Bilancio Ue
2 Maggio Mag 2018 2100 02 maggio 2018

Bilancio Ue, fondi dall'Est all'Ovest: chi vince e chi perde

La proposta mette a rischio i fondi alle nostre regioni. E aumenta il budget per Difesa e frontiere. Falchi olandesi e austriaci sul piede di guerra. Tutti gli effetti di quella che è la vera riforma dell'Europa.

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da Bruxelles

Il governo olandese di Mark Rutte lo ha già dichiarato «inaccettabile», il premier austriaco Sebastian Kurz ha parlato di soluzione lontana, il danese Rasmussen è stato ancora più chiaro: «Un'Unione più piccola dovrebbe voler dire un bilancio più piccolo». Ma intanto il bilancio europeo 2021-2027 va a tagliare profondamente i fondi di coesione, cioè quelli destinati alle politiche regionali.

IL M5S: «CI COSTA 3 MILIARDI». Laura Agea, capogruppo del Movimento 5 stelle a Bruxelles, ha dichiarato che se venisse accettato così come è «l'Italia perderebbe circa 3 miliardi di euro». Mentrea Palazzo Berlaymont sottolineano che i nuovi criteri dovrebbero aiutarci a mantenere la nostra quota, senn addirittura ad aumentarla e il motivo è semplice: i fondi veranno riequilibrati tra Europa orientale e occidentale.

PACCHETTO DA 1,2 MILIARDI. Appena presentata, la proposta della Commissione Ue sul prossimo budget - il primo senza i contributi del Regno Unito - è già contestata e destinata a essere il centro di un'aspra battaglia. Del resto se c’è una vera riforma dell’Europa non è quella che si apprestano a presentare Emmanuel Macron e Angela Merkel a giugno, ma proprio quella cominciata ora e fondata su una lunga lista di cifre dietro alle quali si celano compromessi, vittorie e sconfitte. Un pacchetto per ora da 1,27 miliardi di euro, circa 300 milioni in più dell'ultimo bilancio, sul quale - dalle nuove regole sullo Stato di diritto imposte all'Europa dell'Est fino all'aumento sensibile dei fondi alla ricerca - c'è forte l'impronta di Parigi e Berlino sull'Unione che verrà.

Bilancio europeo, cosa prevede la proposta della Commissione Ue

Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ha presentato il progetto di bilancio Ue post 2020. La proposta del nuovo bilancio "ammonta a importo globale di 1.279 miliardi di euro", con "contributi addizionali limitati ma necessari per finanziare le nuove priorità", che portano la cifra all'1,11% del pil Ue, "una proposta ragionevole e responsabile", ha detto il presidente della Commissione.

I falchi del Nord - Olanda, Danimarca, ma anche Svezia e Austria - hanno alzato gli scudi perché vorrebbero un bilancio ancora più ristretto. Il parlamento europeo puntava invece a una taglia maggiore, ma a far discutere è soprattutto la scelta su dove decurtare.

POLITICA AGRICOLA TAGLIATA. I fondi per la Politica agricola comune, da sempre la spesa che pesa di più sul bilancio Ue con una quota del 40% nell'ultima programmazione, sono stati ridotti di 64 miliardi; quelli per la coesione, che comprendono i fondi regionali di sviluppo e il fondo sociale europeo, cioè i fondi strutturali con cui l'Europa si traduce in realtà a livello locale, di 142 miliardi: più del doppio. L'Italia è la seconda beneficiaria delle politiche di coesione, mentre la Francia è da sempre una delle maggiori sostenitrici della politica agricola comune seppure non figuri tra i primi tre beneficiari (Polonia, Romania, Spagna).

RELATIVA VITTORIA FRANCESE. Macron si era detto favorevole a una riduzione dei fondi agricoli, mentre il suo ministro dell'Agricoltura ha promesso una opposizione feroce, ma intanto la Pac è stata risparmiata in confronto ai finanziamenti destinati alle regioni. L'Italia, invece, rischiava di perdere ancora più contributi, fino a 24 miliardi, se la Commissione non avesse deciso una revisione dei criteri per l'assegnazione dei finanziamenti che tiene conto della disoccupazione, e quindi favorisce le aree in crisi economica dell'Europa occidentale, e del rispetto dei parametri ambientali e della ridistribuzione dei rifugiati. Criteri che nei Paesi pigliatutto dell'Est europea fanno la differenza e sono destinati a essere accolti con insofferenza o rifiutati.

Per il resto, nella grande ridistribuzione dei fondi Ue i capitoli vincitori sono stati quelli su cui ci sono state o larghe intese o quelli su cui Germania e Francia hanno deciso di puntare in maniera strutturale e prioritaria. Sono stati per esempio moltiplicati per 1,6 i finanziamenti alle migrazioni, ma sarebbe meglio dire per il controllo delle frontiere, mentre la quota di fondi per la ricerca è cresciuta fino a 100 miliardi di euro, un ammontare mai raggiunto ma che è comprensibile visto che le due principali economie europee ne hanno fatto una loro priorità e una linea strutturale della loro azione di governo.

CRESCE LA SPESA MILITARE. E ancora sono cresciuti i fondi per la Difesa Ue, uno dei pochi dossier che mette tutti d'accordo e che vede crescere soprattutto la spesa per la mobilità militare, cioè per aumentare la capacità di truppe e carri armati di muoversi in Ue. Si tratta di 6,5 miliardi da dedicare a nuove infrastrutture e che saranno accolti con apprezzamento sia al quartiere generale della Nato sia nelle capitali dei Paesi baltici, in costante apprensione per il loro confine con la Russia.

Gli aumenti dovrebbero essere in parte finanziati con nuove risorse dell'Ue pari a 22 miliardi di euro. Bruxelles vuole infatti fare suoi il 20% dei ricavi del sistema di scambi quote sulle emissioni di anidride carbonica, e anche una quota del 3% sulla futura (e tutta da negoziare) imposta consolidata comune di impresa.

LA SCONFITTA DELLA WEB TAX. Nessuna traccia della web tax, che la Commissione - come spiegato da Lettera43.it - considera in ogni caso una misura temporanea, forse l'unica vera sconfitta dei grandi Paesi occidentali. Sì, invece, alla tassa sulla plastica annunciata con molto anticipo da una delle consuete gaffe dal commissario Gunther Oettinger: i Paesi membri secondo il progetto della Commissione pagheranno 0,80 centesimi per ogni chilogrammo di plastica non riciclata, una imposta che già per l'Italia con più di un milione di tonnellate di imballaggi non riciclati all'anno potrebbe essere esosa, ma che per l'Europa orientale lo sarà di più. E che va ad aggiungersi alle nuove regole sullo stato di diritto.

Quella che doveva essere la grande novità del bilancio, la possibilità di sospendere i fondi Ue in caso di mancato rispetto dello Stato di diritto, è stata in realtà talmente annunciata da non provocare nemmeno la reazione del governo a cui doveva interessare di più. L'esecutivo polacco ha dichiarato di non considerare un attacco diretto le nuove misure, trovandosi per la prima volta d'accordo, almeno pubblicamente, con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: l'obiettivo non è centrare «l'uno o l'altro particolare Stato». In effetti la proposta, nata come reazione alle norme liberticide promosse dai governi dell'Europa orientale e al tentativo di mettere sotto tutela del potere esecutivo la magistratura, si è trasformata in un pacchetto di norme sulla gestione trasparente dei fondi Ue.

MOSSA CONTRO L'EST RIDIMENSIONATA. Gli Stati devono rispettare certi standard negli appalti e nella distribuzione di sussidi, nelle indagini anti-frode e sempre in merito all'utilizzo dei fondi Ue devono garantire la possibilità di indagini giudiziarie indipendenti sulle autorità pubbliche e di sanzioni contro le autorità amministrative oltre ad assicurare la cooperazione con le autorità Ue (ufficio Ue antifrode, procura europea) e il recupero efficiente di fondi nel caso si scopra che non dovevano essere elargiti.

