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31 Maggio Mag 2018 1715 31 maggio 2018

Chi è Giovanni Tria

Professore a Tor Vergata e vicino a Brunetta, Giovanni Tria è indicato come ministro dell'Economia. Ecco cosa pensa dell'euro e dell'Europa. Mentre sulla flat tax scriveva: «Finanziabile con l'aumento dell'Iva»

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Il puzzle di governo sembra lentamente comporsi. Lo scoglio Savona sarebbe stato risolto con la nomina del professore euroscettico agli Affari europei - equilibrata da Enzo Moavero Milanesi agli Esteri - e quella di Giovanni Tria al Mef. Un nome, quello di Tria, che nelle aspettative potrebbe incassare l'ok del Colle.

LA CARRIERA UNIVERSITARIA. Tria, preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata, già presidente della Scuola nazionale dell'Amministratore, è stato co-direttore del Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale e Direttore del Ceis (Center for Economics and International Studies di Tor Vergata) . È membro dell'Oecd Innovation Strategy Expert Advisory Group, vice Chair dell’Iccp (Committee for Information, Computer and Communication Policy) e Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ilo (International Labour Organization).

Accordo di governo, la squadra dei ministri di Conte

La sintesi della giornata, decisiva per il futuro della legislatura, è contenuta nella nota congiunta pubblicata nel tardo pomeriggio da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: "Ci sono tutte le condizioni per la nascita di un governo politico Lega-M5s".

Tria nominato al ministero dell'Economia

Tria può essere considerato di area di centrodestra. Vicino a Renato Brunetta, con cui ha cofirmato due libri, collabora anche con Il Foglio e con Formiche. Per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a marzo 2017, scrisse proprio con il forzista un'analisi sul Sole 24 Ore intitolata Superare i tabù per salvare Unione ed euro.

I TABÙ DELL'UE. Indicativo l'incipit dell'articolo: «Le conquiste del percorso di integrazione europea, l’Unione europea e la moneta comune, appaiono molto più fragili e precarie di quanto solo alcuni anni fa si sarebbe potuto immaginare. La crescita dei movimenti anti-europei in tutta Europa è una realtà, seppur con un peso e con caratteristiche diverse, nei principali paesi dell’Eurozona». I due autori, elencando i fallimenti dell'unione monetaria citano il «surplus crescente dell’economia tedesca». L’Europa a trazione tedesca, è il ragionamento, «non ha volutamente colto, sbagliando, che l’eccesso di virtù (surplus delle “formiche”) produce più danni dell’eccesso di deficit (dei Paesi “cicala”)».

IL DEBITO PUBBLICO. Altrettanto illuminante il passaggio sul debito pubblico. «È mancata in questi anni, per limitare la crescita destabilizzante del debito in tutta l’Eurozona, la crescita del Pil nominale, schiacciato dall’assenza di inflazione per troppi anni e dalla bassa crescita in termini reali», sottolineano i due autori. Ricordando come «nel 2011, il governo italiano in carica fu fatto cadere sotto l’imperativo dell’anticipo del pareggio di bilancio al 2013, e oggi ci si compiace in Italia di mantenere nel 2017 il deficit sotto il 3%».

IL RISCHIO È L'IMPLOSIONE. Per salvare Ue e moneta unica, secondo Brunetta e Tria occorrono «un grande piano di investimenti pubblici produttivi fuori dai parametri europei», la possibilità di stampare moneta e l'apertura di un vero dibattito in Italia e in sede comunitaria, senza demonizzazioni. «Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali», mettono in chiaro gli autori, «ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che "l’euro è irreversibile", se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza». Il maggior pericolo, sempre per Tria e Brunetta, «è l’implosione non l’exit».

Chi è Giulia Grillo

Giulia Grillo sarà il ministro della Salute del governo Conte. Nessun legame di parentela con Beppe per la capogruppo del Movimento 5 stelle alla Camera. Catanese, 43 anni, risale al 2006 la sua prima iscrizione a un meet-up del Movimento.

La competizione truccata nell'Ue

In un articolo pubblicato da Formiche il 30 dicembre 2016 - Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania - Tria intratteneva un dialogo a "distanza" con Giorgio La Malfa e, vedi il destino, Paolo Savona. I due avevano scritto un commento sul Corriere della Sera rispondendo all'economista tedesco Clemens Fuest che sosteneva l'ineluttabilità dell'uscita dell'Italia dall'euro. Per La Malfa e Savona a uscire dalla moneta unica doveva essere non l'Italia ma la Germania.

