Malmstrom
9 Marzo Mar 2018 2100 09 marzo 2018

Coi dazi Trump calpesta l'Ue: così Bruxelles è pronta a rispondere

Le misure ferirebbero l'Unione. In primis la Germania, poi l'Italia. La commissaria al commercio Malmstrom prova a chiarire col delegato Usa. Misure di difesa, trattative, conseguenze: la posta in gioco.

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da Bruxelles

Quando Donald Trump è entrato alla Casa Bianca in molti si preoccupavano dell’uso che avrebbe potuto fare della valigetta con i codici nucleari. In pochi però avevano colto che il pericolo più grosso sarebbe stato quello dei codici commerciali.

MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO A RISCHIO. L’annuncio di giovedì 8 marzo dell’imposizione di dazi al 25% sull’import di acciaio e del 15% di quello di alluminio potrebbe creare danni economici globali e nella sola Unione europea, come ha riconosciuto la commissaria al commercio Cecilia Malmstrom, potrebbe tradursi nella perdita di «migliaia di posti di lavoro».

MISURE DI DIFESA SU 100 BRAND USA. Il rischio secondo gli analisti non è tanto nella misura in sé, ma nella possibilità che si inneschi una spirale di reazioni- Bruxelles ha già previsto misure di difesa su 100 brand americani, dalle moto Harley Davidson ai jeans Levi's, per un valore pari a circa 2,8 miliardi di euro, prodotti alimentari compresi. Mentre Trump, e non a caso, ha minacciato ulteriori ritorsioni sul settore auto.

Dazi su alluminio e acciaio, cosa rischia l'Italia

Il quadro delle possibili conseguenze per il sistema-Italia derivanti dai dazi su alluminio e acciaio decisi dagli Stati Uniti di Donald Trump inizia a prendere forma. A dare le prime indicazioni sono state alcune associazioni di categoria, che hanno messo in guardia dai rischi che anche altri settori potrebbero correre, a partire dal comparto alimentare e da quello agricolo.

Ma la particolarità di tutta la vicenda è che i dazi sono stati utilizzati in maniera sui generis: non andranno a colpire la Cina, l’arci nemico dichiarato del presidente americano, serviranno piuttosto come rivoltella poggiata sul tavolo dei negoziati sul Nafta contro Messico e Canada, i due Paesi che il presidente americano ha escluso dalle misure. E alla fine l’Europa ne è una vittima più o meno collaterale che Trump sembra provare il gusto di calpestare in nome del suo programma: ridurre il deficit commerciale. Il ferito eccellente è la Germania in primis e in seconda battuta l'Italia. Ma ovviamente anche gli stessi Stati Uniti.

LA COMMISSARIA CHIEDE CHIAREZZA. Per la commissiaria Cecilia Malmstrom sabato 10 marzo si annuncia come una giornata «molto lunga». Ha in programma l'incontro con il rappresentante commerciale Usa Robert Lighthizer ed è pronta a chiedergli di fare chiarezza sulle misure annunciate dal suo commander in chief.

VENTI DI GUERRA COMMERCIALE. Lighthizer - e qui sta il paradosso - era atteso a Bruxelles per un incontro a tre, con la rappresentante Ue e il ministro dell'Economia giapponese Hiroshige Seko. La riunione era stata fissata per discutere su come affrontare «le pratiche commerciali cinesi», sottinteso "sleali". Ora è destinata invece a diventare un confronto per capire se si darà veramente fuoco alla miccia ormai pronta della guerra commerciale.

DIALOGO PER OTTENERE UN'ESENZIONE. La rappresentante europea è convinta di poter strappare agli Stati Uniti ancora un'esenzione, spera nel dialogo, convinta che in quello che ha detto Trump non ci sia stata molta «chiarezza». I suoi obiettivi risultano infatti irrazionali, ma forse solo apparentemente.

A Trump hanno spiegato che deve limitare il deficit commerciale Usa. E lui esegue, poco importa se con una teoria mercantilista superata da secoli

Il presidente Usa, intendiamoci, sembra seguire alla lettera le ricette di chi ha scritto il suo programma elettorale. A Trump hanno spiegato che deve limitare il deficit commerciale degli Stati Uniti - primo importatore al mondo, una macchina da consumo che nel 2016 ha toccato il picco storico mangiandosi il 18% dell'export a livello globale, seguita dall'Ue al 12%. E lui sta applicando meccanicamente il precetto, poco importa che sia una teoria mercantilista superata da qualche secolo.

METÀ DEL DEFICIT AMERICANO È CON SEI PAESI. Il consigliere Peter Navarro e il segretario per il commercio Wilbur Ross, cioè i teorici della dottrina del commercio del 45esimo presidente, già nel 2017 avevano stilato la lista dei Paesi con cui combattere la loro guerra. «Consideriamo che circa la metà del nostro deficit commerciale è con soli sei Paesi: Canada, Cina, Germania, Giappone, Messico e Corea del Sud. Se guardiamo alle relazioni bilaterali dell'America con ciascuno di questi Paesi, il miglioramento della nostra bilancia commerciale è chiaramente raggiungibile attraverso una combinazione di aumento delle esportazioni e riduzione delle importazioni, anche se dopo alcuni negoziati difficili e intelligenti».

Donald Trump e il segretario per il commercio Wilbur Ross.

Ansa

Queste misure chi vanno a colpire dei sei Stati considerati "canaglia" dalla nuova Casa Bianca? Non tanto la Cina: le sue esportazioni di acciaio verso gli Usa - nel 2017 era il decimo esportatore - si sono ridotte all’1%, secondo i calcoli di Reuters, considerando che Wahsington ha 29 barriere commerciali nei confronti di Pechino. La China Iron and Steel Association ha addirittura parlato di un impatto «minimo».

