I 400 colpi
Fabo
4 Aprile Apr 2018 0929 04 aprile 2018

Dj Fabo e la politica che come al solito fa Ponzio Pilato

Servirebbe il coraggio di decidere: una legge sul diritto a morire con dignità. E invece il Palazzo volge la testa dall’altra parte per non essere costretta a dire la sua. Come sempre quando si tratta di temi etici.

  • ...

Quando la politica interpella la Corte costituzionale, quasi sempre è perché non sa decidere. O peggio, pilatescamente, non vuole decidere. Lo ha fatto il governo Gentiloni agli ultimi scampoli della sua attività su una vicenda, quella del suicidio assistito di Dj Fabo, su cui si era già espressa in una seduta emotivamente toccante la Corte d’assise di Milano rifiutandosi di condannare Marco Cappato, il militante radicale che ha aiutato il 39enne a morire con dignità. Ed è proprio sul termine aiutare, contrapposto a istigare, che passa la discriminante del problema. Il Codice penale (articolo 580) non fa differenza: istigare o aiutare il suicidio per la legge pari sono. Plagiare un individuo fino a portarlo artatamente a togliersi la vita e assistere amorevolmente un malato terminale che chiede di porre fine alle proprie sofferenze sono la stessa cosa.

Marco Cappato.

È qui che la politica dovrebbe intervenire invece che trincerarsi dietro al rispetto formale della norma rifiutandosi di discernere tra due condizioni antitetiche. Certo, si dirà - e infatti l’esecutivo l’ha fatto trapelare – che non intervenendo si rischiava di fare di tutta l’erba un fascio, di rendere ambiguo un articolo del Codice che avrebbe rischiato il depotenziamento di fronte a un palese caso di istigazione. Peraltro, ci sono esempi nel recente passato in cui sui temi etici il governo ha evitato di chiamare in causa la Consulta. È successo, lo ricorda Repubblica, con Renzi a Palazzo Chigi, sulla procreazione assistita per la selezione pre-impianto e l’indennità per l’adozione di bambini oltre i sei anni. Si poteva fare lo stesso per una vicenda su cui persino il pubblico ministero che sosteneva l’accusa si era rifiutato di chiedere la condanna dell’imputato? Si poteva, ma il governo ha scelto diversamente. Con due conseguenze.

UN INTERVENTO PIÙ CHE MAI URGENTE. La prima: non si può contare sulla benevolenza della politica che quando si tratta di questioni etiche volge la testa dall’altra parte per non essere costretta a dire la sua, e perché si sente in colpa per non averla detta fino ad allora. La seconda: bisogna avere il coraggio di decidere, ovvero far tesoro delle proposte che giacciono da anni in parlamento e fare una legge sul diritto a morire con dignità. Ed è proprio il rischio paventato nel suo ricorso dall’Avvocatura dello Stato che rende più che mai urgente l’intervento della politica. Quale miglior antidoto all’ambiguità interpretativa che riscrivere una norma discernendo nettamente tra istigazione e diritto a una morte che ponga fine alla sofferenza e all’accanimento terapeutico? Si chiama eutanasia, e purtroppo è parola che la scarsa laicità di questo Paese rende ancora impronunciabile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso