Trenta
9 Giugno Giu 2018 0800 09 giugno 2018

La vera battaglia dell'Italia alla Nato: l'hub di Napoli e i comandi

Il segretario Stoltenberg vuole truppe in Afghanistan fino al 2024. Roma chiede di attivare il centro di intelligence inaugurato nel 2017 dalla Pinotti. E di mantenere le prerogative dei centri strategici operativi.

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da Bruxelles

La conferma diretta dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta non si può avere. Al suo esordio sulla scena internazionale, infatti, al vertice Nato che prepara il summit dei capi di Stato e di governo dell'11 e 12 luglio 2018, la responsabile del nostro apparato militare non ha voluto incontrare i giornalisti. Non ha affrontato alcuna domanda. E quindi non ha offerto alcuna risposta. Al suo posto ha parlato il vicepremier Matteo Salvini, con parole talmente forti su una «aggressione» di terroristi e migranti che l'Italia starebbe subendo da Sud, da far pensare alla richiesta di un intervento diretto dell'Alleanza atlantica in Libia.

COMUNICATO FINALE CHIARO. Ma il comunicato rilasciato alla fine della missione dal ministro della Difesa fa un po' più luce su cosa il nuovo esecutivo abbia veramente messo sul tavolo dei primi colloqui con i partner dell'Alleanza atlantica. In quel testo, infatti, Trenta chiede il «raggiungimento della piena operatività dell'hub di Napoli», cioè il nuovo centro Nato inaugurato nel novembre del 2017 che dovrebbe essere il punto di riferimento per la sorveglianza e la raccolta informazioni strategiche su tutta l'area Mediterranea.

COMPETENZE DIMINUITE? Non si sa cosa intenda la ministra per piena operatività. Ma alla nascita l'hub napoletano non poteva contare su una programmazione di bilancio pluriennale, erano state stanziate risorse solo per l'anno in corso. In più, nello stesso documento Trenta chiede anche «la conservazione delle prerogative dei Centri di comando in Italia», lasciando intendere che ci sia la possibilità che le nostre competenze sull'area possano essere diminuite. La battaglia, dunque, è assai più mirata e sostanziale per gli interessi geopolitici del nostro Paese di quanto potrebbe sembrare e in linea con quanto finora dai predecessori.

Il segretario Usa alla Difesa Mattis al vertice ministeriale Nato di Bruxelles.

Per intenderci e capire quanto Roma stia scommettendo sul centro napoletano basta ricordare alcuni rilevanti dettagli. Che la Nato si impegni nel Mediterraneo è una questione che l'Italia «pone da 30 anni», spiega a Lettera43.it l'ex capo di stato maggiore dell'areonautica Leonardo Tricarico, «ma la Nato è sorda e preferisce voltare la testa verso gli indirizzi dati dagli Stati Uniti». La richiesta di creare un hub per la sorveglianza del Mediterraneo però è stata avanzata da Roma e accolta «al di là delle più rosee aspettative», aveva detto all'epoca il ministro Roberta Pinotti. Non a caso nel luglio del 2017 Pinotti ne aveva discusso direttamente nella sua visita al segretario della Difesa americano John Mattis. Nel precedente vertice ministeriale della Nato aveva ottenuto dai partner un primo stanziamento di risorse.

NON SOLO CENTRO DI INTELLIGENCE. Nel progetto del nostro governo, ma sarebbe meglio dire del nostro apparato di sicurezza statale, l'hub napoletano doveva diventare non solo il centro di intelligence di tutta l'alleanza atlantica per la regione mediterranea. Ma anche, stando alle parole di Pinotti, essere in grado di «progettare le capacità Nato contro le nuove minacce terroristiche che provengono» da Sud e di programmare azioni di «capacity building», ossia «capacità di ricostruire Stati falliti». Con lo sguardo, si può ragionevolmente dedurre, rivolto all'Africa e in primis alla Libia.

QUALCOSA NON HA FUNZIONATO. L'apertura ufficiale del centro di Lago Patria, provincia di Napoli, era stata annunciata a settembre e, salutata, a ragione, come una «vittoria dell'Italia». Ancora a novembre, però, Pinotti si trovava a promettere: «In un mese operativo l'Hub Nato di Napoli con personale al completo». La stessa richiesta che oggi ha presentato la Trenta: segno che qualcosa in questi mesi non ha funzionato come previsto. E non è detto nemmeno che sia dovuto a una questione politica - alle sirene, sempre in azione, dei Paesi baltici e dell'Europa orientale per chiedere che l'attenzione sia rivolta a Est - o semplicemente a ritardi di altra natura. E tuttavia alla richiesta Trenta ha aggiunto anche quella frase sulla conservazione delle nostre prerogative.

NAPOLI E L'OLANDA, I DUE COMANDI. Anche qui la questione sarebbe tutto da chiarire. Ma quello che è certo è che a oggi sempre a Napoli ha sede uno dei due soli comandi strategici operativi - l'altro è a Brunssum, in Olanda - alla dipendenza diretta del «quartier generale delle potenze alleate in Europa» che si trova a sua volta a Casteau, in Belgio. I due comandi si alternano di anno in anno nella guida della forza cosidetta «ad alta prontezza», cioè una forza di pronto intervento composta da 40 mila militari. Contemporaneamente dal 2016 la Nato ha lanciato l'operazione di marina Sea Guardian con la stessa area di intervento - il Mediterraneo - e gli stessi compiti - anti terrorismo e capacity building. La Sea Guardian affianca le attività di Frontex e l'operazione dell'Unione europea Sophia - il cui centro di controllo è a Roma - e dipende dal comando marittimo di Northwood, in Gran Bretagna.

La ministra Elisabetta Trenta con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg.

PIÙ CHE CAMBIAMENTO, CONTINUITÀ. Al termine del vertice il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg si è detto convinto che a luglio i partner accetteranno di «estendere» la loro presenza in Afghanistan «fino al 2024». Il giorno precedente Trenta aveva rassicurato di «voler continuare a dare», ma specificando anche senza remore che «è arrivato anche il momento di ricevere». E, al di là dei toni apocalittici e da campagna elettorale permanente del neo ministro dell'Interno, al di là della pratica, la cui efficacia è tutta da giudicare, di dichiarare quello che di solito non si dichiara - «Ho chiesto a Conte di parlarne anche al G7», ha fatto sapere il segretario della Lega -, attorno alla partita di Napoli e del Mediterraneo il governo del cambiamento è molto più in linea con le politiche realizzate da chi li ha preceduti e con l'agenda perseguita da anni dal nostro apparato statale e diplomatico. Per dirla con Tricarico: «Bisogna valutare gli interessi italiani all'interno della Nato e concentrare la nostra presenza nelle aree di maggiore interesse come l'Africa, coerentemente con il piano di Minniti sui migranti».

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