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11 Giugno Giu 2018 2127 11 giugno 2018

Dal no di Macron al sì di Sanchez: come cambia la crisi sui migranti

Nel 2017 Spagna e Francia chiusero le porte. L'Italia iniziò la crociata contro Ong e Malta. Poi si è arenata la riforma di Dublino. Solo l'avvicendamento di governo a Madrid ha sbrogliato la matassa.

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da Bruxelles

Settecento miglia da colmare sono una realtà ben diversa dal porto sicuro più vicino. L’11 giugno 2018, come in tante altre giornate degli ultimi mesi, l’Italia ha accantonato pezzi di diritto del mare e del diritto umanitario ritenute poco utili a fini politici: 629 persone, 123 minori - le cifre che ormai sono state ripetute a oltranza nelle cronache sulla vicenda dell’Aquarius che l’Italia non ha voluto accogliere nei suoi porti - dovranno attendere altri quattro giorni per poter sbarcare a Valencia.

SANCHEZ PREMIER DA 10 GIORNI. E nell’attesa di vederli scendere dall’imbarcazione di Sos Méditerranée, quello che resterà di questa giornata è la fotografia del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, arrivato al potere da nemmeno 10 giorni, che ha deciso di dire un sì dove il suo predecessore aveva detto no.

L'annuncio del governo spagnolo.

Per capire come siamo arrivati fino a qui bisogna tornare indietro di circa un anno, a un'altra fotografia. Era il giugno del 2017 e in cima al tavolo del rappresentante permanente dell'Italia a Bruxelles c'era la ricerca di un qualche tipo di condivisione degli sforzi di accoglienza. Il problema in realtà è più complesso e da parte italiana è spesso difficile sentirlo descrivere per quello che è. L'Italia, uno dei Paesi con minore tasso di migranti rispetto alla popolazione in Europa occidentale, sta vivendo una intensa stagione di sbarchi sulle sue coste. Le statistiche dicono che circa il 40% di coloro che arrivano riescono a ottenere il diritto di asilo, l'altro 40% rappresenta invece la quota dei migranti economici.

GENTILONI SPINSE PER LA CONDIVISIONE. L'Italia se ne fa carico, ma non riesce a rimpatriarli. Spesso li lascia passare in altri Stati europei. In quel momento la riforma di Dublino era già in stallo e in ogni caso dal punto di vista italiano non avrebbe risolto il problema. La soluzione su cui spinse il governo Gentiloni era la condivisione degli sbarchi, l'apertura dei porti.

Il tentativo doveva necessariamente passare dalla modifica dello statuto dell'operazione Triton, che prevedeva nero su bianco che tutti le navi fossero accolte dall'Italia. Ma veniva portato avanti in maniera felpata, a piccoli passi, come si fa quando si vuole incassare un risultato a Bruxelles.

LA GELATA SULL'ITALIA DA BERLINO. Al vertice del 22 e del 23 giugno il primo ministro italiano riuscì a infilare nelle conclusioni del Consiglio europeo la «cooperazione regionale per le attività di accoglienza e salvataggio». Formula piuttosto vaga, ma in cui rientrava perfettamente la gestione degli sbarchi. Nei giorni successivi il nostro ambasciatore presentò la richiesta ufficialmente e in maniera molto chiara. Ma il 29 giugno, a Berlino, durante il vertice di preparazione per il G20, su Gentiloni arrivò la gelata.

MACRON E RAJOY SI OPPOSERO. Durante la conferenza stampa un giornalista chiese conto a Emmanuel Macron della solidarietà francese sulla crisi migratoria in Italia e il presidente della République in conferenza stampa ribadì la sua posizione: accogliamo i rifugiati, non i migranti economici. A quel punto la richiesta di apertura dei porti era già morta. Fonti diplomatiche italiane confermarono poi che sia la Francia di Macron sia la Spagna di Mariano Rajoy si erano opposte. E a questo punto il governo italiano cercò un sistema per controllare - qualcuno direbbe ostacolare - l'attività delle Organizzazioni non governative (Ong).

Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron.

Nel summit successivo l'Italia ha poi ottenuto l'appoggio della Commissione europea, il sostegno per un nuovo codice di condotta più restrittivo da far firmare alle Ong: doveva prevedere, tra le altre cose, che fossero i Paesi della bandiera dell'imbarcazione a chiedere il permesso di sbarcare nel porto di destinazione.

ACCORDO DEL 2015 CON MALTA. A febbraio il vero gestore di tutto il dossier, il ministro dell'Interno Marco Minniti, ha poi voluto prendersi il merito della svolta: la fine dell'operazione Triton e quindi delle sue regole, la fine insomma dell'obbligo di portare le navi nei porti italiani. Peccato che quel no arrivato dai Paesi della costa settentrionale del Mediterraneo riducesse di molto l'effetto: il solo altro Stato Ue che poteva accogliere le navi in partenza dalle coste libiche era la piccola Malta, con cui proprio l'esecutivo italiano ha firmato nel 2015 un cosiddetto gentlemen's agreement impegnandosi a farsi carico delle operazioni di salvataggio.

Tanto che la Commissione Ue ha dichiarato di non poter intervenire nella vicenda Aquarius, ricordando che si tratta di una questione bilaterale tra i due Paesi. E ora invece è diventata lo strumento utile nelle mani di Salvini per inscenare lo spettacolo dei porti chiusi, a discapito di 629 vite umane. Politicamente ha poco da perdere: martedì 5 giugno il Consiglio Affari interni ha sancito la morte della riforma di Dublino così come era stata proposta dalla presidenza di turno bulgara. Il tavolo è saltato.

DECISIVO IL CAMBIO DI PASSO DI MADRID. Ma a un anno di distanza c'è una domanda che resta inevasa: e se a Madrid non fosse cambiato il governo? Nessuno si è fatto avanti dai porti francesi ben più vicini delle 700 miglia di Valencia, e allora se la Spagna fosse stata quella di un'estate fa? Salvini dirà che il suo atto di forza è servito, anche se è ancora tutto da dimostrare. Intanto deve ringraziare il cambio di passo di Madrid. Lo scenario europeo è intricato. E nel complesso vanno guardate quelle due fotografie.

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