I 400 colpi
Berlusconi 7 Maggio 8
13 Giugno Giu 2018 0910 13 giugno 2018

Di Maio governa sulle Tlc. Guai in vista per Berlusconi?

Da anni le sue tivù superano abbondantemente uno dei due limiti sulla raccolta pubblicitaria imposti dall’articolo 43 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici. Ora che a vigilare sulle sorti del sistema radio-televisivo c'è il capo politico dei 5 stelle, e non uno di Forza Italia o del Pd, per l'impero del Cav si prevedono tempi bui.

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Tra l’odissea di Aquarius e le un po’ gaglioffe strette di mano tra Trump e Kim a Singapore, la notizia è quasi passata in cavalleria. E invece meriterebbe l’enfatizzazione.
È successo che nella distribuzione di vice ministri e deleghe fatta dal governo Conte, i grillini si siano tenuti, nella persona del vice premier Di Maio, quella sulle telecomunicazioni. Un’attribuzione che ha una lunga storia, nel senso che se n’è parlato sin dagli albori dell’intesa giallo-verde e sulla quale Salvini, l’altro azionista forte dell’esecutivo, aveva dato garanzie al suo alleato Berlusconi.

LE AZIENDE DI BERLUSCONI NEL MIRINO M5S. Il settore è talmente delicato perché le aziende televisive del Cav possano sopravvivere e prosperare che bisognava metterlo al sicuro dalle possibili mattane dei pentastellati. E invece è andata come sappiamo, e a Cologno monzese è scattato l’allarme rosso, perché molti dei notabili Mediaset sono convinti che il Movimento 5 Stelle voglia fare strame delle sue antenne raddrizzando un sistema fortemente sperequato a vantaggio del Biscione.

Non bisogna essere particolarmente bravi a far di conto per costatare che poco più del 50% delle risorse pubblicitarie finiscono nelle casse degli editori televisivi e radiofonici, in primis quelle del gruppo Berlusconi

Il Sistema, con la maiuscola, è quello integrato delle comunicazioni, su cui sorveglia (o dovrebbe sorvegliare) l’AgiCom. Scopo del Sic - questo il suo acronimo - è fare in modo che sul mercato non si costituiscano posizioni dominanti. Per questo la fetta di risorse cui un soggetto può attingere dalla grande torta della pubblicità non deve superare la soglia del 20%. Un tetto che si riduce a 10% per le società di telecomunicazioni i cui ricavi superano il 40% di quelli complessivi del mercato dei servizi di Tlc. Giusto per dare un’idea, nel 2016 il Sic valeva 17,6 miliardi di euro, ovvero l’ 1,05% del Pil italiano. Un cifra su cui, con quasi 9 miliardi di euro (per la precisione 8,951) audiovisivi e radio hanno fatto la parte del leone. Non bisogna essere particolarmente bravi a far di conto per costatare che poco più del 50% delle risorse pubblicitarie finiscono nelle casse degli editori televisivi e radiofonici, in primis quelle del gruppo Berlusconi.

LE ACCUSE DI TRADIMENTO DEL CAV A SALVINI. Ma la fatidica domanda delle domande è: Mediaset supera o meno la soglia del 10%? Secondo l’autorità di controllo si attesterebbe intorno al 13% quindi, scusate la pedanteria, le tivù del Cav superano abbondantemente uno dei due limiti imposti dall’articolo 43 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (Tusmar). Una siffatta situazione è cristallizzata da tempo, ma se al governo c’è Forza Italia o un partito amico come il Pd di Renzi è più facile chiudere un occhio. Se invece a Palazzo Chigi a decidere sulle sorti del sistema radio-televisivo c’è un barbaro cui come massima apertura di credito il Cav farebbe pulire i cessi di Mediaset l’affare si complica. Questo spiega la sua preoccupazione, e gli strali indirizzati al segretario del Carroccio che a sentir lui ha platealmente tradito i patti.

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