PIÙ IN LÀ NON CI SI POTEVA SPINGERE. Se una di queste condizioni non viene rispettata, il Consiglio Ue può decidere, con un voto a maggioranza qualificata al contrario, di sospendere pagamenti, impegni o programmi finanziari. E i candidati potrebbero essere diversi: dall'Ungheria del cerchio magico di Orban, cresciuto a suon di fondi Ue, alle nuove mafie slovacche. Una reazione all'involuzione delle democrazie dell'Est era stata invocata con forza da alcune capitali dell'Ovest, in primis Parigi, ma più in là forse non ci si poteva spingere.

Il nodo su cui però la Commissione ha dovuto trovare il maggiore compromesso tra Parigi e Berlino è sempre lo stesso: l'Eurozona e le politiche economiche. Nel bilancio europeo ci sono infatti due programmi che da soli potrebbero costituire la vera riforma di cui tanto si è scritto, parlato e che ancora non si è vista. Il primo cerca di accogliere le richieste di Berlino di legare i fondi di coesione al rispetto del semestre europeo. La Germania da anni chiede infatti di tagliare i finanziamenti regionali a chi non rispetta le regole di deficit e debito. Il secondo cerca di assecondare Parigi e altri Paesi che chiedono più margine per gli investimenti, Italia in primis.

PARLAMENTO UE CONTRO BERLINO. La Germania non ha potuto ottenere quel che voleva perché in mezzo è intervenuto il parlamento europeo. Nel 2016 gli eurodeputati avevano bloccato i tentativi tedeschi e olandesi di tagliare i fondi ad alcune regioni spagnole. E alla fine nel 2017 la Commissione europea aveva tenuto conto della posizione del parlamento. Nella proposta di bilancio il legame tra semestre europeo e fondi di coesione si è dunque trasformato in finanziamenti aggiuntivi per i Paesi che attuano le riforme economiche suggerite dalla Commissione Ue. Poca cosa: 22 miliardi di euro in tutto, ma intanto il governo dell'Ue può dire a Berlino che l'obiettivo è stato raggiunto.

«Le riforme», è spiegato nel documento di lavoro della Commissione europea, «saranno proposte volontariamente dagli Stati membri» e corrisponderano a una serie dettagliata di misure con obiettivi e calendario che non deve superare l'arco di tre anni. Visti i programmi, l'Ue deciderà il contributo finanziario in un processo destinato a essere più discrezionale di quello attuale e a dipendere dall'orientamento dell'amministrazione europea. Altri fondi invece sono destinati a finanziare il supporto tecnico che lo Stato può chiedere alla Commissione Ue o a consulenti esterni per metterle in pratica.

FINANZIAMENTI PER CHI RISPETTA LE REGOLE. Per compensare, sull'altro lato, la Commissione propone 30 miliardi di euro di finanziamento a favore dei Paesi che non hanno margini di investimento, finanziati questa volta grazie ai diritti di signoraggio della Banca centrale europea (Bce). E destinati solo ai Paesi che rispettano le regole di deficit, debito e che sono a posto con le condizioni del semestre europeo.

Se dovessero essere razionali e valutare quanti poco denaro viene destinato allo scopo e quali condizioni sono poste, i falchi dell'Eurozona dovrebbero apprezzare il compromesso. E invece, capitanati dall'Olanda, sono già scesi in armi contro la Commissione europea, rea di voler aumentare il budget dell'Unione. Solo Berlino si è detta pronta a fare la sua parte aumentando la sua quota, ma questo deve comportare una ridistribuzione equa del peso fra i Paesi membri, hanno scritto dai ministeri degli Esteri e delle Finanze.

LA BATTAGLIA PUÒ AVERE INIZIO. Chissà se il messaggio è rivolto proprio alla fronda del Nord, visto che Olanda, Danimarca, Austria, Svezia (e Germania) godono di uno sconto sui contributi sul modello di quello ben più consistente a suo tempo negoziato dal Regno Unito. Di certo, come ha detto con facile previsione il premier austriaco Kurz, le trattative sul bilancio europeo saranno lunghe e durissime. Per ora è stato solo delimitato il campo di battaglia.

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