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Verso le elezioni europee
Macron Merkel
Politica
10 Maggio Mag 2018 1550 10 maggio 2018

Macron contro il surplus tedesco: ecco dove nasce

Il presidente francese tira dritto sull'Eurozona. E attacca «il feticismo perpetuo» della Germania su surplus commerciale e di bilancio. Che secondo un paper del Bruegel ha origine nel rapporto tra capitale e lavoro all'interno delle aziende. 

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da Bruxelles

Per mettere il dito nella piaga che Angela Merkel nasconde sempre con disagio, e per la quale a volte è persino sembrata giustificarsi con un certo imbarazzo, Emmanuel Macron ha approfittato di esserle gradito ospite in casa. Precisamente ad Aquisgrana nella cattedrale del Sacro Romano Impero dove ha ricevuto il premio Carlo Magno come «precursore coraggioso del rinnovamento europeo», un riconoscimento «per la sua visione energica di una nuova Europa».

IL «FETICISMO PERPETUO» PER IL SURPLUS. Avvolto da questa perfetta confezione, introdotto dalla stessa Cancelliera tedesca, il presidente francese ha affrontato i nodi più scomodi dopo averli evitati per mesi: «In Germania», ha affermato, «non si può avere un feticismo perpetuo per il surplus di bilancio e commerciale, perché essi sono fatti a spese degli altri». Merkel era lì a sentire quelle parole dosate con abilità nell’occasione meno adatta al conflitto, in cui era chiamata a omaggiare la linfa nuova che Macron ha portato a Bruxelles. Da questa posizione lo ha visto dichiarare alla televisione pubblica tedesca: «Mi aspetto e spero molto dalla Cancelliera e dal suo governo perché siamo all’altezza di questo momento storico».

Emmanuel Macron.
ANSA

Il problema è noto: il modello tedesco è fondato su una produttività alta, la potenza dell'export e una domanda interna bassa. Detto in altri termini la Germania produce molto, vende molto, non consuma, né investe altrettanto: e nei rapporti con l'Eurozona è uno Stato che drena denaro dal sistema per metterlo da parte. Negli ultimi anni, Berlino ha cercato di diminuire il gap delle partite correnti nei confronti degli altri Paesi europei, ma il problema è che non è un modello replicabile. Semplicemente perché se c'è chi produce e risparmia, ci deve essere anche qualcuno che consumi e sostenga la domanda (altrimenti si ha la deflazione da cui la Banca centrale europea deve proteggerci). Su questi squilibri, paralleli a quelli dei Paesi indebitati, Bruxelles ha aperto un'indagine nel lontano 2013.

PER MACRON L'ULTIMA CHIAMATA. Da allora la posizione di Macron sull'argomento non è mai cambiata. Quell'anno, quando ancora era solo vice segretario generale all'Eliseo occupato da François Hollande, in occasione di un dibattito alla prestigiosa università parigina di SciencesPo dichiarò che il surplus tedesco era il grande «tabù» del dibattito a livello europeo. «I tedeschi hanno fatto sforzi in passato», spiegava, sottolineando che non era stata la signora Merkel a farli, ma il suo predecessore Gerhard Schröder e che tali sforzi erano stati fatti «prima della crisi», mentre ora «aspirano tutta l'energia del resto dell'area». Eppure il fatto che Monsieur le Président abbia deciso di infrangere il tabù in un giorno così simbolico, in una tale occasione, con la Cancelliera a fianco sembra quasi un richiamo morale, forse una ruvida ultima chiamata.

FRIZIONI IN AUMENTO. Dopo i due potenti discorsi della Sorbona, e soprattutto di Atene, puntati dritto al cuore degli squilibri economici europei, Macron aveva frenato di molto lo slancio per una vera integrazione dell'Area euro. E lo aveva fatto chiaramente per evitare un confronto prima del tempo con la Germania, peraltro alle prese con i difficili negoziati di governo. Aveva sorvolato, per lo più evitato l'argomento, preferendo i dossier su cui era più semplice andare a braccetto con Berlino. Ma nelle ultime settimane le frizioni tra le due capitali sono aumentate. E la nascita di un nuovo governo di Große Koalition con un ministro delle Finanze socialdemocratico non ha contribuito a scioglierle. Anzi.

Merkel, Macron e Lagarde.
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A marzo Merkel, accusata in maniera surreale da Donald Trump di concorrenza sleale a causa dell'enorme surplus commerciale, - 61 miliardi di euro solo nei primi tre mesi del 2018, 253 miliardi totali nel 2016 - era arrivata addirittura a giustificarsi: «La nostra politica è cambiata: stiamo investendo». E a darle ragione c'era almeno la tendenza ad aumentare la spesa produttiva.

L'ORIGINE DEL SURPLUS. Eppure quando a fine aprile il partito della Cancelliera ha presentato le sue proposte ufficiali sull'Eurozona e ancora di più il 2 maggio quando il neo ministro della Spd Olaf Scholz ha reso pubblico il suo progetto di bilancio a lungo termine, ogni speranza di una vera svolta deve essere crollata: investimenti al ribasso fino al 2022, nuovi risparmi pronti a nutrire un surplus di bilancio che nel 2016 era d 23,7 miliardi di euro. Proprio il 10 maggio il think tank Bruegel ha dedicato agli squilibri tedeschi un paper che per la prima volta sottolinea come l'origine del surplus sia da cercare nei rapporti tra capitale e lavoro all'interno delle aziende: poco capitale investito, sempre meno reddito da lavoro. Del resto L43 aveva già illustrato in una sua analisi originale come durante tutti gli Anni 2000 la produttività in Germania fosse cresciuta molto più dei salari, che in Francia invece sono cresciuti di pari passo.

UNA SFIDA AI DIRIGENTI DI BERLINO. Ora, con i Paesi del Nord Europa contrari a ogni passo avanti nell'integrazione europea e intenti a sabotare un vero accordo significativo tra Parigi e Berlino, Macron ha deciso di rompere il tabù. Quasi a sfidare Merkel, a provocarla sulla sua capacità di leadership e visione per una vera riforma e per un vero cambiamento di passo nelle politiche di bilancio tedesche. Ma le probabilità che il suo appello sia accolto realmente a questo punto sono ridotte. E forse proprio per questo si è permesso la sfida.
Con la Afd in casa e le elezioni europee del 2019 alle porte, è più facile che i dirigenti di Berlino si limitino ad accettare qualche disturbo - l'unione bancaria e l'istituzione di un fondo monetario europeo - invece di infrangere un tabù che dal loro punto di vista va anzi celebrato. Di fronte alla spinta europeista di Macron, potranno dire di agire nel nome dei contribuenti tedeschi. Un altro «feticismo perpetuo» per il quale nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamarli populisti.

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