I 400 colpi
Pd
11 Aprile Apr 2018 0924 11 aprile 2018

Il Pd all’opposizione finché non ritrova una leadership

Con Renzi fuori gioco e senza un sostituto credibile, per i dem appoggiare un governo a trazione M5s rappresenterebbe un rischio altissimo. E li condannerebbe al disfacimento. 

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Ammettiamo che la tentazione sia forte, che l’idea di un governo Lega-5 stelle sia uno scenario da scongiurare, anche a costo di turarsi il naso e scendere dall’Aventino. Mettiamoci anche le pressioni di Mattarella, cui sicuramente infastidisce il fatto che il Pd assista dagli spalti alla partita senza alcuna voglia di scendere in campo e si capisce del perché, man mano che passano i giorni, si faccia strada l’idea di bere l’amaro calice. «Non stiamo a guardare», ha detto Dario Franceschini parlando ai gruppi parlamentari riuniti. E siccome l’ex ministro e un tempo segretario del partito è uno che pesa anche in termini di voti, il suo punto di vista non può essere liquidato alla leggera.

PD A RISCHIO DISFACIMENTO. Nonostante questo, come abbiamo altre volte sostenuto, per il Pd andare al governo ora significherebbe accelerare sulla via del suo disfacimento. Non c’è solo il tema della sua consistenza numerica che, rapportata a quella dei grillini, inevitabilmente lo relegherebbe a una posizione subalterna senza per questo risparmiargli la piena corresponsabilità degli atti dell’esecutivo a trazione pentastellata. In altre parole, se il premier e i suoi ministri governassero male, nessuno degli elettori eccepirebbe sulla minor responsabilità del socio di minoranza Pd.

IL NODO DELLA LEADERSHIP. C’è anche, grande come una casa, un problema di leadership. Tolto di mezzo Matteo Renzi - il fatto che qualcuno lo consideri ancora un segretario ombra non ribalta la sua parabola discendente – non c’è una figura che per carisma, abilità politica, brillantezza e capacità di analisi possa al momento prenderne il posto. Nell’era del partito-persona, dove il capo conta più di tutto e tutti, non è un handicap da poco.

Matteo Renzi al Senato.

ANSA

Gli altri da questo punto di vista stanno messi assai meglio. L’identificazione tra Berlusconi e Forza Italia è totale sin dalla sua fondazione. Tra i leghisti Salvini è il dominus incontrastato, quello oltretutto che in pochi anni (sei per l’esattezza) ha portato il Carroccio dal rischio estinzione alla soglia di Palazzo Chigi. Stesso refrain nel Movimento 5 stelle: si può celiare fin che si vuole che Di Maio, come l’Ambra di Non è la Rai, sia teleguidato dalla cabina di regia della Casaleggio & Associati, ma la gente lo riconosce e lo saluta come il capo, con tanto di bagni di folla e attestazioni di stima che ne dimostrano l’attuale popolarità. Di recente persino una scolaresca che lo ha riconosciuto mentre beveva un caffè in un Autogrill e lo ha preso d’assalto.

LA NON AGIBILITÀ DI RENZI. E Tornando al Pd, chi è oggi il suo leader? O meglio, chi incarna le caratteristiche per poter interpretare il ruolo? Inevitabilmente, non fosse che la catastrofe referendaria e la bruciante sconfitta del 4 marzo lo hanno reso politicamente non agibile, l’unico nome che viene è quello di Matteo Renzi. Il quale però, per indole facile preda del rancore e voglioso di vendetta, se non si prende davvero una pausa rischia di fare la fine del suo arci-nemico D’Alema, che a detta di tutti fu il migliore, di cui le recenti elezioni hanno definitivamente certificato l’irrilevanza.

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