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Politica
17 Marzo Mar 2018 0900 17 marzo 2018

Carmelo Barbagallo: «Di Maio? Tratterà col sindacato. Come tutti»

Intervista al leader della Uil: «Ai Cinque stelle dico che il primo problema è la mancanza di lavoro, non il reddito di cittadinanza». Chiudere le acciaierie di Taranto? «Sarebbe una follia».

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«A Luigi Di Maio voglio dire una cosa: molti leader politici hanno avuto una relazione critica con noi, ma alla fine sono sempre venuti a trattare. Noi aspettiamo», racconta sornione Carmelo Barbagallo, leader della Uil. Nella gigantesca corsa sul carro del vincitore partita la sera del 4 marzo, un discreto silenzio si è notato sul fronte del sindacato. Accreditati di un ruolo sempre più popolare tra i lavoratori nella gestione delle crisi aziendali, Cgil, Cisl e Uil devono fare i conti con una imponente affermazione dei Cinque Stelle tra i suoi iscritti e i lavoratori in generale. Una posizione non comoda tenendo conto che il Movimento, per sua stessa natura, vede con sofferenza i corpi intermedi e il leader Luigi Di Maio è stato molto chiaro lo scorso settembre: «O si autoriformano, oppure li riformeremo noi».

L'APPELLO PER NON CHIUDERE L'ILVA. Abbiamo chiesto un parere al leader della Uil, il sindacato con più iscritti alle acciaierie di Taranto che i Cinque Stelle vorrebbero chiudere: «Abbiamo sempre detto che non ci possono mettere nelle condizioni di dover decidere tra il morire di cancro e il morire di fame. La questione è molto chiara: se non lasciamo l'azienda in vita, chi penserà al risanamento? Chi ci metterà i soldi? Come si può pensare di dare risposte serie a 20 mila famiglie in questo modo? Di cosa parlano? Ogni volta che si è distrutto un distretto aziendale la realtà non è migliorata, anzi».

Carmelo Barbagallo, segretario della Uil.
ANSA

DOMANDA. Su Taranto è evidente che andate in direzioni diversa. E a livello nazionale? Cosa ne pensa della proposta del reddito di cittadinanza?
RISPOSTA. «Penso che questo Paese abbia bisogno di creare lavoro. Non di altro».

D. Eppure i Cinque Stelle hanno avuto una forte affermazione nelle fabbriche. Come se lo spiega?
R. «Penso che sia il risultato di un Paese dove non si capisce bene chi fa cose di destra e di sinistra. Il risultato è che si vota per chi non ha mai governato, sperando che facciano meglio».

D. Di Maio prima delle elezioni è stato chiaro: o vi auto-riformate, o ci pensa lui.
R. «Se vogliamo dare un'informazione esatta, allora vorrei dire a Di Maio che noi la nostra riforma l'abbiamo varata cinque anni fa per un sindacato di rete, più vicino agli iscritti e aderente ai luoghi di lavoro. Se la sua preoccupazione è questa, può stare tranquillo: negli ultimi anni siamo cresciuti come numero di iscritti sia tra gli attivi che i pensionati. Un altro dato: alle elezioni per le Rsu votano l'80% dei lavoratori e l'80% di questi esprime una preferenza per i sindacati confederali. Non ho timori sulla nostra rappresentatività. Piuttosto fossi il governo mi occupereri di altro».

D. Di cosa? Ha un consiglio da dare loro?
R. «Oggi più del 50% dei contratti firmati al Cnel sono siglati da sindacati di comodo. Bisogna intervenire su questo, impedire questo dumping che è inaccettabile. E questo è un compito della politica. La verità è che ogni volta che qualche leader politico si occupa di lavoro non è che gli porti molto bene. Moltissimi ne parlano, pochi sanno veramente qualcosa».

In passato la Lega aveva tentato di creare un nuovo sindacato. Pensa che i Cinque Stelle potrebbero scegliere la stessa strada?
«Visto come è finita quella esperienza, io non glielo consiglio. Siamo qui e siamo pronti a discutere, non ci siamo mai tirati indietro».

Ci sarà un tema su cui ci possono essere punti di convergenza.
«Su una cosa sono d'accordo: smettiamola di governare prendendo come oro colato i compitini che ci assegna l'Europa. E poi iniziamo a colpire le multinazionali stabilendo delle regole per cui chi riceve incentivi per venire nel nostro Paese, quando chiude le fabbriche poi li deve restituire. Partiamo da qui».

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