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Politica
18 Maggio Mag 2018 2100 18 maggio 2018

Ma in che lingua è scritto il contratto di Lega e M5s?

Secondo il linguista Antonelli siamo passati dal vaffa al burocratese di cui parlava Calvino nel 1965. Quello di chi pratica «la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato».

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Il contratto per il governo del cambiamento che il 18 maggio è stato presentato ufficialmente e sottoposto al voto online su Rousseau e a quello che si svolgerà nei gazebo per i leghisti, in queste ore è molto discusso non solo per i contenuti, ma anche per come è scritto. Ovvero, per l'italiano che utilizza, molto burocratico e inutilmente complicato. Ad aprire il dibattito su Twitter è stato il linguista Giuseppe Antonelli, docente all'Università degli Studi di Cassino e autore di molti saggi sull'italiano utilizzato tutti i giorni.

L'ultimo saggio pubblicato da Antonelli e pubblicato da Laterza si intitola Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. In quel saggio, il linguista sostiene che la lingua dei politici si stia impoverendo nel goffo tentativo di riflettere la lingua parlata dal popolo, come se per farsi comprendere fosse necessario infarcire il discorso di espressioni volgari e dialettismi. Il libro viene così presentato in quarta di copertina: «Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari. Da questa idea di popolo discende un’eloquenza volgare, rozza, semplicistica, aggressiva».

PAROLACCE E CLASSISMO. È il linguaggio del vaffa grillino, o della Lega che «ce l'ha duro» di bossiana memoria. Se è vero che per Silvio Berlusconi «il pubblico italiano rappresenta l'evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi», la retorica leghista e grillina ci ha aggiunto un più di aggressività spesso duramente criticata dalla sinistra politica e culturale che, a sua volta, è stata rimproverata di concentrarsi troppo sull'uso dei congiuntivi di Di Maio o di Salvini, confermando così la sua natura classista.

Umberto Bossi e Beppe Grillo.

Adesso, però, secondo Antonelli ci sarebbe un passaggio ulteriore verso l'antilingua di cui parlava lo scrittore Italo Calvino. Cosa è l'antilingua? In un articolo pubblicato da Il Giorno nel 1965, Italo Calvino la racconta così:

L'ARTICOLO DI CALVINO. Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante». Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

LA VITTORIA DELLA BUROCRAZIA. L'antilingua, insomma, è la lingua della burocrazia, dei ministeri. Costruita per far capire poco di quello che si dice, ma dandogli comunque un'aria di ufficialità è di estrema importanza. «​Caratteristica principale dell’antilingua», scrive Calvino, «è quella che definirei il "terrore semantico", cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: "Io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso"».

Italo Calvino.

L'antilingua è diverso dal latinorum di Alessandro Manzoni, dove l'istruzione è usata come arma per soggiogare il popolo. L'antilingua di Calvino è, piuttosto, lo svuotamento di significato attraverso l'utilizzo di forme burocratiche proprie di una classe impiegatizia, spesso pubblica, che vuole giustificare così il suo potere. Esempi di “antilingua” sono presenti in diverse parti del contratto. Per esempio a pagina 43 si legge: «Relativamente alle Forze dell'ordine è necessario aumentare i fondi a disposizione del comparto per prevedere il potenziamento degli organici, con previsione di aumento del personale, rinnovo dei contratti in essere e riordino delle carriere». Una frase che potrebbe essere tradotta in maniera più semplice così: «Bisogna aumentare i fondi a disposizione delle Forze dell'Ordine per fare nuove assunzioni, rinnovare i contratti e procedere al riordino delle carriere».

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