi anni è stata berlusconiana, montiana, lettiana, renziana, perché ora non dovrebbe essere dimaiana? Il vero pericolo da scongiurare è l'ingovernabilità. All'ultima assise di Verona poi, come ha raccontato L43, c'era chi tra gli associati ammetteva serenamente di aver scelto il Movimento o Lega. Due: il M5s nasce in un'azienda, la Casaleggio e Associati. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio comparivano tra i soci fondatori del think tank Group Confapri, per dirne una. L'attenzione alle imprese è da sempre il core business della srl. Perché non dovrebbe essere quello del M5s? Nel Pantheon casaleggese non c'è certo Marx ma Adriano Olivetti, citato a ogni occasione buona. Tre: basta sfogliare il programma 2018 e ripercorrere il rally di accreditamento di Di Maio presso i "poteri forti", dagli industriali agli investitori incontrati in un appuntamento riservato nella City in compagnia del candidato ministro Lorenzo Fioramonti. A cui va aggiunto il maldestro e non riuscito tentativo di scaricare a Bruxelles l'alleato scomodo Nigel Farage per abbracciare i ben più rassicuranti europeisti dell'Alde. Tra l'altro, nell'ottobre 2015 si configurò una strana convergenza tra Confindustria Digitale e Movimento 5 stelle che all'unisono criticarono il governo «schizofrenico» che da un lato spingeva alla digitalizzazione e nella Stabilità dimezzava le risorse.

Gianroberto Casaleggio.

È noto che Di Maio in questi anni abbia cementato la sua leadership domando il Vaffa originario e accreditando il Movimento come forza di governo. Il percorso però parte da lontano. Mentre nel 2013 Grillo continuava ad annunciare referendum su euro ed Europa, Gianroberto Casaleggio in un incontro organizzato alla Gam di Torino, sempre da Confapri, rassicurava gli imprenditori. «Io ho gli stessi problemi che avete voi, se li risolvo per me, li risolvo anche per voi», disse da pari a pari. E ancora: «Senza le piccole e medio imprese il Paese morirà», proponendo una diminuzione delle tasse (fonte Repubblica Torino).

LE APPARIZIONI A CERNOBBIO. Sempre quell'anno Casaleggio apparve a Cernobbio, una bestemmia per una buona parte di attivisti anti sistema. Ci tornò pure nel 2014 ma con meno fortuna: l'ex presidente della Bce Jean-Claude Trichet gli staccò l'audio del microfono per sforamento dei tempi dell'intervento. Nel 2017 il Forum Ambrosetti ha invece ospitato Di Maio (e Matteo Salvini) mentre Casaleggio jr ha scelto il convegno dei giovani industriali di Rapallo, senza però riuscire a scaldare il cuore dei presenti.

L'INCONTRO AD ASSOLOMBARDA. Non solo. A febbraio il 31enne di Pomigliano d'Arco aveva cercato di sedurre gli imprenditori di Assolombarda rimediando però una gentile bocciatura. Nel suo sforzo di smussare il lato "anti" del Movimento aveva rilanciato la solita ricetta: meno leggi, più vicinanza delle banche alle imprese e un sì convinto all'Europa, arrivando a lodare persino Sergio Marchionne (un altro che si è detto non preoccupato del successo M5s) per il suo «ravvedimento» sull'auto elettrica. A pesare sul giudizio non positivo degli imprenditori non solo la volontà di abolire Jobs Act e riforma Fornero, ma anche le debolezze sull'analisi dei mezzi e dei programmi di spesa. E cioè le coperture che non c'erano e continuano a non esserci (solo l'abolizione della riforma Fornero costerebbe da 11 a 15 miliardi l'anno). Dettaglio che potrebbe vanificare le promesse elettorali del M5s, a partire dal reddito di cittadinanza.

Luigi Di Maio e Vincenzo Spadafora a Cernobbio.

ANSA

Quanto al programma, tra stop alla «giungla di leggi», alleggerimento della burocrazia per imprese e cittadini, «investimenti ad alto moltiplicatore occupazionale per creare nuove opportunità di lavoro», «investimenti in nuova tecnologia, nuove figure professionali, internet delle cose, auto elettriche» e «manovra choc per le piccole e medie imprese: riduzione del cuneo fiscale e riduzione drastica dell’Irap», non c'è nulla che possa preoccupare seriamente Confindustria. Considerando anche che nei 20 punti per «l'Italia del MoVimento 5 Stelle», summa della ricetta pentastellata, l'abolizione del Jobs Act scompare.

L'ARTICOLO 18. Di Maio a riguardo ha più volte ripetuto (seguito dal candidato al Welfare Pasquale Tridica) di voler reintrodurre l’articolo 18 nelle aziende sopra i 15 dipendenti. Parole e dichiarazioni, perché nel programma esteso dedicato al Lavoro la linea è questa: «Il MoVimento 5 stelle favorirà processi di riorganizzazione produttiva, riducendo l’orario di lavoro al di sotto delle 40 ore settimanali. Incentiveremo il part-time, faciliteremo anche i contratti di solidarietà difensivi ed espansivi, rafforzando infine il sistema dei congedi».

L'ATTACCO AI SINDACATI. In compenso però il Movimento non è mai stato morbido coi sindacati. Nel settembre 2017, al Festival del Lavoro di Torino, Di Maio usò toni renziani per criticare le sigle: «Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente», sbottò. «Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli di contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma». Una linea su cui il M5s si è dimostrato coerente visto che nei primi tre punti del programma Lavoro viene garantito «a tutti i lavoratori il diritto di poter eleggere le proprie rappresentanze sindacali e di essere eletti, con una competizione equa e aperta tra tutte le sigle dei lavoratori, indipendentemente dall’aver firmato l’accordo sindacale con le controparti»; lo smantellamento degli «anacronistici privilegi che, all’interno del sistema sindacale, hanno contribuito a creare situazioni da “casta”, completamente scollata dalla realtà del lavoro che cambia»; e assicurato «il coinvolgimento dei lavoratori nell’elaborazione delle strategie, nell’organizzazione produttiva e, in generale, nei processi decisionali della loro impresa». Per questo non è un caso che mentre Confindustria sdogana ufficiamente il M5s, sia Cisl sia Uil si affidino alla «saggezza di Sergio Mattarella».

MARCHIONNE E LO SGUARDO DALL'ESTERO. Poi c'è il capitolo Marchionne. «Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano. Paura del M5s? Ne abbiamo passate di peggio», ha detto il numero uno di Fca. Il manager dopo essere stato renziano convinto, ha scaricato senza troppi giri di parole il neo senatore di Lastra a Signa. E ora guarda al nuovo che è avanzato. Anche in questo caso l'uscita di Marchionne non stupisce. A lui al massimo potrebbero spaventare un'ascesa del Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders, un exploit dell'Ukip di Farage o dei Laburisti di Corbyn, o dell'ultima uscita di Donald Trump, visto che la sede legale di Fca è ad Amsterdam, quella fiscale a Londra e molti dei suoi interessi negli States.

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