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Guerra dei dazi
Merkel Trump
Politica
6 Giugno Giu 2018 0800 06 giugno 2018

Germania, perché i dazi Ue di Trump sono una guerra a Merkel

Tariffe americane anche contro le auto sarebbero una batosta per i tedeschi. I rapporti tra Angela e The Donald sono a zero. Berlino medita l'espulsione dell'ambasciatore Usa e vira verso Russia, Cina e Iran.

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L'ira dei tedeschi è straripata alla frase sul premier del governo di destra austriaco Sebastian Kurz, «rockstar» ideale per «rafforzare i conservatori in tutta Europa»: scopo dichiarato del neo ambasciatore Usa a Berlino, il trumpiano Richard Grenell, in un'intervista incendiaria al sito di estrema destra Breitbart.

BENZINA SUL FUOCO. Apriti cielo: il socialdemocratico ed ex capo dell'Europarlamento Martin Schulz ha chiesto la «pronta sostituzione di Grenell, un caso a sé nella diplomazia internazionale», la leader della sinistra radicale (Linke) Sahra Wagenknecht ha proposto «l'espulsione immediata», la cancelliera Angela Merkel è rimasta in un silenzio pesantissimo. Perché chiaramente Grenell - richiamato dal governo di Berlino per «spiegazioni», come l'ambasciatore italiano a Tunisi dopo le frasi di Matteo Salvini, neo ministro dell'Interno - non è la sostanza dell'escalation tra Germania e Usa. Ne è la benzina sul fuoco.

SCHIAFFO AI TEDESCHI. Il problema, gigante, si chiama dazi. Quelli dal primo giugno 2018 messi da Trump sull'export dell'Ue di acciaio e alluminio negli Usa e, soprattutto, quelli che il tycoon della Casa Bianca intende piazzare sulle auto costruite al di fuori degli Stati Uniti. La Germania è leader europea nell'esportazione di prodotti siderurgici negli Usa, per un valore di quasi 1 miliardo di euro nel 2017, oltre tre volte tanto i francesi: la nuova tassazione al 25% sull'alluminio e al 10% sull'acciaio è uno schiaffo ai tedeschi.

TRUMP NON SI FERMA QUI. Tuttavia nel complesso le forniture europee del comparto agli Usa formano lo 0,1% (circa 6 miliardi e mezzo di euro) dell'export complessivo dell'Ue. L'industria pesante tedesca può reggere, il guaio è che l'Amministrazione Trump ha appena avviato un'indagine per appurare se l'import di auto costituisca o meno una «minaccia alla sicurezza nazionale».

L'ambasciatore a Berlino Richard Grenell.
GETTY

Negli ambienti diplomatici, dove l'ambasciatore Grenell si muove come un elefante nella cristalleria quali sono i paludati e formali palazzi della politica tedesca, rimbalza una frase pronunciata nell'aprile 2018, secondo indiscrezioni, da Trump all'omologo francese Emmanuel Macron sul dover «liberare la Fifth avenue di New York dalle Mercedes-Benz».

BERLINO SEMPRE NEL MIRINO. Un chiodo fisso: ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca, il presidente neoeletto degli Usa aveva recriminato sulla Fifth avenue piena di Mercedes-Benz. «Quante Chevrolet circolano invece tra i tedeschi?», si chiedeva Trump già all'inizio del 2017. In compagnia della Cina, la Germania era stata sotto il fuoco per tutta la sua campagna elettorale, a causa del vituperato surplus commerciale del grande export tedesco, del quale il comparto automobilistico, in particolare del lusso, è il cuore.

STANGATA DA 30 MILIARDI? Sui veicoli made in Germany Trump è arrivato a promettere balzelli del 35%. Per l'istituto Ifo di Monaco, se i dazi su acciaio e alluminio costeranno a Berlino circa 40 milioni di euro, con le auto ipertassate si avrebbero perdite per 5 miliardi. Le previsioni peggiori fanno stime tre volte più alte: l'associazione di categoria dell'industria automobilistica tedesca Vda attribuisce un valore di oltre 30 miliardi annui all'export verso tutto il Nord America.

ESPORTAZIONI GIÙ DEL 54%. Una simulazione di UniCredit Research della primavera 2018 calcola un tonfo delle esportazioni del comparto verso gli Usa del 54% dalla Germania, per un valore di oltre 16 miliardi di euro in meno. Leader nella vendita di veicoli Ue Oltreoceano, Bmw, Daimler e Volkswagen controllano, anche attraverso prestigiosi marchi acquisiti, il 90% del segmento premium a stelle e strisce.