SERVE UN RIEQUILIBRIO. «Se un Paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l’8% del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di Paesi in deficit», sottolineava Tria, «significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata. Sostanzialmente questa è la situazione all’interno dell’eurozona». E aggiungeva: «Non si tratta di dividersi tra liberisti e keynesiani, tra fautori delle virtù del mercato e fautori dell’intervento dello Stato. Il nodo è che il libero mercato qui non c’entra niente. Se con cambi fissi si rinuncia a un meccanismo di riequilibrio allora devono esserci altri meccanismi in un sistema coerente, i mercati non funzionano a metà. E non c’entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche. Se saremo meno bravi saremo più poveri, ma la competizione non può essere truccata, il mercato non può essere distorto solo per la parte che conviene ad alcuni paesi e invocato per il resto». Forse, concludeva l'economista, «è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative».

I rapporti con la Cina

L'ultima visita in Cina di Giovanni Tria è stata due mesi fa: il 4 aprile, infatti, il ministro dell' Economia del governo "gialloverde", Movimento 5 Stelle e Lega, partecipò alla costituzione e al lancio del Sino-European Research Center, in una cerimonia tenuta al campus della Capital University of Economics and Economics (Cueb) di Pechino. Un'iniziativa nata dalla collaborazione tra Cueb, National Institution for Finance and Development (Nifd) e Università di Roma Tor Vergata, come centro per valutare e cogliere le future opportunità di sviluppo mettendo insieme talenti accademici di Cina e Paesi europei, con l'Italia come punto di riferimento. Nell'occasione, Feng Pei, a capo del Consiglio universitario del Cueb, rimarcò la costituzione congiunta del Centro come «il risultato di una cooperazione tra player forti».

TRIA DIALOGA CON PECHINO DAGLI ANNI 70. I rapporti tra Tria (che non parla mandarino) e la Cina risalgono agli Anni 70: da allora le sue visite nel Paese asiatico sono avvenute con la frequenza di almeno una volta all'anno, mentre i legami si sono rafforzati sempre di più. Ad esempio, dal 2010, con la nomina a presidente della Scuola di Pubblica Amministrazione, gli scambi si estesero anche alla naturale controparte: la Scuola del Partito comunista cinese, quella che "cura" la formazione di quadri e dirigenti.

La flat tax? Finanziata anche dall'aumento dell'Iva

Ma Tria, sempre su Formiche, aveva detto la sua anche sul contratto M5s-Lega. A Di Maio e Salvini ricordava innanzitutto che «la realtà delle cifre ridimensiona spesso la visione». Sulla flat tax, continuava, «sarebbe preferibile, tuttavia, contare meno sulle scommesse e far partire la riforma con un livello di aliquota, o di aliquote, che consenta in via transitoria di minimizzare la perdita di gettito, per poi ridurle una volta assicurati gli effetti sulla crescita. Inoltre, non si vede perché non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell’Iva per finanziare parte consistente dell’operazione».

SPOSTARE IL GETTITO DALLE DIRETTE ALLE INDIRETTE. «Vi è la “vulgata”, molto sostenuta anche a livello istituzionale», sottolineava l'economista, «che serva subito un governo per impedire che queste clausole di aumento dell'Iva vengano attivate, perché ciò sarebbe recessivo. La tesi non mi sembra sostenibile a meno che si pensi di impedire l’aumento delle aliquote Iva creando altro deficit. Poiché non è questa, credo, l’intenzione di chi sostiene questa “vulgata”, impedire l’aumento dell’Iva recuperando risorse da un’altra parte, con tagli di spesa o aumenti di altre tasse, non muta di certo il presunto effetto recessivo. Al contrario, come ho sostenuto da oltre un decennio e non da solo, ritengo che in Italia si debba riequilibrare il peso relativo delle imposte dirette e di quelle indirette spostando gettito dalle prime alle seconde». Si tratta, spiegava Tria, «di una scelta di policy sostenuta da molto tempo anche dalle raccomandazioni europee e dell’Ocse perché favorevole alla crescita e non si capisce perché non si possa approfittare dell’introduzione di un sistema di flat tax per attuare un’operazione vantaggiosa nel suo complesso».

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