CANADA E MESSICO ESCLUSI PER IL NAFTA. Il primo Paese a esportare acciaio negli Usa è il Canada, il secondo è la Corea del Sud, il terzo è il Brasile, il quarto è il Messico. Eppure Canada e Messico sono stati esclusi spiegando esplicitamente che la scelta dipende dal fatto che con Ottawa e Città del Messico sono in corso le trattative sul Nafta, il primo accordo commerciale di libero commercio dell'area.

DALL'ITALIA OLTRE 500MILA TONNELLATE DI ACCIAIO. Secondo Forbes, dunque, l'iniziativa sarebbe proprio usata come un ricatto nei loro confronti, come arma per influenzare le trattative. Come quando si tratta con un malvivente e subito la pistola viene messa sul tavolo. Peccato però che nella lista dei primi dieci esportatori di acciaio risulti anche un Paese Ue esplicitamente nel mirino di Trump, la Germania, e che solo l'Italia venda in Usa più di 500mila tonnellate di prodotti sottoposti alle nuove misure. Per l'Unione europea nel suo complesso, gli Stati Uniti sono il primo Paese destinatario dell'export: nel 2015 la differenza tra ciò che esportavamo e ciò che importavamo (gli Usa sono il nostro secondo partner per import dopo la Cina) era di 122 miliardi di euro in favore degli Stati dell'Unione, nel 2016 di 113 miliardi.

I rapporti commerciali tra Ue e Stati Uniti. Fonte: Eurostat.

La Germania è sia la potenza europea con l'export più consistente verso gli Usa che quella con il surplus commerciale maggiore (64 miliardi di euro). Infatti in cima alla lista delle merci made in Ue acquistate oltre Atlantico ci sono macchine e veicoli e poi prodotti chimici. Il secondo maggior esportatore è la Gran Bretagna, presto fuori dall’Ue. E poi veniamo noi.

GERMANIA OTTAVO ESPORTATORE. Nel 2017 i tedeschi hanno esportato oltre Atlantico una quota pari al 3,7% del fabbisogno Usa. Dal canto suo la Federacciai, l'associazione delle imprese siderurgiche italiane, solo nel 2017 stima un export negli States di 505 mila tonnellate di prodotti e semi prodotti siderurgici, cioè le categorie che saranno sottoposte ai dazi.

COLPITA LA PRODUZIONE RAFFINATA. Si tratta di circa il 10% della produzione europea e dell'11,5% del suo valore (653 milioni di euro). Le imprese più colpite sono quelle, peraltro, con una produzione più raffinata: la Valbruna della famiglia Amenduni, citata come esempio dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, produce ed esporta acciaio inossidabile.

SIAMO ESPORTATORI NETTI NEGLI USA. Per il nostro Paese il problema poi è più ampio: al contrario dell'Olanda e della Gran Bretagna, che importano più di quanto esportano negli Usa, siamo con i tedeschi esportatori netti oltre Atlantico. Una merce su cinque che le aziende italiane vendono fuori dall'Unione è venduta negli States.

I dati sull'export dei Paesi Ue verso gli Stati Uniti: per l'Italia rappresentano un quinto delle merci vendute extra Ue.

Le capitali europee sembrano pronte a reagire insieme: il commercio comune è una dei settorie su cui la Commissione Ue ha competenza esclusiva, perché le capitali hanno capito da tempo che hanno bisogno di stare unite per aumentare la loro potenza di fuoco. Ma Trump parla di negoziati con i singoli Stati, non sembra nemmeno prendere in considerazione Bruxelles, l'istituzione dove non ha nemmeno un ambasciatore. A questo vuoto simbolico più che concreto, ai piani alti dei palazzi europei finora qualcuno rispondeva con una battuta: «Meglio nessun ambasciatore quando non sai chi potrebbe essere l'ambasciatore».

TRUMP GEOPOLITICAMENTE SPREZZANTE. Intanto i canali di comunicazione a livello diplomatico e tecnico sono sempre rimasti aperti. Ma l'atteggiamento del presidente continua a essere geopoliticamente sprezzante. Trump ha addirittura collegato i dazi al dossier delle spese militari all'interno della Nato, quasi presentandoli come punizione per quegli Stati Ue che non spendono abbastanza in Difesa.

MALUMORI SUGLI INVESTIMENTI MILITARI. I membri europei dell'alleanza atlantica si sono impegnati a spendere oltre il 2% del Pil. Sono ancora lontani dall'obiettivo, ma all'ultimo vertice Nato di febbraio 2018 gli Usa hanno fatto trapelare un evidente malumore per il fatto che i futuri investimenti saranno nell'industria militare made in Ue: per loro la spesa dovrebbe aumentare, ma dovrebbe anche essere made in Usa.

I dati sull'import dei Paesi Ue dagli Stati Uniti.

Il trattamento riservato dalla Casa Bianca all'Unione è fondato sulla percezione che Washington sembra avere della mancanza di statura politica dell'Ue, ma la posta in gioco economica, soprattutto nel caso di una escalation, è alta. E non solo per noi. Anzi. Così su questa sponda dell'Atlantico vige la massima cautela: Markus J. Beyrer, direttore generale dell'associazione delle imprese europee, la Confindustria delle confindustrie, ha chiesto alla Commissione una risposta «equilibrata».

TENTATIVO DI STRAPPARE UN ACCORDO. Le misure minacciate finora sono il ricorso all'organizzazione mondiale del commercio e contro barriere «proporzionate». Il tentativo è quello di strappare ancora al rappresentante commerciale americano un'esclusione dell'Ue. Su questa sponda dell'Atlantico si spera ancora che a muovere Trump sia la razionalità economica, non uno scomposto tentativo di atto di forza.

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