I dazi degli Stati Uniti all'Unione europea sono illegali. L'Ue deve rispondere ferma e unita. Non può più fare affidamento sui suoi alleati

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Donald Trump e Angela Merkel.
GETTY

Come FiatChrysler, le case tedesche possono spostare gli stabilimenti dal Messico negli Usa e ampliarli. Ma servono miliardi di investimenti, in una terra ormai ostile: da tempo Merkel va ripetendo che «l'Europa non può più fare affidamento sui suoi alleati», cioè sugli Stati Uniti.

MARGINI DI TRATTATIVA NULLI. All'ultima gelida visita alla Casa Bianca di fine aprile, mentre Trump si apprestava a inviare in Germania un ambasciatore per dar fuoco alle polveri, la cancelliera ha dedicato meno di tre ore. Segno che la donna più potente del mondo («straordinaria», l'ha etichettata Trump), considerava nullo qualsiasi margine di trattativa sui temi del nucleare iraniano e sui dazi all'Ue. A ragion veduta: la prima uscita di Grenell come ambasciatore a Berlino è stato proprio l'invito secco alle aziende tedesche a «cessare immediatamente i rapporti economici con l'Iran».

ANGELA SI STA SMARCANDO. Il ricatto «inaccettabile» è stato respinto con rabbia dalla Germania, come i «dazi illegali all'Ue». E se Trump è l'unico avversario al mondo a non essere stato domato, in una qualche misura, da Merkel, la medesima appare la più determinata, tra i leader europei, a smarcarsi dall'orbita politica ed economica degli Usa.

FILO DIRETTO COL CREMLINO. All'uscita choc degli Stati Uniti, il 12 maggio, dal trattato internazionale sul nucleare iraniano, la cancelliera tedesca (promotrice delle sanzioni Ue alla Russia) ha spedito su un aereo di Stato a Mosca il neo ministro degli Esteri Heiko Maas a rafforzare i rapporti con il Cremlino. Quelli commerciali, a dispetto delle restrizioni, sono forti da tempo, complice il gasdotto Nord Stream che trasporta e smista sempre più gas russo in Europa, grazie alla scalata dell'ex cancelliere Gerhard Schröder ai vertici dei colossi energetici russi Gazprom e Rosneft.

Sull'Iran siamo pronti a litigare con gli Usa. Da parte loro non c'è disponibilità alcuna a prendere sul serio gli alleati

Heiko Maas, ministro degli Esteri tedesco

Ridotte ai minimi termini le relazioni con gli Usa, più della Francia la Germania appare intenzionata a dirottare i suoi interessi nell'orbita asiatica: oltre che con i cugini russi, con la Cina primo bersaglio dei dazi di Trump e da anni grosso bacino di delocalizzazione e dell'export di prodotti dell'industria tedesca.

MERKEL DALLA PARTE DELL'IRAN. Sull'Iran il ministro Maas si è addirittura dichiarato «pronto a litigare con gli Usa», preso atto della loro «non disponibilità alcuna a prendere sul serio le argomentazioni degli alleati». E nel bilaterale del 5 maggio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Merkel ha ribadito la presa di distanze dalla posizione degli Usa e dello Stato ebraico, precisando che l'accordo sul nucleare per Berlino resta valido. E, sottinteso, l'interscambio commerciale e le commesse pattuite con Teheran non si toccano.

Gli Usa contro Cina e Germania

In barba alle dichiarazioni di Macron di restare nel patto a tutti gli effetti, Total è la prima compagnia petrolifera europea a prospettare il ritiro dall'Iran, «in caso di sanzioni secondarie». Ma dalle aziende tedesche non sono arrivate retromarce che il governo di Berlino non supporterebbe. Anche sui dazi di Trump, la cancelliera sprona «l'Ue a rispondere ferma e unita» e pressa perché in merito sia aperto un contenzioso alla World trade organization.

«UNA LEZIONE DATA ALL'EUROPA». Il mondo oltre gli Usa ci osserva: sperando che «finalmente l'Europa comprenda come si sente l'Iran a essere trattato da 40 anni un Paese di serie B che deve obbedire», dalle pagine del Tehran Times il direttore dell'edizione italiana della Radio Tv di Stato iraniana (Irib) Davood Abbasi commenta come la «decisione dei dazi di Trump sia un atto per dare una lezione all'Europa. In particolare alla Germania che la guida».

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