Calenda, con sospensiva Ilva chiude
Politica
8 Marzo Mar 2018 0800 08 marzo 2018

All'Ilva hanno votato M5s, che vuole chiudere le acciaierie: e ora?

Boom grillino tra gli operai, sindacati in tilt: «Adesso ci chiedono cosa sarà della fabbrica. L'alternativa verde non è praticabile». Mentre il governo uscente stoppa l'incontro con la nuova proprietà. Lo stallo.

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«Ma non è che adesso l'acciaieria la chiudono davvero?». Erano di questo tono, martedì 6 marzo 2018, le domande che gli operai dell'Ilva hanno rivolto ai sindacalisti: in mattinata è arrivata in acciaieria la notizia che il primo degli incontri fissati dal governo uscente con la nuova proprietà e i sindacalisti per discutere del piano industriale fissato per il 9 marzo era stato sospeso a data da destinarsi.

BOCCE FERME IN ATTESA DEI GRILLINI. Visto i risultati delle elezioni, era abbastanza prevedibile che il ministro Carlo Calenda e la sottosegretaria Teresa Bellanova (nel vicino Salento ha totalizzato un misero 17,42%) fermassero le bocce dato che il primo partito con il 32,7% dei voti, il Movimento 5 stelle, ha in programma la chiusura dello stabilimento.

PLEBISCITO ELETTORALE PER IL M5S. Normale anche il fatto che vi sia apprensione tra gli operai, ma l'analisi si complica se si getta uno sguardo ai dati elettorali di Taranto: alla Camera il M5s ha preso nel collegio di Taranto il 47,7%, il 45,6% (i confini del collegio sono un po' diversi) al Senato. Un plebiscito che spedisce diretti a Roma la giornalista Rosalba De Giorgi e il commercialista e docente all'Università del Salento Mario Turco.

Siamo tra due fuochi: non accettiamo di subire il ricatto occupazionale, ma nemmeno si può pensare di chiudere tutto

Francesco Brigati, Fiom

Francesco Brigati, Rsu della Fiom, racconta: «Stamattina girando per lo stabilimento gli operai mi chiedevano cosa succede adesso, che ne sarà del percorso lavorativo di ognuno. Domande a cui io non so rispondere. Siamo tra due fuochi: non accettiamo di subire il ricatto occupazionale, ma nemmeno si può pensare di chiudere tutto».

VOTO CONTRO LA VECCHIA POLITICA. A sentire Brigati «sono molti i nostri iscritti che hanno votato cinque stelle. Ma mica perché vogliono chiudere lo stabilimento, di cui in campagna elettorale si è parlato pochissimo. Volevano mandare un segnale a persone che, dicono loro, non vogliono più vedere: Renzi, Berlusconi, Brunetta, Boldrini, Fitto, Boschi, sono i nomi che mi citano. La riforma Fornero, il Jobs act, i tagli alla sanità le “colpe” che con il loro voto volevano cancellare».

O c'è stata una gigantesca sottovalutazione, oppure la gente ha votato pensando che un partito vale l'altro e tanto non cambia nulla

Antonio Talò, Uilm

Siccome però nessuno vota contro i suoi interessi e l'elettore non è scemo, c'è anche un'altra ipotesi, tratteggiata - con mille prudenze - da un altro sindacalista, Antonio Talò, segretario della Uilm che qui è il sindacato più rappresentativo. «O c'è stata una gigantesca sottovalutazione, oppure la gente pensa che un partito vale l'altro, e tanto non cambia nulla».

DIFFICILE MANTENERE QUELLE PROMESSE. L'ipotesi di Talò, insomma, è che nemmeno gli elettori dei cinque stelle pensino veramente che il Movimento faccia quello che ha promesso. Un po' quello che sta succedendo sulle piazze finanziarie, con investitori e banche che non speculano contro il Paese perché poco convinti che davvero i nuovi partiti forti italiani facciano quello che promettono: cancellare la riforma Fornero, introdurre la Flat tax al 15%, eliminare il Jobs act.

Rosalba De Giorgi, giornalista eletta con il M5s.

Per altro il Movimento tiene il punto: abbiamo chiesto chiarimenti alla neodeputata Rosalba De Giorgi che però, dice, ha avuto indicazioni di mantenere il silenzio rispetto al programma, «tuttavia posso dirle che rimane sempre quello: chiusura fonti inquinanti e formare le maestranze per bonificare l'area, il tutto con assoluta tutela del lavoro».

COME TROVARE ATTIVITÀ ALTERNATIVE? Vorrebbe dire mantenere per 20 anni 10 mila lavoratori impegnati in lavori di pubblica utilità. Dopodiché bisogna trovare attività che consentano l'impiego di un uguale volume di lavoratori e su questo, dicono i sindacati «non c'è mai stata chiarezza: ho provato a chiedere ai pentastellati più volte», spiega Talò, «ma non ho mai avuto risposta».

PRIMA LA "PANCIA", ORA LE RESPONSABILITÀ. Si parla di “economia circolare”, “robotica”, nuove tecnologie, rilancio del porto. Però 10 mila lavoratori sono un'altra cosa. «Prima delle elezioni si è agito sulla pancia della gente e si sono così attirate molte persone, adesso spero che chi avrà incarichi istituzionali si assuma le sue responsabilità», chiude Talò.

A oggi in acciaieria lavorano tra i 7 mila e gli 8 mila lavoratori, altri 2 mila sono in cassa integrazione con assegni che viaggiano intorno ai mille euro. Il piano della nuova proprietà prevede 4 mila esuberi sull'intero gruppo, oltre 3 mila a Taranto. Lo stabilimento pugliese, però, tornerebbe a regime a produrre otto milioni di tonnellate d'acciaio l'anno.

ETERNA DIATRIBA TRA LAVORO E SALUTE. Su tutto pende il ricorso al Tar di Comune e Regione contro il decreto che stabilisce il piano ambientale e che è uno dei fulcri dell'eterna polemica tra il presidente della Regione Michele Emiliano e Matteo Renzi. I tarantini hanno pagato un prezzo enorme di vite sotto il ricatto occupazionale e oggi guardano con diffidenza, comprensibile, a chi promette che si può continuare a produrre acciaio, inquinando sì, ma un po' meno. Il fatto però è che alternative credibili, sul piatto, non ce ne sono.

Lo schema per cui la sinistra è la parte politica che sta dalla parte dei lavoratori? Per gli operai 40enni non ha senso, non ne hanno memoria

Francesco Brigati, Fiom

Oggi l'età media in fabbrica è 40 anni e «lo schema per cui la sinistra è quella parte politica che sta dalla parte degli operai per loro non ha senso, non ne hanno memoria», sostiene Brigati. La disoccupazione provinciale è al 16,5%, ma sale al 39,1% nella fascia 18-29, è al 26,3% nella fascia 25-34.

IN 7 MILA OCCUPATI NEI CALL CENTER. Il porto è in crisi profonda da anni, una delle attività economiche più diffuse dopo il lavoro in fabbrica (che con l'indotto dà un reddito a 25-30 mila famiglie) sono i call center: 7 mila i lavoratori regolari, soprattutto donne. Chissà quanti altri i lavoratori in nero. Questa è la Taranto che si è affidata ai cinque stelle. Per convinzione, perché crede veramente in una svolta verde che mantenga il lavoro o per disperazione? Questo non è facile dirlo.

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