I 400 colpi
Di Maio Berlusconi
Politica
8 Giugno Giu 2018 0909 08 giugno 2018

Berlusconi, Di Maio e il populismo che liscia il pelo alle folle

Dire le cose giuste a chi ti ascolta e dirle bene comporta sempre l’ovazione e il bagno di folla. Se in questo il Cavaliere è stato sin qui il solo Dio, il capo del M5s è senza alcun dubbio il suo profeta.

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Tra le motivazioni, piccate e insieme pittoresche, con cui Forza Italia si è decisamente collocata all’opposizione rispetto al governo giallo-verde (che pure vede protagonista un suo alleato), c’è quella che si tratterebbe di una compagine populista. Siccome il leader di quel partito è tra i politici più populisti che la storia ricordi, i casi sono tre. O Silvio Berlusconi è come il bue che dà del cornuto all’asino. O è stato preso da improvviso pentimento, tanto da rinnegare ciò che per tanti anni ha eletto a prassi delle sua attività politica. Oppure, ancora, trova Salvini e Di Maio talmente più populisti di lui che la cosa un po’ lo spaventa. Oltre al fatto, ma questo è scontato, che gli roda da morire di non essere più lui il centro dell’attenzione.

DI MAIO E LE PROMESSE AI COMMERCIANTI. Il banco di prova che misura il tasso di populismo sono sempre le platee dove dire le cose giuste a chi ti ascolta e dirle bene comporta sempre l’ovazione e il bagno di folla. Se in questo il Cavaliere è stato sin qui il solo Dio, Di Maio è senza alcun dubbio il suo profeta. Come il capo grillino ha lisciato il pelo ai commercianti riuniti nella loro annuale assemblea nessuno mai. E sono bastate due promesse, enunciate coi toni del proclama perché la festa cominciasse: niente aumento dell’Iva, costi quel che costi. E inversione dell’onere della prova, per cui toccherà allo Stato dimostrare che il bottegaio non ha pagato le tasse, non a lui che invece pensa di essersi comportato correttamente. Se poi il tutto viene condito dall’abolizione di spesometri, studi di settore e quant’altro, è amore a prima vista.

Se questo è l’approccio, facile immaginare l’assoluta condiscendenza del capo dei 5 stelle a ogni assemblea di categoria, anche quando le categorie, almeno sulla carta, perseguono interessi tra loro antitetici. Saprà ad esempio accontentare parimenti Confindustria e sindacati? Il populismo, come sa bene il suo sin qui sommo interprete Berlusconi, comporta però una serie di rischiose controindicazioni. La prima è evidente: accontentare tutti significa scontentare qualcuno, non si può universalmente piacere come vorrebbero le personalità su cui Narciso ha tanta parte. La seconda ha a che fare con i cordoni della borsa: promettere questo e quello vuol dire doverli allargare a dismisura, lo sa bene il neo ministro dell’Economia, il quale in cuor suo stava ragionando sulla possibilità di compensare l’aumento dell’Iva con l’introduzione della Flat Tax. Ora dovrà invece tirar fuori i soldi per sterilizzare il primo e introdurre (con calma, hanno già frenato i proponenti) la seconda.

SUL FISCO LE STESSE PROMESSE DEL CAVALIERE. Ma siccome qui tutti parlano e promettono (anche l’altro azionista di maggioranza del governo, Salvini, non è uno che si tira indietro) prevediamo tempi difficili per l’austero e assennato professor Tria. La disruption, termine di moda per indicare la discontinuità, sta nel fatto che è nato il governo delle cicale dopo che ci era stato inculcato come un mantra il fatto che dovevamo comportarci da formiche. Non è un caso infatti che in materia di fisco, anche con Berlusconi a Palazzo Chigi che ambiva a spettacolari tagli di tasse, nulla è cambiato. Vedremo come si comporteranno i grillino-leghisti. Forse sarebbe bastato impegnarsi a razionalizzare sul serio la spesa pubblica e perseguire l’equità a fronte di un sistema altamente sperequato per fare una prima rivoluzione. Ma forse razionalizzazione ed equità non sono parole d’ordine seducenti come la promessa di liberare da lacci e lacciuoli gli animal spirits delle partite Iva.

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