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Il futuro del Pd
Martina Renzi Pd
MAMBO
16 Aprile Apr 2018 1000 16 aprile 2018

Se si vuole bene al Pd bisogna scioglierlo

Solo con un'operazione rifondativa e una piattaforma interamente antirenziana c'è futuro. Una sinistra che ha consegnato il Sud a chi l'ha affossato, cioè Salvini e Di Maio, deve sparire.

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Antonio Bassolino ha detto recentemente, in un incontro, che la cosa che l’ha più colpito del dopo voto è stata la mancanza di un’analisi seria della sconfitta da parte dei dirigenti del Partito democratico, ma anche di Liberi e uguali, e soprattutto la mancanza di passione, cioè di quel sentimento che ti prende quando senti che la storia ti sta volgendo le spalle e milioni di persone non solo non votano più per te, ma ti considerano parte del problema italiano.

CONDIZIONATI DAL MACRONISMO. Goffredo Bettini, uomo di finissima intelligenza e cultura, si è sorpreso anche lui, in una intervista, di questo dibattito interno che è condizionato dal fatto che l’ex segretario (ex?) Matteo Renzi ha più volte mostrato simpatie per il progetto del presidente francese Emmanuel Macron (missili compresi?) e non rende chiara questa sua preferenza che aiuterebbe il Pd a scegliere fra un’ipotesi di sinistra e una neo-centrista attraverso una separazione consensuale.

FRAGILITÀ DAI TEMPI DI QUEI 101. Marco Damilano mette il dito nella piaga sempre aperta dei 101 che boicottarono la candidatura di Romano Prodi distruggendo così, è la sua tesi, lo stesso Partito democratico. Come si vede, siamo di fronte a una discussione su un malato terminale, la cui fragilità alcuni come Damilano fanno risalire alla indecente disavventura di Prodi, altri ad anni più recenti, altri ancora a un vizio di origine.

Il Pd è morto nel momento stesso in cui, nascendo a “vocazione maggioritaria”, scopre di avere il 18% dei suffragi e i sondaggi lo danno ancora in discesa

Sui 101 purtroppo so poco, ma fra le varie componenti attive nell’avversare Prodi è singolare che Damilano non metta coloro che tifavano per la riconferma di Giorgio Napolitano così da guadagnare tempo per la battaglia politica interna. Era una sorta di “quieta non movere” che avrebbe potuto portare a una tregua anche con l’avversario e che invece portò a Enrico Letta, poi a Renzi e poi all’ossessione - tutta presidenziale - della Grande riforma con i disastri che ne sono derivati per la politica, per il Pd e per il Paese. L’insieme di queste e di altre tesi sulla crisi del Pd dice come non sia sufficiente un po’ di antibiotico per salvarlo. Questo partito è morto nel momento stesso in cui, nascendo a “vocazione maggioritaria”, scopre di avere il 18% dei suffragi e i sondaggi lo danno ancora in discesa.

PROGETTO SOCIALE ALTERNATIVO. Non si può sfuggire a un dato di realtà, lo sottolineava anche Bettini, che impone lo scioglimento del Pd - di LeU non parlo e considero la fretta di farne un partito il segno della follia dei tempi. Solo con una operazione rifondativa che spinga centinaia di migliaia di persone a raccogliersi attorno a una piattaforma - in questo interamente antirenziana - che metta al primo posto la critica a sé stessi e l’idea di un progetto sociale alternativo (non i soviet, calmi tutti, basta leggere e tradurre nel presente Olof Palme, i laburisti britannici del Dopoguerra, Roosevelt, Nenni e Lombardi e Amendola e Trentin e poi quel lungo elenco di economisti che hanno criticato la finanziarizzazione dell’economia) c’è futuro.

Dopo la sconfitta alle elezioni politiche 2018 Maurizio Martina è diventato reggente del Partito democratico.

Il punto di partenza non è interrogarsi su quanta sinistra vi sia nei cinque stelle. Posso addirittura rinunciare alla polemica con chi ormai si sta consegnando mani e piedi al dialogo con Luigi Di Maio. Tuttavia il dato storico è che non siamo di fronte al nuovo che avanza (e che vede solo Furio Colombo), ma a una contro-rivoluzione che alla fine premierà chi sta in alto con l’aiuto di chi sta in basso.

IL SUD AGLI ANTI-MERIDIONALI. È singolare come nessuno abbia analizzato l’orrore di un Mezzogiorno dove con Di Maio gareggia Matteo Salvini, esponente di una Lega che ha fatto dell’odio anti-meridionale un suo slogan e che ha bloccato ogni iniziativa verso il Sud e i suoi giovani dal governo del Pese.

Tra gli affossatori del Mezzogiorno c’è quella parte di sinistra che fa capo ai masanielli voracemente attaccati alla poltrona, ma che hanno lasciato aperte le ferite

Una sinistra che non impedisce agli affossatori del Sud di prenderselo deve morire. E deve morire perché fra gli affossatori del Sud c’è quella parte di sinistra che fa capo ai masanielli voracemente attaccati alla propria poltrona, ma che hanno lasciato aperte tutte le ferite. In Puglia l’Ilva e la distruzione degli uliveti. Per tacere dei drammi di altre regioni.

SERVONO GIOVANI E VECCHI UMILI. Insisto: serve - fatta con maggior cura, con maggior pazienza, con maggior cultura - una operazione che sciolga quello che c’è e ponga le basi del nuovo. Per questo servono dirigenti giovani, a migliaia, e vecchi umili e consapevoli.

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