Lupo Rattazzi Intervista Roma Incontra Cisnetto
Politica
8 Giugno Giu 2018 1100 08 giugno 2018

Chi è Lupo Rattazzi, l'imprenditore alla testa degli anti-sovranisti

Ha comprato una pagina di giornale per criticare l'uscita dall'euro. Ora rincara la dose: «Finiremo come l'Argentina. I capitali sono già fuggiti. Io in campo? Ho voglia». L'intervista agli Speciali di Roma InConTra.

  • Marco Dipaola
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Lupo Rattazzi prima ha comprato una pagina su la Repubblica per scrivere una lettera aperta a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, spiegando loro che con l’euroscetticismo e l’evocazione del “piano B” l’Italia corre il rischio di finire come l’Argentina che ha bruciato i risparmi dei suoi cittadini, a cominciare da quelli meno abbienti. Poi ha partecipato a una edizione tutta nuova, battezzandone il primo numero, del talk di Enrico Cisnetto, gli Speciali di Roma InConTra, pensato come ponte tra la stagione chiusa a maggio e quella che riprende da ottobre di Roma InConTra.

DISCENDENTE DEGLI AGNELLI. Qui ha rincarato la dose, con giudizi taglienti sul governo giallo-verde e proponendo la nascita di un fronte europeista e anti-sovranista. Stiamo parlando di un imprenditore che opera nel campo del trasporto aereo - è presidente di Neos, importante compagnia di voli charter -, 65enne figlio di Susanna Agnelli e nipote di Gianni e Umberto Agnelli, oltre che azionista della holding che controlla l’impero Fiat e discepolo di Guido Carli e Paolo Savona.

DOMANDA SEMPLICE E BRUTALE. Con l’autorevolezza che gli deriva dall’essere un uomo di successo e discendente della famiglia più influente d’Italia, Rattazzi ha deciso di scendere in campo e rompere il conformismo con cui la borghesia degli affari ha visto formarsi il primo governo populista d’Europa. Quando ancora il professor Giuseppe Conte non era entrato a palazzo Chigi, aveva scelto la via di una pagina di giornale, ponendo ai due azionisti del governo una domanda tanto semplice quanto brutale: «Avete informato chi vive di salari e pensioni di quello che succederebbe se l’Italia uscisse dall’euro?».

Lupo Rattazzi a Di Maio e Salvini: "Dite a chi conviene l'Italexit"

Rattazzi è il quinto figlio di Susanna Agnelli e Urbano Rattazzi ed è stato a lungo protagonista del jet set romano. Presidente della compagnia aerea Neos, membro del cda di Exor, la holding della famiglia Agnelli. La domanda, chiaramente retorica, ai leader politici è stata subito ritwittata da Matteo Renzi.

Dai due leader non ottenuto risposta, mentre moltissime sono state le reazioni che ha suscitato: dagli insulti che gli sono arrivati via web alle mille telefonate di condivisione e incoraggiamento che ha ricevuto. E tanto gli uni quante le altre l’hanno indotto a insistere. Nella convinzione che il governo del “cambiamento” stia facendo cambiare idea a molti. Per esempio a quegli imprenditori che hanno sempre scansato la politica attiva, preferendo l’operosità aziendale. Per questo Rattazzi ha subito accettato l’invito di Cisnetto, cogliendo l’occasione di parlare con lui davanti al televisore che trasmetteva in diretta il discorso programmatico di Conte per la fiducia al governo Di Maio-Salvini.

DIFENDE I SUOI LEGITTIMI INTERESSI. Rattazzi, che opera in un settore particolarmente esposto all’andamento dei mercati valutari e del petrolio, ha detto di essersi sbilanciato come imprenditore che difende i suoi legittimi interessi: per lui l’ipotesi del “piano B” firmato BBS (Bagnai-Borghi-Savona) creerebbe enormi problemi alle imprese che, come la sua, incassano in valuta nazionale e spendono prevalentemente in dollari. Ma ha subito voluto chiarire di voler parlare anche come semplice cittadino, perché un’eventuale scelta anti-euro porterebbe l’Italia al default.

«ITALEXIT? NON SOLO UNA BOUTADE». «Seguivo con sempre maggiore inquietudine i pronunciamenti di esponenti del nascente governo», commenta Rattazzi nel web talk di Cisnetto, «e in un recente convegno con altri economisti come Salvati, Ciocca e Dini, uno degli ideologi del pensiero economico leghista, cioè Borghi, ha ribadito che l’uscita dall’euro non è sono una boutade, ma un’eventualità concreta, anche se non scritta esplicitamente nel contratto con il Movimento 5 stelle».

Uscendo dall'euro andremmo in bancarotta come l’Argentina, moltiplicata per 10, perché il nostro debito pubblico è 10 volte il loro

Lupo Rattazzi

Al solo pensiero Rattazzi rabbrividisce, seduto sulle griffate poltrone dell’ufficio romano di Cisnetto. E, mentre ascolta Conte, si lascia andare nella descrizione di uno scenario apocalittico. «Uscendo dall’euro l’Italia andrebbe in bancarotta», taglia corto Rattazzi con la verve di chi preferisce chiamare le cose con il loro nome, «faremmo la fine dell’Argentina, moltiplicata per 10, perché il nostro debito pubblico è 10 volte il loro».

QUADRO CATASTROFICO COL "PIANO B". E il paragone con l’Argentina non è casuale, ma frutto di una profonda conoscenza che Rattazzi ha di quel Paese, che lì ha vissuto per anni e visto con i suoi occhi le conseguenze del default: blocco dei conti bancari, file interminabili ai bancomat e ripercussioni su salari e pensioni. Un quadro che alcuni chiamerebbero di «terrorismo economico» e che invece Rattazzi considera il più probabile se l’Italia optasse per il “piano B”.

GIÀ BRUCIATI 6 MILIARDI DI CAPITALI. Eppure fu proprio il professor Paolo Savona, l’ideologo del piano, a dare il primo lavoro a Rattazzi, portandolo in Confindustria dopo la laurea ad Harvard. Altri tempi, altre idee di politica economica in cui l’Europa era vista come un’opportunità, non come un freno. Le posizioni anti-euro attuali, invece, secondo Rattazzi non solo ci porterebbero al collasso, ma hanno già fatto perdere al Paese 6 miliardi di capitali, portati via dall’Italia nei giorni di incertezza tra il primo tentativo del governo Conte, la comparsa di Carlo Cottarelli sulla scena e la formazione dell’attuale esecutivo.

Debito pubblico in aumento, perché il futuro dell'Italia è a rischio

Bankitalia ha comunicato che il debito pubblico italiano a marzo 2018 ha raggiunto un nuovo picco: 2.302,3 miliardi grazie a un aumento di 15,9 miliardi rispetto al mese precedente. Una montagna insormontabile e che rischia di mettere in discussione il nostro futuro economico e politico.

A questi quattrini poi vanno aggiunti i possibili investimenti pianificati nei prossimi mesi in Italia e bloccati per la troppa incertezza politico-istituzionale. Anche perché, al di là della minaccia anti-euro, i mercati valutano con scetticismo e preoccupazione il fatto che flat tax, reddito di cittadinanza e cancellazione della legge Fornero siano nel programma-contratto - questi sì messi per iscritto - e per di più senza uno straccio di copertura.

«VOGLIA DI FARE POLITICA ATTIVA». Ma c’è un primo vero cambiamento che questo governo, suo malgrado, ha messo in moto: il sussulto di appartenenza nazionale e di impegno civico in chi, come Rattazzi, non avrebbe mai ipotizzato un coinvolgimento diretto in politica. «Non ho mai concretamente pensato alla politica attiva», conferma il figlio di Susanna Agnelli, che pure fu in parlamento con il Partito repubblicano italiano (Pri), «ma più sento parlare Conte e più mi vien voglia di impegnarmi personalmente. Bisogna solo trovare la giusta collocazione».

NEL FRONTE REPUBBLICANO DI CALENDA? Un raggruppamento moderato in divenire? Il fronte repubblicano invocato da Carlo Calenda? Nell’attesa di capirlo registriamo una prima, significativa, discesa in campo. Buona già dal prossimo giro, che forse non è poi così lontano. Anche perché il 26 maggio 2019 sono già state fissate le elezioni europee.

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